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Balbuzie

balbuzieLa balbuzie è un disturbo funzionale della comunicazione verbale, che si manifesta essenzialmente sul versante espressivo, con alterazioni del ritmo della parola, o, come meglio spiega la definizione fornita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, «La balbuzie è un disordine nel ritmo della parola per cui il paziente sa cosa vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono che hanno carattere di involontarietà» (1977). 

Secondo il DSM-IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), inoltre, i criteri diagnostici per la balbuzie sono i seguenti:

  1. Un’anomalia del normale fluire e della cadenza dell’eloquio (inadeguati per l'età del soggetto), caratterizzata dal frequente manifestarsi di uno o più dei seguenti elementi: 
    • Ripetizione di suoni e sillabe;
    • Prolungamento di suoni;
    • Interiezioni;
    • Interruzione di parole (cioè pause all’interno di una parola);
    • Blocchi udibili o silenti (cioè, pause del discorso colmate o non colmate);
    • Circonlocuzioni (sostituzione di parole per evitare parole problematiche);
    • Parole emesse con eccessiva tensione fisica;
    • Ripetizione di intere parole monosillabiche.
  2. L’anomalia di scorrevolezza interferisce con i risultati scolastici o lavorativi, oppure con la comunicazione sociale.
  3. Se è presente un deficit motorio della parola o un deficit sensoriale, le difficoltà nell’eloquio vanno al di là di quelle di solito associate con questi problemi.

Nella balbuzie, in genere, si possono individuare:

  1. In relazione al blocco:
    • La balbuzie tonica, nella quale si ha un arresto all’inizio della parola (fonema o sillaba iniziale), con prolungamenti del suono;
    • La balbuzie clonica, caratterizzata da ripetizioni del fonema iniziale oppure dell’intera parola;
    • La balbuzie mista, nella quale sono presenti sia la forma tonica sia quella clonica, con prolungamenti e ripetizioni;
    • La balbuzie palilalica, nella quale il soggetto ripete spasmodicamente una sillaba, non attinente alla frase che si vuole pronunciare.
  2. In relazione alla localizzazione anatomica del blocco:
    • La balbuzie labio-coreica, con movimenti involontari della lingua e delle labbra (danza delle labbra) e conseguente difficoltà nella pronuncia delle labiali /p/ e /b/, delle labio-dentali /f/ e /v/ e delle dentali /t/ e /d/;
    • La balbuzie gutturo-tetanica, causata da rigidità dei muscoli faringei e laringei (spasmi), che rendono impossibile la pronuncia delle consonanti gutturali /k/, /c/ e /g/.

Le diverse forme di balbuzie possono presentarsi contemporaneamente o dipendere da alcune situazioni, anche se nella pratica clinica si incontrano soprattutto forme miste tonico-cloniche, che comportano una notevole disritmia del discorso, con esplosioni, ripetizioni ed interruzioni. 

Anche la gravità del disturbo è molto variabile. Vi sono casi in cui la comunicazione verbale è totalmente impossibile, altri in cui è molto discontinua ed altri ancora in cui le difficoltà vengono mascherate da forme espressive di compensazione (per es: eccesso di ridondanza verbale, giri di parole, termini riempitivi come “vero”, “sicuro”, “certo”, “no”, ecc.). 

La balbuzie interessa circa l’1% della popolazione mondiale (tasso di prevalenza), ma circa il 5% può dire di averne sofferto in qualche misura nel corso della sua vita (tasso d’incidenza). La differenza tra i due tassi è spiegabile con l’alta percentuale di remissione, circa il 75-80%, che avviene, per lo più spontaneamente, dai 12 ai 18 mesi di distanza dal momento dell’insorgenza. Per il 75 % dei soggetti colpiti da balbuzie, l’insorgenza si situa tra i 18 ed i 41 mesi.

Dai diversi studi effettuati nel campo della genetica e del neuroimaging, sono state ipotizzate diverse possibili cause della balbuzie:

  1. Disfunzioni a livello organico: se in una persona con un eloquio fluente si attiva l’emisfero sinistro, dove si trova l’area di Broca, nel balbuziente si attiva anche la parte destra. Questa anomalia può essere considerata un tentativo compensatorio: se il lato sinistro non si attiva adeguatamente, il destro si carica di una funzione maggiore e si attiva anche quando non dovrebbe, cercando, così, di colmare le lacune. Ciò è confermato dal fatto che, dopo lunghe terapie riabilitative, questa attivazione del lato destro cessa, come se non avesse bisogno più di attivarsi quando la sinistra comincia a funzionare bene. 
  2. Anomalie a livello anatomico: alcuni studi hanno riscontrato che i lobi temporali delle persone balbuzienti sono nettamente più grandi delle persone non balbuzienti e che ci sarebbero delle irregolarità nella forma dell’encefalo (soprattutto per quanto riguarda le balbuzie che si presentano durante l’arco evolutivo e che non sono soggette a remissione spontanea).
  3. Anomalie a livello ormonale: Maguire ha ipotizzato che ci sia un’alterazione nella quantità di dopamina nel Nucleo Striato, in quanto farmaci usati per curare la psicosi stanno avendo effetti positivi anche sulla sua stessa balbuzie.
  4. Trasmissione ereditaria: sono stati riscontrati casi precedenti nelle famiglie di pazienti balbuzienti, anche se la percentuale resta ancora bassa.
  5. Disagio psicologico: giocano un ruolo importante sia l’ansia che la rabbia rimossa o latente, anche se bisogna ancora definire il ruolo di causa o conseguenza di questi fattori (probabilmente entrambe le cose, come in un circolo vizioso in cui il disagio causato dalla balbuzie ne alimenta il manifestarsi e ne peggiora la gravità). Inoltre, si è visto che sono incisive anche situazioni educative, dove alti livelli di stimolazione, indiretta (per es., genitori che parlano in modo molto elaborato e/o a grande velocità) o diretta (per es. richieste esplicite), verso un livello di eccellenza linguistica possono portare un bambino alla balbuzie.

È chiaro, quindi, come la balbuzie sia un fenomeno multifattoriale, che consegue all’intreccio di più cause contemporaneamente. Ad esempio, potrebbe verificarsi un’attivazione di entrambi gli emisferi, destro e sinistro, durante la quale, però, l’area motoria si attiva prima che la parola da emettere sia stata completamente formulata.

Per quanto riguarda l’intervento terapeutico, infine, esso contempla almeno quattro fasi.

  1. Si comincia con la valutazione, finalizzata a: 
    • Diagnosi;
    • Classificazione della gravità;
    • Identificazione delle condizioni che mantengono o esacerbano il disordine;
    • Definizione della misura in cui il balbuziente ricorre a condotte di evitamento o fuga dalle situazioni temute;
    • Verifica della presenza di prerequisiti al trattamento, quali la maturità e sensibilità del soggetto, la risposta che dà alle diverse tecniche d’instaurazione della fluenza, la sua reale motivazione e disponibilità al cambiamento e l’eventuale appoggio della famiglia.
  2. La seconda fase concerne l’instaurazione dell’effetto terapeutico. Tradizionalmente si contrappongono almeno due scuole di pensiero: 
    • Quella basata sul “modellamento della fluenza”: prevede che il comportamento disfluente venga modificato, intervenendo sulle sue conseguenze. Viene preferita da logopedisti e psicologi d’impostazione comportamentista;
    • Quella basata sul “balbettare più fluentemente”: ha l’obiettivo di portare il balbuziente a conoscere meglio il suo disturbo, riducendo le condotte di fuga ed i sentimenti negativi ad esso associati. Viene preferita dagli psicoterapeuti. Anche se l’obiettivo principale non è l’eliminazione delle disfluenze, è possibile comunque individuare alcuni obiettivi terapeutici minimi, come la riduzione della frequenza degli episodi di balbuzie, della loro gravità, delle cosiddette condotte di fuga e di quei processi di apprendimento individuale che, nell’interazione comunicativa, possono generare, mantenere o esacerbare gli episodi di balbuzie. In qualsiasi approccio, comunque, il paziente deve essere aiutato a contrastare sempre la sua naturale reticenza e ad aumentare la frequenza delle attività sociali.
  3. La terza fase è quella definita di trasferimento: al paziente viene chiesto di “trasportare” gradualmente il suo nuovo comportamento verbale, appena appreso all’interno di un sistema protetto come quello clinico, nel “mondo reale”.
  4. Il mantenimento è la quarta ed ultima fase, prevista al termine della terapia, per mettere in grado il paziente di contrastare, con i propri mezzi, la tendenza alla ricaduta. Solo quando il paziente riesce a conservare, nel tempo, i benefici del trattamento terapeutico, si può affermare che lo stesso ha avuto successo.

 

Bibliografia

  • Maldonato M., Dizionario di Scienze Psicologiche, Edizioni Simone.

 

(A cura della dottoressa Alice Fusella)

 



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