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Conflitto intrapsichico e dinamiche familiari

Il modello a tre generazioni del comportamento disfunzionale di Bowen e il conflitto intrapsichico: una nuova lente di lettura sulla trasmissione transgenerazionale dei pattern disfunzionali in famiglia.

conflitto intrapsichico dinamiche familiariPochi studi hanno esaminato come i problemi di personalità possono essere trasmessi da una generazione a quella successiva; l’enfasi degli studi attuali si focalizza in parte sui fattori bio-genetici.

Tuttavia, i pochi studi che sono stati effettuati su questo argomento in genere mostrano modelli simili; anche se non c’è mai una correlazione 1-1, in quanto lo sviluppo delle persone è influenzato dalle interazioni caotiche di migliaia di diverse variabili come quelle genetiche, biologiche, interpersonali e sociologiche, alcuni aspetti sembrano essere altamente suscettibili di essere tramandati.

Esempi di studi che affermano che vi sia un “trasferimento” di alcuni tipi di schemi disfunzionali da una generazione all’altra, comprendono: disturbi di “confine” come l’iper-protezione materna nei confronti del figlio, o una relazione caratterizzata da mancanza di affetto, invischiamento e inversione di ruolo tra padre e figlio.

Altri studi evidenziano invece pattern di instabilità emotiva nel genitore con scarse capacità di disciplinare i propri figli, l’abuso di sostanze in combinazione ad abuso su minori o negligenza, e bassi livelli di competenza da parte dei familiari.

Per comprendere il processo mediante il quale questi tipi di modelli vengono trasferiti, è bene adottare una prospettiva che incorpora e modifica i concetti delle diverse scuole di psicoterapia.

In questo articolo, il focus si concentrerà sulla relazione tra due concetti: il modello a tre generazioni del comportamento disfunzionale di Bowen (terapia sistemico-relazionale), e il conflitto intrapsichico della terapia psicodinamica.

Le persone hanno conflitti interni tra i loro desideri innati e i valori che hanno interiorizzato, durante la crescita, all’interno della loro famiglia e cultura.

Il teorico dell’attaccamento John Bowlby ha suggerito per primo che i trasferimenti intergenerazionali si verificano non attraverso l’osservazione di comportamenti specifici come l’abusivismo o la presenza di una diagnosi psichiatrica di per sé, ma attraverso la generazione e lo sviluppo di modelli mentali di comportamento interpersonale nelle menti dei bambini colpiti.

Questi modelli mentali di lavoro vengono attualmente denominati “schemi” sia da terapeuti appartenenti al mondo psicodinamico che a quelli cognitivo-comportamentale.

Il concetto viene però da altri terapeuti psicodinamici fatto rientrare nella “teoria della mente” o “mentalizzazione”; in tal senso si possono valutare le esperienze soggettive dei bambini coinvolti durante tutto il loro sviluppo.

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Gli studiosi Zeanah e Zeanah hanno a lungo discusso il concetto di organizzazione dei temi; essi indicano che gli studi dimostrano che le madri abusanti tendono ad attribuire motivazioni più malevoli e negative ai propri figli rispetto ai bambini di altre persone.

Più in generale, essi reagiscono con più fastidio al pianto dei propri figli rispetto a madri non abusanti. Il ritenere che questi modelli non siano notati o rilevati dai bambini durante le loro interazioni quotidiane con i loro genitori, e che quindi non influenzerebbero lo sviluppo dei loro schemi, sarebbe estremamente ingenuo e sbagliato.

A loro volta, le madri abusanti riportano maggiori tratti di abbandono e inversioni di ruolo con la propria madre, rispetto al gruppo di controllo. Questi risultati rappresentano probabilmente la punta di un iceberg in termini di sottili manifestazioni di interazioni ripetitive tra genitore e bambino, e come dicono i Zeanahs “i modelli di relazione sono da considerare come aventi conseguenze di più ampia portata rispetto a specifici eventi traumatici”.

Quando terapisti di ispirazione Boweniana hanno iniziato a fare i genogrammi dei loro pazienti, atti a descrivere i modelli di interazione familiare per almeno tre generazioni, hanno notato qualcosa che non è in realtà stato descritto molto negli studi empirici.

Mentre alcuni bambini di genitori disfunzionali avevano problemi che erano simili ai loro genitori, come ad esempio l’abuso di sostanze, altri bambini sembravano avere modelli di comportamento esattamente contrari, come l’essere astemi.

Questo aspetto può presentarsi diverse volte nelle storie dei pazienti; il figlio di un “maniaco del lavoro” sarà anche un maniaco del lavoro, mentre suo fratello potrà divenire un fannullone completo che non riesce a trovare un posto di lavoro, o che non ha nemmeno la voglia di cercarlo.

Secondo il modello delle tre generazioni, se la prima generazione presenta diversi membri alcolisti, la seconda generazione presenterà diversi membri astemi, e la terza generazione avrà invece diversi membri nuovamente alcolisti.

Autori come McGoldrick e Gerson, all’interno del libro Genograms in Family Assessment, hanno rintracciato i genogrammi di alcuni personaggi famosi come Eugene O’Neil ed Elizabeth Blackwell e hanno riscontrato tali modelli.

Se questi pattern fossero interamente tramandati geneticamente, sarebbe difficile spiegare come mai la progenie degli stessi genitori potrebbe essere completamente opposta l’una dall’altra, così come completamente opposta dai propri genitori.

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Perciò, quale aspetto psicologico può determinare nelle persone un comportamento interpersonale con i propri figli tale da generare un modello bizzarro?

Questo è proprio il punto in cui subentra il conflitto intrapsichico.

Prendiamo ad esempio un soggetto adulto che ha vissuto la Grande Depressione del 1930; è quindi cresciuto con la sensazione che lavorare duro era necessario al fine di mantenere la sua famiglia; ha avuto la fortuna di avere un lavoro, ma il suo capo ha reso la sua vita “miserabile”.

Non riusciva a smettere perché non si sentiva in grado di trovare un altro lavoro, e quindi cominciò a risentirsi inconsciamente e a “rifiutare” i valori stessi con cui si è definito. Questo lo avrebbe portato a sviluppare un conflitto intrapsichico che, oltre al duro lavoro, inizia a farlo a pezzi.

Egli può in qualche modo influenzare uno dei suoi figli suggerendogli di diventare come lui, o offrendosi come modello di riferimento, mentre l’altro figlio può “recitare” il risentimento nascosto del padre verso il duro lavoro e lo spirito di sacrificio.

Allo stesso modo, un paziente potrebbe aver ricevuto un’educazione eccessivamente severa da genitori religiosi che rifiutavano qualsiasi attività edonistica, ma che predicavano ai propri figli sui “mali dell’alcool” in modo altamente ambivalente.

Tale ambivalenza di solito si pone in loro a causa di un’esposizione a messaggi contrastanti; a questo punto il figlio può quindi sentirsi spinto a ribellarsi e condurre una vita licenziosa. Tale persona si distrugge durante questo processo, perché se i genitori vedono che ottiene del successo a discapito del bere, questo aggrava il conflitto con i genitori fino a destabilizzarlo.

Le reazioni ambivalenti dei genitori lo spaventano e così egli diventa un alcolizzato autodistruttivo; il suo comportamento sarebbe una sorta di compromesso: da una parte segue le pulsioni represse dei suoi genitori e permette una qualche espressione di loro, mentre allo stesso tempo mostra ai suoi genitori che reprimere l’impulso era davvero la strada da percorrere.

Nella prossima generazione, i suoi figli saranno maggiormente “ribelli”, ma adotteranno, con molta probabilità, comportamenti opposti, diventando ad esempio astemi. I loro figli, a loro volta, “ribelli”, diventeranno alcolisti.

Imparare ad adottare anche una prospettiva di questo tipo all’interno della pratica clinica, può aiutare a comprendere come muoversi all’interno di dinamiche transgenerazionali che si fanno così portatrici di conflitti intrapsichici radicati e profondi.

Tratto da PsychologyToday

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

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