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Fonagy & Target: la mentalizzazione

Quando si parla di mentalizzazione si fa riferimento ad una competenza metacognitiva dalla quale dipendono la capacità di comprendere le manifestazioni affettive altrui, la capacità di regolazione affettiva, di controllo degli impulsi e di automonitoraggio.

Mentalizzazione fonagy targetCon il termine Mentalizzazione o Funzione riflessiva ci si riferisce a quei processi psicologici sottostanti la capacità di mentalizzare, ed è dunque da intendersi come la capacità di vedere e capire se stessi e gli altri in termini di stati mentali, cioè sentimenti, convinzioni, intenzioni e desideri.

Riguarda quindi la capacità di pensare, di compiere riflessioni sul proprio e altrui comportamento.

Volendo fornire una definizione più specifica, secondo Peter Fonagy e Mary Target la “funzione riflessiva” è “l’acquisizione evolutiva che permette al bambino di rispondere non solo al comportamento degli altri, ma anche alla sua concezione dei loro sentimenti, credenze, speranze, aspettative, progetti ecc”, cioè che “permette al bambino di leggere la mente delle persone”.

La mentalizzazione costituisce quindi una sorta di mediatore tra i fatti e le risposte dell’individuo a questi.

All’opposto, la funzione riflessiva appare compromessa in tutti quei disturbi che comportano un discontrollo degli impulsi.

L’acquisizione della funzione riflessiva è strettamente correlata allo sviluppo della “teoria della mente” che consente all’individuo di differenziare ciò che “è” da ciò che si può credere o inferire in base alle informazioni che si possiedono.

È proprio quest’ultima infatti a consentire un maggiore adattamento nelle relazioni sociali; l’individuo, dopo aver ipotizzato e valutato le intenzioni, i desideri o i pensieri, riuscirà a rispondere al comportamento di un’altra persona, senza considerare esclusivamente gli effetti concreti.

Un soggetto che invece non possiede un modello di teoria della mente, non sarà in grado di attribuire un senso ai comportamenti altrui, avvertendo un senso di mancanza di controllo sulla propria vita e l’ambiente circostante, e avrà difficoltà a relazionarli con gli altri in maniera adeguata.

Ovviamente, per comprendere la mentalizzazione, non si può trascurare la teoria dell’attaccamento; la funzione riflessiva è infatti mediata dalle relazioni di attaccamento con i caregiver, i quali devono essi stessi essere in grado di mentalizzare ed essere “sufficientemente amorevoli e riflessivi”, gettando così le basi per un attaccamento sicuro.

Il bambino infatti, inizialmente, non ha la capacità di discernere i contenuti mentali dalla realtà, ma li considera come coincidenti, la cosiddetta “equivalenza psichica”: “Ciò che esiste nella mente deve esistere nel mondo esterno e ciò che esiste all’esterno deve necessariamente esistere anche all’interno della mente”.

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La capacità di attribuire stati mentali intenzionali (credenze, aspettative, desideri) a se stessi e gli altri, non si sviluppa prima dei 4 anni di età.

Tuttavia, come ha evidenziato Daniel Stern, vi sono degli indicatori che fungono da precursori di tale attività, quali ad esempio, indicare o guardare, controllare le reazioni della madre in situazioni ambigue, che indicano, fin dal primo anno di vita, un qualche consapevolezza della mente altrui.

Tra i 6 e i 18 mesi il bambino infatti comincia a essere in grado di far interagire il suo stato mentale con quello del caregiver.

Nel caso dell’ansia ad esempio, se la madre è in grado di rispecchiare questo stato emotivo del bambino, offre al figlio la possibilità di riconoscere ciò che egli stesso, in quel momento, sta provando.

La rappresentazione che la madre elabora dello stato affettivo del bambino, viene interiorizzata dal bambino tra le rappresentazioni del proprio Sé.

Se invece il rispecchiamento della madre è qualitativamente equivalente allo stato emotivo del bambino, la percezione che egli ha del proprio disagio può tramutarsi in una fonte di paura, perdendo così il suo potenziale simbolico.

E ancora, se il rispecchiamento non è disponibile, o è contaminato dalla preoccupazione della madre, il processo di sviluppo del Sé ne verrà negativamente influenzato.

Fonagy e Target hanno quindi ipotizzato che l’armonia della relazione di attaccamento madre-bambino favorisca lo sviluppo del pensiero simbolico e che la presenza di una “base sicura” contribuisca al processo di mentalizzazione precoce.

Oltre al concetto di equivalenza psichica, il senso dell’esistenza di una realtà psichica si realizza anche attraverso la modalità del “far finta”, attraverso cui le idee sarebbero esperite come rappresentazioni, ma senza essere sottoposte ad un esame di corrispondenza con la realtà.

Questa permette infatti di tenere separata la realtà esterna da quella interna, per cui “lo stato interno è concepito come privo di qualsiasi connessione con il mondo esterno”; la modalità del “far finta” viene esperita soprattutto attraverso il gioco, infatti il bambino può ad esempio far finta che una sedia sia un carro armato, e tuttavia non aspettarsi che questa spari proiettili reali.

Intorno al quarto, quinto anno di vita le modalità dell’equivalenza psichica e del far finta vengono sempre più integrate tra loro, e il bambino riesce così a rappresentarsi gli stati mentali in quanto tali e riconosce che questi stessi stati costituiscono delle rappresentazioni che possono essere fallibili o modificabili, proprio perché è in grado di confrontarli con quanto accade nella realtà.

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Ovviamente in questo processo apparentemente semplice, il bambino necessita invece della presenza costante di un adulto che lo aiuti a sperimentare ripetutamente i suoi pensieri e i suoi sentimenti che devono a loro volta essere rappresentati o pensati nella mente del genitore, il quale dovrà poi orientarli alla realtà.

Attraverso questo processo il bambino sarà in grado di vedere la sua idea o fantasia rappresentata nella mente dell’altro, reintroiettarla e usarla come rappresentazione del suo stesso pensiero.

Durante il gioco il caregiver fornisce alle idee o sentimenti del bambino un legame con la realtà, indicandogli una prospettiva alternativa, che non è presente ancora nella mente del bambino.

Questo è fondamentale per favorire nel bambino la comprensione e accettazione delle due realtà, interna ed esterna, senza dover scindere il funzionamento dell’Io per mantenere una duplice modalità di pensiero.

In questo senso, la funzione riflessiva del genitore ha un ruolo fondamentale nel processo di adattamento alla realtà, in quanto favorisce lo sviluppo della capacità del bambino di gestire le proprie idee e affetti, così come di riflettere prima di agire.

Si può quindi ipotizzare che lo sviluppo della capacità riflessiva infantile sia direttamente influenzata dalle modalità relazionali (sensibilità, responsività e disponibilità) con le quali il caregiver esplora ed elabora il mondo percettivo ed emotivo del bambino.

La presenza di un attaccamento sicuro predispone i bambini a beneficiare di tutti quei processi interattivi sociali che agevolano la comprensione delle dinamiche interpersonali, così come lo sviluppo di tutti quei processi metacognitivi che sono fondamentali per l’organizzazione del Sé.

Nelle famiglie in cui la capacità riflessiva del genitore è molto compromessa o nei casi di abuso infantile, viene a mancare la possibilità per il bambino di sperimentare i propri stati mentali attraverso l’identificazione con lo stato mentale dell’oggetto.

La mancanza di rispecchiamento emotivo, o un rispecchiamento con un genitore che lo maltratta, non permette al bambino quella comprensione condivisa che costituisce la base del Sé riflessivo.

Il bambino, in questo caso, ricorre ad alcune strategie drastiche come l’evitamento e l’aggressività. La presenza di un trauma, inteso come esperienza sovrastante, impedisce l’integrazione delle due modalità di funzionamento psichico: quella dell’equivalenza psichica e quella del far finta.

Il maltrattamento, l’abuso, e la negligenza fisica/emotiva da un lato rinforza la modalità dell’equivalenza psichica perché spinge il bambino a diffidare da qualunque situazione giocosa, vista come minacciante e tenderà inoltre a diffidare dell’esperienza interna, poiché quest’ultima è sovrastata dalla presenza di un oggetto interno (abusante) che per lui risulta terrificante e incomprensibile.

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L’abuso rinforza però anche la modalità del far finta, vissuta come unica modalità difensiva atta ad interrompere la connessione terrificante tra i suoi stati interni e la realtà esterna.

In questo modo viene minato l’accesso alla mentalizzazione, in quanto, l’unico modo di proteggersi è per il bambino quello di imparare a temere le menti altrui che appaio false e dagli intenti malevoli.

I bambini maltrattati non riescono infatti a trovare il proprio “essere intenzionale” nella mente del caregiver; a differenza di loro coetanei non maltrattati, durante il riconoscimento di se stessi allo specchio, manifestano affetti negativi o neutrali e presentano ritardi o difficoltà nel linguaggio produttivo, ossia un utilizzo quantitativamente limitato dei vocaboli utili ad indicare stati cognitivi e credenze.

Una ricerca condotta da Fonagy e collaboratori presso la Menninger Clinic, su bambini maltrattati dai 5 agli 8 anni, ha rilevato la presenza di deficit specifici nei compiti che richiedevano una mentalizzazione, soprattutto tra quei bambini che erano in carico per abusi sessuali o fisici.

Questi risultati suggeriscono che il maltrattamento può spingere i bambini a ritirarsi dal mondo mentale. Il loro attaccamento disorganizzato è la conseguenza di una disperata ricerca di vicinanza fisica mentre cercano di creare una distanza mentale.

L’attaccamento disorganizzato determinerebbe poi nel soggetto un successivo disadattamento, attraverso il rinforzo di modelli operativi interni caratterizzati da ansia, paura, rabbia e sfiducia.

Quando il bambino non ha l’opportunità di sviluppare una rappresentazione coerente del Sé mediante il rispecchiamento materno, egli finirà con l’internalizzare l’immagine non congruente del caregiver come una parte della rappresentazione di Sé.

Come ha suggerito Winnicott, nel momento in cui il bambino non riesce a trovare riflesso il proprio stato presente, interiorizzerà, lo stato proprio della madre come parte della struttura del Sé.

Nel caso in cui si trovasse di fronte ad un genitore abusante o spaventato, il bambino assumerebbe, come parte di sé sia i sentimenti di rabbia e odio nutriti dal genitore e sia l’immagine spaventosa e ingestibile che egli possiede di lui, assumendo su di sé un “Sé alieno”, quello del genitore.

Il comportamento ipercontrollante del bambino con una storia di attaccamento disorganizzato può essere quindi letto come la persistenza di una modalità difensiva in cui l’esperienza incoerente nel Sé è mitigata attraverso l’esternalizzazione del Sé alieno nell’altro.

Nella vita adulta, tale rappresentazione del sé si manifesterà con un enorme bisogno di controllare gli altri. Gli uomini violenti hanno, a tal proposito, bisogno di stabilire una relazione all’interno della quale la partner funga da veicolo per gli stati intollerabili del Sé.

Essi manipolano la relazione in modo da generare in lei quell’immagine di loro stessi di cui non vedono l’ora di liberarsi e ricorrono alla violenza nel momento stesso in cui l’esistenza autonoma dell’altro minaccia questo processo di esteriorizzazione.

L’atto violento ha quindi una duplice funzione: ricreare e sperimentare il Sé alieno all’interno dell’altro e distruggerlo nella speranza inconscia che scompaia per sempre.

Tra gli obiettivi terapeutici favorenti la mentalizzazione con i bambini, Fonagy e Target sottolineano l’importanza di: influenzare i processi mentali modificando le rappresentazioni di sé e degli altri; sviluppare rappresentazioni interne degli affetti che aiutino il bambino a padroneggiare i propri sentimenti; aiutare il bambino a distinguere l’interno dall’esterno, il reale dall’irreale; stabilire una reciprocità di dare e avere; sviluppare la capacità di tollerare la frustrazione e posporre la gratificazione.

Lo scopo del trattamento è quindi quello di sviluppare un processo terapeutico in cui la mente del paziente diventi il focus del trattamento; per il paziente l’obiettivo è quello di scoprire qualcosa di più sul modo in cui sente e pensa se stesso e gli altri, come questo determini le sue risposte e quali errori nella comprensione di sé e degli altri diventano azioni tese a mantenere una stabilità e a dare significato a sentimenti incomprensibili.

Bibliografia

  • FONAGY P, STEEELE M., STEELE H., TARGET M. (1998), Reflective-Functioning Manual. Version 5, University College London, London.
  • Fonagy P. e Target M. Playing with reality: III. The persistence of dual psychic reality in borderline patients, International Journal of Psycho-Analysis. – 2000. – 81. – p. 853-873.

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

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