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Desiderio e psicosi: una prospettiva Lacaniana

E' il desiderio il patrimonio esclusivo della dicotomia nevrosi/perèversion? Quali sarebbero gli argomenti lacaniani a sostegno dell’assenza del desiderio nella psicosi? In secondo luogo, quale potrebbe essere invece il tipo di desiderio che opera nella psicosi?

desiderio psicosi LacanLa prospettiva Lacaniana re-introduce la questione del desiderio come base dell’esperienza analitica.

Il concetto di desiderio è centrale nella teoria e nella pratica Lacaniana, anche se non rientra tra i quattro concetti fondamentali tipici della psicoanalisi, ossia inconscio, Trieb (istinto), ripetizione e transfert, ma viene comunque compreso come se fosse sottostante ad essi.

Il concetto di desiderio fa riferimento all’etica della psicoanalisi formulata da Lacan, in cui si è particolarmente interessati ad una pratica operazionale definita della funzione del desiderio dell’analista.

Tuttavia, questa tesi centrale di Lacan è stata messa in discussione rispetto agli spettri psicopatologici della psicosi.

Molti allievi Lacaniani hanno “derivato” dalla forclusione del Nome-del-Padre una mancanza di desiderio nella psicosi.

Nella teoria di Lacan, la distinzione tra nevrosi e psicosi rimase centrale e fondamentale per la concettualizzazione della pratica clinica.

Mentre la nosologia Lacaniana appare fortemente collegata alla psichiatria moderna, la teoria Freudiana dell’inconscio è utilizzata per comprendere i differenti meccanismi sottostanti la nevrosi e la psicosi.

Per Lacan, sia i nevrotici che gli psicotici sono inseriti in una relazione soggettiva vis-à- vis con un altro e, in particolare, al significante conosciuto come “Nome del Padre”.

Il “Nome- del- Padre” è associato con una serie di funzioni che collegano il soggetto all’Altro; queste includono la castrazione, l’identificazione simbolica, il desiderio e la denominazione del proprio nome.

Fondamentalmente, il “Nome- del- Padre” è un significante che regola l’inconscio, in parte, attraverso la creazione di un limite strutturale (vale a dire la castrazione) alla capacità del soggetto di auto-godimento associato.

Questo articolo si pone pertanto l’obiettivo di discutere la relativa assenza di riferimenti al concetto di desiderio psicotico presente nella teoria Lacaniana.

Il dibattito è rilevante poiché Lacan non ha escluso né il desiderio, né la psicosi dalla sua concezione del trattamento analitico.

È abbastanza frequente che nella trasmissione dell’approccio di questo tipo di casi nelle scuole lacaniane, il concetto di desiderio non sia utilizzato, ma, allo stesso tempo, le conseguenze della sua assenza vengono invece enfatizzate.

Per esempio, in due delle ultime pubblicazioni più recenti di Miller, dove sono presentati più di 20 casi clinici di psicosi trattati mediante l’analisi lacaniana, il concetto di desiderio non viene evocato come un qualcosa che abbia determinato cambiamenti all’interno della cura.

Nei casi clinici in cui tale concetto è menzionato, gli autori evidenziano che il desiderio non ha operato.

Nell’argomentazione di tali autori, il desiderio non-operativo procederebbe di pari passo con fenomeni invasivi ed intrusivi che rappresenterebbero un godimento delocalizzato, la cui limitazione dipenderebbe dalla sua fissazione circa le identificazioni, le metafore deliranti e pratiche di scrittura, introducendo così un limite del godimento.

Altri autori chiariscono che il desiderio non sarebbe assente dai quadri psicotici, ma che tuttavia è limitato alla paranoia, dichiarando così la sua abolizione nella schizofrenia.

In base quindi alle attuali situazioni sopra citate, le seguenti questioni meritano di essere indagate; innanzitutto, è il desiderio il patrimonio esclusivo della dicotomia nevrosi/perèversion? Quali sarebbero gli argomenti lacaniani a sostegno dell’assenza del desiderio nella psicosi? In secondo luogo, quale potrebbe essere il tipo di desiderio che opera nella psicosi?

Nel suo ritorno a Freud, la prospettiva Lacaniana re-introduce la questione del desiderio come base dell’esperienza analitica.

Il desiderio e l’inconscio per Freud camminano insieme, di pari passo; la nozione freudiana di desiderio è precocemente collegata allo sforzo verso la motilità e la differenza tra ciò che è trovato e quello che si cerca: negatività e mancanza che conducono all’insegnamento indistruttibile del desiderio.

Il desiderio inconscio diviene quindi il nucleo del nostro essere; il desiderio ci irriga, ci innerva e comprende la dimensione vitale e sessuale.

Sembra che sia il modo in cui l’istinto, grazie all’istituzione di un errore, lavora nell’inconscio, divenendo una specie di destino, un trattamento del reale del corpo.

Lacan quindi sottolinea l’importanza del desiderio nella concettualizzazione dell’esperienza analitica; re-introduce il termine di desiderio conferendogli un aspetto etico che non è inteso in senso Aristoteliano, ossia che esilia il desiderio dal dominio della ragione, ma più in linea con la proposta di Spinoza, il quale concepisce il desiderio come essenza della tipologia umana.

Questo viaggio attraversi i riferimenti, ci ricorda anche che per Lacan il desiderio è anche legato all’impulso vitale e alla libido.

Il desiderio non può essere detto, si manifesta nell’intervallo, ed è definito per Lacan come metonimia di essere nel soggetto, o la metonimia della mancanza di essere.

Questa definizione viene così mantenuta per tutta la durata del suo insegnamento; anche nel 1975, Lacan sostenne che l’inconscio determina il soggetto come essere, essendo che scompare nella metonimia in cui il desiderio è sostenuto.

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Il desiderio può essere articolato ma non è articolabile, è irriducibile alla domanda e alla necessità, non può essere nominato o setacciato, tuttavia, il desiderio può essere verificato clinicamente.

Per Lacan, il desiderio è stabilito nella dialettica della colpa. L’Altro dà al soggetto un’esperienza del suo desiderio che è la base della posizione nella struttura.

Ciò implica una certa dipendenza dal desiderio del soggetto rispetto al desiderio dell’Altro, per cui il desiderio del desiderio è la dimensione essenziale.

Il soggetto è nato nel linguaggio ed è determinato nel suo inconscio dal desiderio dell’Altro, nasce cioè da un desiderio.

Il punto è quello di essere stato desiderato; questo è quello che si trova nell’esperienza analitica, anche per coloro ai quali questa esperienza li perturbava nella loro costituzione.

Posizione nevrotica e posizione psicotica

La relazione tra il desiderio del soggetto al desiderio dell’altro non è una struttura riservata solo al campo nevrotico.

Lacan è esplicito a tal proposito, quando afferma che “è una struttura essenziale, non solo per la nevrosi, ma per ogni struttura analiticamente definita”.

Non rinuncia cioè a situare la posizione del desiderio in strutture diverse; ci sarebbero così forme diverse di desiderio in differenti strutture soggettive.

Le relazioni del desiderio divengono così il campo in cui l’esperienza analitica è articolata e ciò implica un’etica del desiderio caratteristica della psicoanalisi, un’etica che pone la questione del desiderio dell’analista.

Gli analisti sono cioè intermediari, essi presiedono l’avvento del desiderio, sono una specie di “ostetriche” del desiderio.

Se ritorniamo alle diverse strutture soggettive e alle differenti forme di desiderio, troviamo che per il nevrotico, la cui posizione nel desiderio è la fantasia, il riferimento metaforico al Nome-del-Padre annuncia i registri e stabilisce una realtà psichica edipica.

L’oggetto, a causa del desiderio, è intrappolato nel centro del nodo; il desiderio è mediato dal riferimento fallico che gli dà una misura comune e simbolizza la X del desiderio della madre.

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La funzione dei nodi paterni fa sì che il desiderio diventi una legge, quella dell’interdizione dell’incesto: ecco la pèreversion.

La X del desiderio è fissata alla fantasia che porta ad un’interpretazione. Il soggetto nevrotico ha una relazione con il desiderio per via della fantasia, a causa del fatto che la fantasia ha una funzione di sostegno del desiderio.

La situazione è diversa per il soggetto psicotico, poiché la sua condizione implica il rifiuto della referenza metaforica del padre, che è, la forclusione del Nome-del-Padre, ossia una circostanza di posizione soggettiva per Lacan.

Ma l’assenza della metafora del padre non consente una condizione di presenza del desiderio, il cui sostegno non è metafora ma metonimia.

Di conseguenza, se il Nome-del-Padre è stato rifiutato, l’effetto metaforico non si verifica e la X del desiderio materno non è simbolizzata dal significante del fallo: è per questo che il desiderio dell’Altro non è simbolizzato.

Secondo Lacan, il desiderio della madre è il desiderio fondante di tutta la struttura, e nel soggetto psicotico si pone fuori dalla simbolizzazione introdotta dalla metafora paterna, pertanto i suddetti “nodi” non si sviluppano seguendo una via edipica.

Questo argomento non è però sufficiente per dire che non vi è alcun desiderio nella psicosi, ma piuttosto che sia un desiderio non simbolizzato, senza il riferimento che introduce il fallo come significante della mancanza.

Evidentemente, l’intenzione di Lacan non è stata quella di esiliare il desiderio dal campo della psicosi. Quello che è in discussione è il riferimento che il desiderio può scontrarsi con una mancanza di significante, il fallo, ma non del desiderio stesso.

Allora la questione non sarebbe quella di un’assenza di un desiderio nella psicosi, ma quella di un desiderio che non è simbolizzato dal Nome-del-Padre.

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Cioè, un desiderio che non è legato alla legge del padre, dimensione che caratterizza la posizione dello psicotico come un rifiuto delle imposizioni paterne.

Il desiderio dello psicotico non è così “sigillato” dal consenso del padre. Un legame stretto tra il desiderio e la legge del padre ha fatto sì che il desiderio per Lacan fosse una condizione assoluta.

Il desiderio non è quindi relativo ad un’altra cosa, ma è “staccato” per via di una dipendenza da qualcos’altro. Il desiderio crea la legge, non è la legge che introduce il desiderio, in quanto esso è autonomo; è la legge stessa che proviene dal desiderio e non viceversa.

Un effetto di tale trasmissione ha invertito questa affermazione, concludendo che la legge del Padre introduce il desiderio, e secondariamente che il rifiuto psicotico del Nome-del-Padre implichi un’esclusione del desiderio.

Ma Lacan non ha mai fatto della legge o del Nome-del-Padre la condizione assoluta, perché egli la colloca nel desiderio.

In questo modo, la questione del desiderio supera il Padre, riguarda la condizione del linguaggio nella lingua e non implica necessariamente l’operazione di un riferimento metaforico.

Il desiderio offre cioè una chiave di lettura dei nodi reali, simbolici ed immaginari senza riferimento al Nome-del-Padre e senza che questo sia costituito in una condizione carente, ma semplicemente diversa.

Questa è la tesi sostenuta da Lacan dagli anni ’50 alla fine degli anni ’80, ponendo il desiderio al centro dell’esperienza analitica.

Nel 1962 egli affermò che:

la specificità della psicosi rispetto al desiderio è che, nella sua strutturazione, lo psicotico non conosce il fallo e l’Altro, quindi il corpo acquisisce tutta l’importanza”.

Esempio di questa tesi potrebbe essere trovato nella Sindrome di Cotard, secondo Lacan, in cui si rintraccia un desiderio di morte.

Tuttavia, la posizione del desiderio differisce tra la nevrosi, la psicosi e la perversione. Nel caso del desiderio psicotico, Lacan ha affermato un rapporto fondamentale con il corpo.

I riferimenti a cui ci si è ispirati all’interno del presente articolo consentono pertanto di sostenere che nella psicosi non vi sia una mancanza di desiderio, ma piuttosto l’importanza di un suo sostegno.

 

Tratto dalla rivista “Frontiers in Psychology”

 

Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro

Bibliografia

  • Lacan, J. (1966a). “La direction de la cure et les principes de son pouvoir,” in Écrits (París: Seuil), 585–646. Original work of 1958.
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