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Controtransfert

“La risposta emotiva dell’analista nei confronti del paziente, nella situazione analitica, rappresenta uno dei più importanti strumenti del suo lavoro. Il controtransfert è uno strumento di ricerca nell’inconscio del paziente.” Paula Heimann

controtransfertIl controtransfert rappresenta un elemento importante della psicoterapia ed è uno strumento utile alla comprensione del lavoro psicoterapeutico.

Più nello specifico, con tale termine si fa riferimento a quel complesso di atteggiamenti, consci e inconsci, dell’analista nei confronti del paziente.

Da un punto di vista storico, Freud iniziò a parlare di controtransfert a partire dal 1909, sottolineando come con tale termine si faccia riferimento a quegli affetti che insorgono nel terapeuta “per l’influsso del paziente sui suoi sentimenti inconsci”.

Freud intravede nel controtransfert una resistenza inconscia dell’analista e iniziò così a considerarlo come un inconveniente spiacevole, tale per cui, come suggerì lui stesso, gli analisti dovevano imparare a mantenere un’attenzione fluttuante nell’ascolto del paziente attenendosi a quella neutralità che costituisce il modello ideale di funzionamento analitico.

È qui che venne introdotta la metafora con il “chirurgo”, sottolineando come quest’ultimo “mette da parte tutti i suoi affetti e perfino la sua umana pietà nell’imporre alle proprie forze intellettuali un’unica meta: eseguire l’operazione nel modo più corretto possibile”.

Successivamente a Freud fu Sandor Ferenczi ad approfondire gli aspetti tecnici della psicoanalisi, svolgendo una coraggiosa ricerca sulla relazione analitica, fino a mettere radicalmente in discussione la posizione del terapeuta e anticipando l’intuito di analisti a lui posteriori, come Balint, Bion, Heimann, Winnicott e via dicendo.

Nonostante Freud si opponesse ad una riflessione più accurata e approfondita del controtransfert, poiché considerato come peggiorativo e come aspetto che poteva mettere in discussione il modello terapeutico della psicoanalisi, nel 1919 Ferenczi pubblicò un saggio intitolato “La tecnica psicoanalitica” di cui uno dei capitoli fu dedicato per l’appunto alla “padronanza del controtransfert”.

Per Ferenczi infatti il trattamento psicoanalitico richiede da una parte la capacità dell’analista di osservare e ascoltare il paziente al fine di ricostruirne l’inconscio, ma dall’altra deve saper controllare il proprio atteggiamento nei confronti del paziente, in quanto requisito indispensabile per realizzare tale lavoro.

Successivamente, fu grazie al contributo teorico di Paula Heimann, negli anni ’50, che il controtransfert iniziò a essere considerato strumento di indagine privilegiato per la comprensione di ciò che accade nella relazione analitica, divenendo, insieme all’interpretazione, un vero e proprio strumento terapeutico che caratterizza e arricchisce l’esperienza relazionale.

Secondo la Heimann il controtransfert non deve essere considerato come reazione negativa dell’analista rispetto ai vissuti del paziente, ma come l’insieme che tali vissuti evocano nell’analista, favorendo una maggiore comprensione dei vissuti profondi del paziente.

Il controtransfert diviene così “strumento di ricerca dell’inconscio del paziente”; nelle sue teorizzazioni la Heimann ribadisce come l’analista debba sì mantenere un’attenzione fluttuante per seguire le libere associazioni del paziente in modo tale da riuscire ad ascoltarle contemporaneamente a più livelli, ma deve anche far scendere in campo la propria sensibilità emotiva in modo tale da poter seguire i movimenti affettivi e le fantasie inconsce del paziente.

Questo è, secondo la Haimann, “il modo più dinamico in cui gli giunge la voce del suo paziente”.

Tornando a Ferenczi, è bene sottolineare come egli descriva tre fasi attraverso cui realizzare la “padronanza del controtransfert”.

Nella prima fase l’analista non è ancora in grado di considerare e dominare il controtransfert, per cui tutte le emozioni che il paziente suscita vengono sperimentate e vissute intensamente dal terapeuta. In queste circostanze, secondo Ferenczi, le possibilità di fare un buon lavoro sono praticamente nulle.

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La seconda fase, la cosiddetta “resistenza al controtransfert”, è costituita da una reazione di segno opposto a quella precedente che conduce ugualmente al fallimento dell’analisi; l’analista prende coscienza della propria risonanza emotiva, ma ha la paura opposta di divenire troppo brusco o scostante nei confronti del paziente.

La terza fase descritta da Ferenczi corrisponde a quella della “padronanza del controtransfert” che si realizza grazie al superamento delle fasi precedenti; l’innovazione di tale teorizzazione è che per la prima volta il controtransfert non è più considerato come un ostacolo o inconveniente, ma come uno strumento efficace e imprescindibile.

Le teorizzazione di Ferenczi verranno poi riprese da Heinrich Racker, infatti nel suo lavoro “Transfert e Controtransfert”, egli si soffermerà sulle conseguenze del controtransfert dell’analista al fine di evitare la regressione del paziente e il convertire l’analisi in un processo carico di interpretazioni che non produce la benchè minima trasformazione nel mondo interno del paziente.

Nel suo articolo “Il significato e l’impiego del controtransfert”, descrive i meccanismi del controtransfert mettendo in risalto il significato di correlazione con il transfert del paziente e individuando nell’identificazione il meccanismo di base.

A tal proposito effettua una distinzione tra un’identificazione complementare e un’identificazione concordante.

Secondo Racker, nell’identificazione concordante l’analista si identifica con l’Io o con l’Es del paziente, mentre nell’identificazione complementare si identifica con gli oggetti interni del paziente.

La teorizzazione dell’identificazione concordante appare come qualcosa di molto simile a quella che abitualmente prende il nome di empatia; dall’altra parte il concetto di identificazione complementare fa riferimento a quelle risposte dell’analista in cui egli assume un ruolo che gli viene “assegnato” dal paziente.

Il controtransfert può essere quindi un ostacolo o uno strumento che influenza direttamente la relazione analitica. Secondo Racker, questo deve essere usato come strumento, in quanto le caratteristiche specifiche dei meccanismi controtransferali “ci fanno risalire a specifiche conoscenze sul paziente”.

Quanto appena illustrato rispetto ai meccanismi di identificazione offre degli spunti per riprendere le teorizzazioni di Ferenczi sul controtransfert.

Col procedere del suo lavoro, infatti, ad un certo punto, utilizzando il controtransfert come base per le sue interpretazioni, iniziò a vagliare l’ipotesi che l’analista non solo non giunga a trasformarsi per il paziente in un padre o in una madre buona, ma al contrario diventa quel protagonista attivo che ripete la situazione traumatica di cui il paziente è stato vittima durante l’infanzia.

Operò quindi un capovolgimento di ruoli, in quanto solo portando fino allo “stremo” la sua capacità di empatia, poteva identificarsi con la sofferenza e il dolore del paziente.

Decise pertanto, in modo sperimentale, di scambiare il suo ruolo di analista con quello del paziente e invitando quest’ultimo ad esplorare il mondo interno dell’analista e a riflettere, sfruttando l’immaginazione, sul significato e sull’origine degli errori del proprio analista.

Ovviamente questo modo di operare si rivelò ben presto un fallimento, ma preannunciò molte intuizioni cliniche che si svilupparono successivamente, infatti l’idea di comunicare al paziente i propri sentimenti controtransferali, fu ripresa da Winnicott nel suo articolo “L’odio nel controtransfert” in cui affermava che non solo la confessione dell’odio controtransferale non era sconsigliabile, ma anzi tanto il paziente quanto il processo analitico potevano trarne beneficio.

Rispetto a questa affermazione Winnicott procede classificando i fenomeni di controtransfert i 3 tipologie:

- identificazioni e altro materiale del terapeuta non adeguatamente analizzati;

- identificazioni e tendenze che dipendono dalla storia del terapeuta e che danno un’impronta personale alla terapia;

- “controtransfert autenticamente oggettivo” che dipende dalla personalità e dal comportamento del paziente.

Con questa classificazione, si assiste ad una nuova visione del controtransfert come strumento più neutro e come elemento importante dell’analisi che può essere utilizzato, in quanto strumento utile alla terapia.

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Per Winnicott il controtransfert diventa quindi il mezzo necessario per rendere originale ogni analisi, ogni analizzato, proprio perché il terapeuta con i propri vissuti, i suoi sentimenti e le emozioni rende il suo intervento unico, arrivando a comprendere meglio il proprio paziente e donandogli l’amore che lo tira fuori dalla sua patologia.

Un altro autore che ha fornito ulteriori possibilità di analisi della relazione analitica è Leon Grinberg; nel suo contributo “Controtransfert e controidentificazione proiettiva”, egli mette in guardia l’analista dalle violente identificazioni proiettive di alcuni pazienti, in particolare quelli con personalità borderline e narcisista.

Effettua a tal proposito una distinzione tra la reazione di controidentificazione proiettiva e reazione di controtransfert; quest’ultimo deriva infatti dai conflitti personali dell’analista, mentre la controidentificazione proiettiva è una risposta inconscia che scaturisce dalle intense e violente identificazioni proiettive del paziente che ha come diretta conseguenza quella di interrompere la comunicazione tra l’inconscio dell’analista e quello del paziente.

Emerge quindi, come attraverso questi contributi rispetto agli aspetti relazionali del controtransfert, esso venga accostato al meccanismo dell’identificazione proiettiva.

È soprattutto il concetto di identificazione proiettiva introdotto dalla Klein e sviluppato successivamente da Bion nei suoi aspetti comunicativi, a modificare il clima e a creare le condizioni per la valorizzazione del controtransfert.

Il concetto di identificazione proiettiva è stato infatti introdotto da Melanie Klein nel 1946, nel corso della sua elaborazione della posizione Schizo-paranoide, ossia quella costellazione di relazioni oggettuali, angosce e difese tipiche dei primissimi mesi di vita.

È proprio in questo periodo che iniziano ad operare i meccanismi di proiezione e introiezione che regolano l’interazione dell’individuo con gli oggetti esterni; per la Klein l’identificazione proiettiva equivarrebbe ad un meccanismo di difesa in cui parti del Sé e degli oggetti interni vengono scissi e proiettati sull’oggetto esterno (seno materno), che diventa posseduto e controllato dalle parti proiettate e con le quali viene inoltre identificato.

Manifestandosi intorno ai primi tre quattro mesi di vita del bambino, l’Io non risulta ancora integrato ed è per questo soggetto a scindere se stesso, facendo sì che gli impulsi libidici e aggressivi convergano verso il seno e il corpo della madre. In questo modo, il bambino crea le immagini di un seno buono e uno cattivo, che, attraverso l’introiezione, contribuiranno alla formazione dell’Io e del Super-Io.

A partire da tale teorizzazione, l’autore che più di ogni altro ha contribuito a complessificare il concetto di identificazione proiettiva è senz’altro Wilfred Bion; inizialmente egli collega tra loro i concetti di identificazione proiettiva e controtransfert e successivamente amplifica le accezioni e i significati di tale meccanismo di difesa fino a considerarla una forma di comunicazione, il processo di base nella formazione dei legami interpersonali, un apparato per apprendere dall’esperienza.

Seguendo questa nuova prospettiva e collegamento delineato da Bion, tale da arrivare quasi a fondere i due concetti, la comunicazione degli elementi emotivi, trasmesse attraverso parole e segni, danno significato alla relazione poiché essa stabilisce delle correlazioni tra fenomeni tali da poterli esprimere in un enunciato.

Essa non è semplicemente una fantasia inconscia ma anche una forma di interazione interpersonale caratterizzata dalla manipolazione di una persona da parte di un’altra; è cioè la forma più importante di comunicazione tra terapeuta e paziente.

Considerato quanto esposto fino ad ora e attraverso un’analisi della letteratura si evince che tuttora esistono almeno sei diverse concezioni relative alla natura del controtransfert:

1) il controtransfert come “transfert dell’analista”;

2) il controtransfert come “reazione al transfert del paziente”, ossia la concezione classica di controtransfert, che può assumere valenze negative (ostacolo al trattamento) o positive (strumento per il trattamento);

3) il controtransfert come “totalità di ciò che prova il terapeuta verso il paziente”, ossia la concezione inaugurata dalla Heimann;

4) il controtransfert come “stato della mente che indica quale sia lo stato della mente del cliente”, ossia la concezione adottata dagli autori che si riconoscono nel modello Tavistock (Lewin, Bion, Foulkes, Main, etc.)

5) il controtransfert come “meccanismo di difesa in presenza di identificazione proiettiva”, questa è una recente interpretazione del controtransfert, attraverso cui si intende un fenomeno difensivo che si attiva nella mente del consulente come reazione al processo di identificazione proiettiva;

6) il controtransfert come “identificazione proiettiva”, concezione, indubbiamente discutibile, secondo cui l’espressione “identificazione proiettiva” starebbe sostituendo il termine più antiquato “controtransfert”;

Volendo concludere e secondo una visione più contemporanea e attuale, il controtransfert può essere inteso come gli affetti e le fantasie del paziente che trovano, nell’analista, un soggetto che interviene su di essi con un contributo originale; la soggettività del terapeuta, i propri conflitti e le sue dinamiche oggettuali interne, determineranno così le dimensioni di questo ruolo.

(Adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

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