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Il significato del sorriso nella relazione paziente-terapeuta

Perchè alcuni pazienti ridono o sorridono mentre raccontano la propria esperienza traumatica? È una modalità conscia o inconscia di difendersi o difendere il terapeuta? Qual è il significato che si cela dietro di esso? Come può interpretarlo il terapeuta?

sorriso paziente terapeutaLa Dottoressa Lisa Ferentz, psicologa e psicoterapeuta, fondatrice dell'Institute for Advanced Psychotherapy Training and Education, ha raccontato come all'interno della pratica clinica diversi pazienti abbiano spesso condiviso ricordi fortemente traumatici legati all'abuso infantile.

La peculiarità di ciò, riguarda il fatto che la Dottoressa Ferentz ha notato come tali racconti fossero accompagnati da risate e sorrisi.

Ciò che risultò ancora più interessante era come questa totale disconnessione tra la narrazione e l'emozione non veniva completamente riconosciuta dai pazienti.

Quando la Dottoressa li invitò a riflettere su tale aspetto, essi non presentavano una consapevolezza cosciente rispetto all'aver sorriso o riso.

Hanno poi ammesso di sentirsi in colpa per aver “accoppiato” del materiale traumatico a delle emozioni che sono tipicamente associate alla felicità.

La realtà però, è che questo non è un fenomeno insolito; sorridere o ridere mentre si raccontano esperienze dolorose può assolvere diverse funzioni.

È importante elaborare l'intenzione più profonda e la comunicazione non verbale che spesso si esaurisce quando l'affetto appropriato non corrisponde al contenuto.

A tal proposito, la Dottoressa Ferentz, suggerisce alcune possibile ragioni da esplorare in terapia. In primo luogo osserva che sorridere quando si parla di traumi è un modo per ridurre al minimo l'esperienza traumatica.

Questo aspetto vuole sottolineare come ciò che è accaduto “non è stato poi così male”; questa è una strategia comune che i sopravvissuti al trauma utilizzano nel tentativo di mantenere una connessione con i loro carnefici, in quanto spesso anche loro familiari.

Se possono diminuire la gravità di ciò che è stato fatto loro, possono restare comunque in relazione con tali persone, nonostante siano stati traditi o violati da loro.

Secondariamente, la risata può essere una difesa che protegge il sopravvissuto al trauma dal sentire in profondità il dolore effettivo.

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Molti sopravvissuti credono che se non ridono le loro esperienze possano connettersi a sentimenti quali la rabbia, la disperazione, la delusione o la tristezza.

La paura più profonda è che essi saranno inondati e sopraffatti se queste emozioni saranno identificate e vissute completamente.

La paura profonda è spesso associata ad una perdita del controllo, mentre la risata assolve, in tal senso, la funzione contraria.

La Dottoressa Ferentz, proseguendo nel suo excursus, sottolinea come spesso ridere o sorridere durante la divulgazione di un evento traumatico, possa essere un indicatore di imbarazzo o di vergogna.

Ci vuole molto coraggio per parlare apertamente di esperienze umilianti e “invalidanti”; alcuni sopravvissuti presentano profondi sentimenti di autocritica e altri pensieri distorti e imprecisi sul ruolo che credono di aver giocato nel loro abuso.

La risata è quindi un modo per comunicare tale imbarazzo e può anche servire da distrazione per cortocircuitare ulteriormente l'esplorazione delle loro esperienze traumatiche.

Sorridere o ridere durante il racconto di un'esperienza traumatica, può inoltre fornire delle informazioni sulle modalità relazionali con la propria famiglia di origine.

Spesso l'incapacità di accedere o esprimere emozioni specifiche in età adulta è l'inevitabile sottoprodotto di non aver appreso, nell'infanzia, come modellarle e normalizzarle.

Quando le esperienze dolorose sono radicate nella famiglia o c'è una regola rigida che sancisce come alcuni sentimenti sono inaccettabili e quindi inesprimibili, i bambini perdono la capacità di acquisire la padronanza di un'espressione sana e appropriata di quelle emozioni.

Sono anche informazioni sulla forte possibilità che sia fisicamente o emotivamente pericoloso esprimere rabbia o tristezza; a tal proposito, molti pazienti presumono che tale pericolosità sia da estendere anche all'ufficio del terapeuta.

Da un punto di vista terapeutico, sorridere è probabilmente una modalità per respingere la compassione o l'empatia del terapeuta; quando i clienti rivelano qualcosa di tragico in assenza di un affetto appropriato, il forte messaggio che può arrivare al terapeuta è “non prendere troppo seriamente il mio dolore”.

Questo può essere un tentativo cosciente o inconscio di “limitare” le risposte compassionevoli, in quanto sconosciute ai sopravvissuti.

Questo è particolarmente vero per quei soggetti che hanno vissuto un contesto familiare privo di empatia e di conforto; le parole gentili possono infatti essere mal interpretate, creare sospetti e mettere in discussione il terapeuta, o farli sentire troppo vulnerabili.

La risata potrebbe riferire che il loro trauma non è poi così importante, perchè loro non sono così importanti.

Alcuni sopravvissuti usano la risata per spostare l'asse del discorso da una più profonda esplorazione delle proprie esperienze perchè non si sentono degni di tale attenzione.

Ridere o sorridere è un modo per dire “andiamo avanti e parliamo di qualcos'altro”; molti di questi pazienti non hanno una buona forza dell'Io o autostima per credere di meritare la giusta attenzione.

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Sorridere potrebbe poi essere un ulteriore modo per comunicare che non si dispone degli strumenti adatti a gestire le emozioni negative.

Anche se molti clienti non ne parlano apertamente, molti di loro sono ansiosi e temono che se questi arrivano in superficie, non sapranno navigarli e gestirli in modo efficace.

In questo caso, sorridere è una strategia di coping creativa ed è anche un importante promemoria per il terapeuta rispetto al fatto che i loro clienti richiedono più risorse per la regolazione degli affetti prima di andare avanti con il lavoro di recupero traumatico.

Infine, sorridere, potrebbe essere un modo per proteggere i terapeuti; molti clienti si sentono protetti dai sentimenti dei loro terapeuti e temono che la condivisione di esperienze traumatiche gravi possa sopraffare, spaventare o disgustare i loro terapeuti.

Sconfiggendo il loro dolore cercano di ridurre al minimo gli sconvolgimenti che credono di poter causare; ridere mentre raccontano qualcosa di dolorose è un modo per dire “Sto bene, non devi prenderti cura di me”.

In tal senso, sono proprio i pazienti che stanno tentando di prendersi cura dei loro terapeuti.

Sulla base di quanto esposto è quindi importante riconoscere che molti sopravvissuti al trauma hanno un vero e proprio senso dell'umorismo.

È altrettanto importante essere in grado di comunicare il proprio dolore con emozioni che siano in sintonia con l'esperienza in modo tale che il dolore possa essere testimoniato e confortato, così da favorire un'elaborazione e guarigione autentica.

Quando i terapeuti inviato i pazienti a notare che le espressioni emozionali non sono sincronizzate con le loro narrazioni, creano un'occasione per i clienti di riconnettersi con una genuina tristezza, rabbia e ogni altra sensazione legittima che il trauma può evocare.

 

Tratto da PsychologyToday

 

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

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