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Aspetti psicosociali e biologici della pedofilia

Nel presente articolo pubblicato sulla rivista "Biological Psychiatry" i ricercatori hanno cercato di delineare i fattori psicosociali e neurali della pedofilia, esaminando le alterazioni funzionali e strutturali del cervello di soggetti pedofili.

aspetti psicosociali biologici pedofiliaIl termine “pedofilia” è una parola derivante dal greco παις, παιδός (paîs, paidós “fanciullo”) e φιλία (filia, “amicizia, affetto”) e si riferisce ad un’attrazione sessuale da parte di un soggetto adulto verso un bambino pre-pubere, cioè non avente ancora sviluppato i caratteri sessuali secondari.

Attraverso una revisione della letteratura, si analizzeranno più nello specifico le anomalie cerebrali rintracciate tramite strumenti quali il Neuromaging funzionale e la risonanza magnetica funzionale.

Da un punto di vista epidemiologico l’esatta prevalenza della pedofilia è ad oggi poco conosciuta; tuttavia, attraverso uno studio condotto a Berlino su 367 uomini con età compresa tra i 40 e i 79 anni, è emerso che il 10% di questi soggetti aveva avuto fantasie sessuali che coinvolgono i bambini, il 6% si masturbava ricorrendo a tali fantasie, e il 3,8% ha ammesso di aver avuto contatti sessuali con bambini al di sotto dei 13 anni.

L’eziologia della pedofilia è anche poco conosciuta in virtù della sua natura multifattoriale, che coinvolge sia fattori psicosociali che biologici.

Da un punto di vista psicologico, l’esperienza di essere stati vittime di abusi sessuali sembrerebbe essere correlata ad una maggiore probabilità di sviluppare un interesse di tipo pedofilico; a questo però bisogna anche aggiungere altri elementi di natura ambientale, come esperienze di abbandono e maltrattamento nell’infanzia, mancanza di attenzione da parte dei genitori, violenza intra-familiare e un attaccamento disfunzionale tra padre e figlio/a.

Non meno importanti sono quei fattori connessi all’esperienza d’abuso come la durata, il tempo, la tipologia di violenza, la presenza o meno di penetrazione e la relazione con il proprio “carnefice”.

L’esatto meccanismo attraverso cui l’essere vittima di abusi sessuali aumenti la probabilità di sviluppare la pedofilia è sconosciuta; teoricamente, i meccanismi di apprendimento (ad esempio, l’imitazione) e l’introiezione dell’aggressore come figura giusta o di riferimento vengono spesso assimilati dai bambini come delle credenze che faciliteranno la messa in atto di quell’atteggiamento durante l’età adulta.

Un’altra ipotesi inerente lo sviluppo della pedofilia è quella di un’interazione tra fattori biologici connessi direttamente ad una predisposizione genetica; si è infatti osservato che la pedofilia era significativamente più prevalente in quei soggetti, aventi parenti stretti, appartenenti alla prima generazione, che soddisfavano i criteri diagnostici per la pedofilia rispetto a famiglie con una storia psichiatrica differente, come la presenza di depressione o ansia.

In un recente studio di Alanko et al.,i ricercatori hanno osservato che la varianza genetica non-additiva (ossia in cui è presente sia un’interazione allelica ad uno stesso locus e sia un’interazione allelica tra loci differenti) di un campione della popolazione Finlandese con un interesse sessuale nei bambini e giovani al di sotto dei 16 anni era del 14,6%. Questa percentuale ovviamente deve comunque tenere in considerazione i fattori ambientali sopra citati.

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Ulteriori ricerche sull’eziologia biologica della pedofilia si sono basate sul presupposto che tale disturbo possa derivare da alterazioni dello sviluppo neurologico.

Si è infatti osservato come spesso tali soggetti possano presentare deficit neuropsicologici, tra cui un basso indice di intelligenza, deficit dell’attenzione, ridotte capacità di apprendimento verbale e visivo-spaziale ed elaborazione cognitiva più lenta. Si cercherà pertanto, attraverso una revisione della letteratura, di fornire delle prove dell’implicazione di strutture cerebrali nel comportamento pedofilico.

Prima dell’avvento tecnologico degli studi di Imaging, i casi più significativi su cui i ricercatori hanno focalizzato la loro attenzione erano le malattie neurologiche; si è infatti osservato che il comportamento pedofilico può essere provocato da una varietà di malattie come i tumori cerebrali, le diverse forme di demenza, il morbo di Parkinson, la malattia di Huntington e sclerosi ippocampale come l’encefalite.

Per quanto concerne i tumori cerebrali si osservò che soggetti affetti da neoplasia situata nel lobo frontale destro (paracentrale mediale, mediale e orbitofrontale) riportavano di aver avuto un rapporto sessuale con la figlia o il figlio minorenne, esposizione del pene davanti ai bambini e incoraggiamento al tatto di esso, così come interesse nel visionare materiale pedopornografico, molestie sessuali di vario genere ed esibizionismo.

Da un punto di vista neurofenomenologico, tali comportamenti sono strettamente connessi alle alterazioni cerebrali prodotte dal tumore, che inficiano le funzioni esecutive e di controllo del proprio comportamento.

Rispetto alle demenze, in particolare quella frontotemporale (regione temporale inferiore, atrofia frontale in uno o entrambi gli emisferi) e quella vascolare (nucleo caudato, globo pallido e corteccia cingolata posteriore) riportavano molestie sessuali di soggetti pre-puberi, esibizionismo, richieste sessuali alla moglie, comportamento sessuale disinibito e aggressivo, frequente masturbazione e linguaggio sessualizzato.

È bene a tal proposito sottolineare, che i casi clinici appena esposti, soffrono l’inconveniente di essere il frutto dell’osservazione di singoli pazienti.

In virtù del comportamento sessuale anomalo, questi studi si sono posti l’obiettivo di indagare quelle regioni del cervello che potrebbero però fornire la prova di un’esistenza di anomalie neurologiche connesse al comportamento pedofilico.

A supporto di questa prima revisione si andranno ora ad analizzare i diversi studi di neuroimaging condotti negli ultimi anni, in cui oltre a identificare le aree del cervello associate all’eccitazione sessuale confrontate tra un gruppo di soggetti sani e un gruppo di pedofili, verranno evidenziate le correlazioni tra il volume dell’attività cerebrale dei pedofili e le loro caratteristiche psicopatologiche.

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Dall’analisi dei risultati emerge una difficoltà nel trarre conclusioni definitive sui correlati neurali della pedofilia.

Anche se i rapporti dei casi neurologici sottolineano di frequente una patologia dei lobi frontali, lobi temporali e gangli della base, tali alterazioni possono essere associate ad un diminuito controllo del comportamento che può maggiormente applicarsi al comportamento ipersessuale, piuttosto che ad una preferenza specifica di tipo pedofilica. La spinta per la ricerca neurobiologica ha comunque portato a tre importanti sviluppi teorici, nel tentativo di spiegare i vari aspetti della pedofilia.

La teoria del lobo frontale potrebbe risultare utile nello spiegare quei reati contro i minori connessi a disinibizione comportamentale e comportamenti compulsivi incontrollati. A sostegno di ciò sono state riscontrate delle differenze strutturali e funzionali in termini di dimensioni, così come nel funzionamento della corteccia prefrontale dorsolaterale destra e sinistra e della corteccia orbitofrontale, in soggetti pedofili con una storia di reato sessuale con bambini.

La teoria temporale-limbica cerca di spiegare la pedofilia attraverso le differenze strutturali e funzionali dei lobi temporali che possono contribuire allo sviluppo di una preferenza sessuale di tipo pedofilico.

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La teoria del “doppio lobo” suggerisce invece che sia i disturbi frontali che temporali sono responsabili per i diversi comportamenti presenti nei pedofili, come il diminuito controllo degli impulsi e ipersessualità.

Essi forniscono pertanto un’evidenza preliminare sull’anormalità della struttura cerebrale sottostante un inadeguato comportamento sessuale, che potrebbe quindi essere rilevante nella motivazione del comportamento sessuale del pedofilo.

Attraverso la Neuroimmagine funzionale e la Risonanza magnetica, si è osservato in tre studi differenti, una riduzione di volume dell’amigdala nel pedofilo, quindi potrebbe essere un interessante e promettente risultato.

Tuttavia, le analisi future dovrebbero includere un campione più ampio al fine di replicare il risultato e confermarne così un reale coinvolgimento. I ricercatori forniscono infatti alcuni suggerimenti metodologici per gli studi futuri:

1 – dimensioni del campione più grandi, in quanto quelli utilizzati fino ad ora sono molto piccoli e quindi con una bassa potenza statistica;

2 – differenziare i soggetti pedofili che hanno commesso abusi da quelli che non lo hanno fatto;

3 – controllo degli aspetti connessi all’orientamento sessuale, in modo tale da differenziare i campioni tra pedofili con interesse omosessuale, da quelli con interesse eterosessuale.

Volendo concludere, nel loro insieme, l’attuale evidenza sulle lesioni cerebrali della pedofilia è ancora agli albori.

Gli studi di neuroimaging mostrano un quadro eterogeneo e non consentono conclusioni definitive sui meccanismi neurobiologici alla base delle preferenze e del comportamento pedofilico.

Tuttavia, le tre teorie sopra esposta, il minor volume funzionale dell’amigdala e l’alterata trasformazione della rete connessa all’eccitazione sessuale restano fattori da indagare per i successivi studi futuri.

In ultima analisi, il successo si potrebbe raggiungere con ulteriori indagini su un argomento che porta ancora un notevole carico di stigma sociale, ma che promette di offrire un miglioramento non solo per i pazienti, ma anche per la società in generale.

 

Tratto dalla rivista “Biological Psychiatry”

 

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

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