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Il “cervello depresso”: quali cambiamenti genera la psicoterapia?

Una nuova ricerca pubblicata nella rivista “Psychiatry Research: Neuroimaging” ha evidenziato come la psicoterapia cognitiva-comportamentale e la psicoterapia psicodinamica apportano cambiamenti cerebrali chiave nelle aree di elaborazione emotiva.

il cervello depresso quali cambiamenti genera la psicoterapiaNegli ultimi anni, le neuroscienze hanno cercato di indagare e delineare i correlati neurali dei cambiamenti generati dalla psicoterapia.

Una comprensione di questo tipo non solo aiuta a comprendere i processi precisi di come agisce la psicoterapia, aiutando così a concentrarci su tali aspetti, ma anche a mostrare dove gli interventi farmacologici potrebbero essere complementari e dove potrebbero invece ostacolare direttamente il lavoro terapeutico.

Una nuova ricerca pubblicata nella rivista Psychiatry Research: Neuroimaging, ha delineato tutto ciò che si conosce finora su come la psicoterapia cambia il cervello depresso, suggerendo cambiamenti chiave nelle aree di elaborazione emotiva.

Un gruppo internazionale, guidato da Cynthia Fu dell'Istituto di Psichiatria, Psicologia e Neuroscienze della Univerity of East London, ha condotto una revisione della letteratura sull'imaging cerebrale cercando in particolare gli studi che hanno scoperto i cambiamenti cerebrali associato al recupero dalla depressione in seguito a varie forme di psicoterapia, compresa la psicoterapia cognitiva-comportamentale (CBT) e la psicoterapia psicodinamica.

I 17 documenti che hanno raccolto hanno suggerito alcuni modelli coerenti, come la diminuzione dell'attività nell'amigdala dopo la terapia quando si osservavano sia stimoli emotivi che più neutri, ma vi erano risultati occasionali che erano più difficili da inquadrare: per esempio uno studio mostrava maggiore attivazione nelle aree ippocampali mentre un altro studio ha trovato meno attivazione nella stessa regione.

Questa incoerenza è prevedibile per un dominio ancora giovane dell'investigazione, specialmente quando laboratori diversi stanno sperimentando diversi progetti di studio, quindi non dovrebbe essere sottovaluta.

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Tuttavia, è stata condotta una meta-analisi su cinque studi in cui si è chiesto ai volontari con depressione di guardare immagini emotivamente salienti durante la scansione cerebrale, prima e dopo aver intrapreso la psicoterapia.

Questa ha dimostrato che, dopo la psicoterapia cognitiva-comportamentale, i pazienti con depressione maggiore hanno mostrato meno attivazione nel giro precentrale sinistro.

Questa area è nella corteccia prefrontale del cervello che è coinvolta in processi di pensiero e riflessione.

Le persone depresse mostrano più attività in quest'area durante le attività emotive, il che sembra riflettere la loro tendenza a sovra-elaborare e ragionare su pensieri e preoccupazioni.

Come tale, la riduzione dell'attività della corteccia prefrontale dopo la psicoterapia può indicare l'efficacia della stessa nel scoraggiare tali stili cognitivi negativi – prendere le cose per quello che sono piuttosto che utilizzarle come trampolino di lancio per contemplare uno scenario peggiore.

Un altro risultato è stato che, dopo la CBT o la psicoterapia psicodinamica, i pazienti mostravano più attivazione nel cingolo rostrale sinistro e anteriore.

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Questa area del cervello è fortemente connessa con le regioni centrali di elaborazione delle emozioni, incluso avere un effetto di soppressione sull'attività nell'amigdala.

Le prove suggeriscono già che le connessioni tra il cingolato anteriore e l'amigdala sono più deboli nella depressione maggiore, spiegando perchè le emozioni possono essere vissute come più opprimenti. Quindi sembra che uno degli effetti della psicoterapia possa essere il ristabilimento di questa connessione danneggiata.

La meta-analisi non può dirci esattamente come, ma una possibilità è attraverso tecniche come la “ristrutturazione cognitiva”, intesa come il trovare nuovi modi di interpretare esperienze difficili.

L'autrice, insieme al resto del team, sottolineano che siamo ancora agli albori per fornire risposte specifiche e dare un senso alle relazioni tra i cambiamenti cerebrali e la risposta clinica, in particolare l'entità del miglioramento – ad esempio, quando un piacere nella vita determina cambiamenti in una particolare regione del cervello?

Per ora, stiamo ancora sfruttando l'enorme compito di mappare il modo in cui il processo psicoterapeutico si svolge nel tessuto neurale dei nostri cervelli”.

È uno sforzo che vale la pena continuare, come Sankar e colleghi spiegano:

Comprendere i meccanismi dei trattamenti sull'attività cerebrale ha il potenziale per sviluppare biomarcatori diagnostici e identificare nuovi bersagli per forme benefiche di trattamento”.

 

A cura della Dottoressa Giorgia Lauro

 

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