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Introduzione alla Psicoterapia delle Parti

Dalla Natura alla Cultura. Le Parti in dotazione.

Introduzione alla Psicoterapia delle PartiUn ponte fra la Teoria dell’Apprendimento, la Psicologia dell’Età Evolutiva e la Psicoterapia.

Il video che vedete qui sotto è titolato: Children see, children do. E’ del 2006 e fu commissionato come PSA – Public Service Announcement (la nostra Pubblicità Progresso) dalla Australia’s National Association for Prevention of Child Abuse and Neglect.

Al momento della pubblicazione di questo mio articolo su Psicologi-Italiani, il video ha avuto 895.231 contatti.

Ritengo che la mission di questo video sia far riflettere su come i bambini apprendano imitando i loro genitori.

Le neuroscienze chiamano in causa i neuroni specchio per questa capacità. Vorrei gettare un ponte fra la Teoria dell’Apprendimento, la Psicologia dell’Età Evolutiva e la Psicoterapia.

Quando ero agli inizi della mia formazione (allievo della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Torino), era attiva una diatriba fra le posizioni vicine alla Psicologia Evoluzionista (Giovanni Liotti) versus il Costruttivismo (Vittorio Guidano).

A mio avviso l’uomo nasce con una forma di cablaggio neurale molto labile, se confrontato con gli altri primati.

Il neonato non è in grado di conoscere in anticipo le caratteristiche bio-sociali dell’ambiente che lo accoglierà. Saranno i miei genitori accudenti? distaccati e rifiutanti? Imprevedibili ed intrusivi? Problematici e disfunzionali? Boh!?

Ne consegue che il mandato evolutivo (predeterminato) impone al cucciolo di uomo di essere costruttivista, in modo da potersi adattare ad una nicchia ecologica imprevedibile!

Così le due posizioni, quella evolutiva e quella costruttivista si amalgamano e possono coesistere.

Se volete approfondire la questione vi segnalo il seguente articolo di Ron Mallon e Stephen Stich, da cui ho tratto ispirazione:The Odd Couple: The Compatibility of Social Construction and Evolutionary Psychology.

Se facciamo nostra questa prospettiva, allora potremmo leggere le varie forme sintomatologiche come forme di adattamento, da parte del bambino, alla nicchia bio-sociale di appartenenza, senza assumere una posizione patologizzante ante litteram. 

Quindi, anche se siamo predisposti per apprendere, non possiamo dire di essere tabula rasa, in quanto l’apporto della nostra storia evolutiva è, ovviamente, innegabile. Secondo John Bargh, tre forme di passato influenzano le nostre azioni:

  • quello evolutivo o di specie
  • quello personale, ovvero le esperienze dei primi anni di vita
  • quello culturale.

Quando parla di cultura Bargh la definisce: “l’acqua in cui nuotiamo”. Pregevoli sono i suoi studi in cui dimostra come gli americani (degli USA), benché siano passati 400 anni, risentano ancora di due influenze culturali fondamentali: la visione protestante per cui si ottiene il paradiso attraverso il duro lavoro e quella puritana di impronta sessuofobica. Ciò non si riscontra nei Canadesi e negli anglosassoni europei.

L’indagine sul nostro passato evolutivo è appannaggio della Psicologia Evoluzionista.

Uno dei suoi massimi esponenti è, a mio avviso, lo psicologo sociale Douglas T. Kenrick.

Nel suo libro: Sex, Murder and the Meaning of Life (traduzione it. Sesso, crimini e il senso della vita. Indagine sulla natura umana. 2014; Il Saggiatore), l’Autore dedica il sesto capitolo ai Subselves.

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Trattandosi di uno psicologo sociale ad orientamento evoluzionista, i Subselves di cui parla, sono quelli che ereditiamo dalla nostra storia di specie.

Gli psicologi clinici hanno già incontrato questo aspetto della nostra psiche. Ognuno lo chiama in un modo diverso. Fra i tanti termini possiamo annoverare gli Action Systems di Pierre Janet, i Complessi di Karl Gustav Jung, i Sistemi Motivazionali Interpersonali di Gianni Liotti o i CIRCUITI EMOTIVI di Jaap Panksepp (usa le maiuscole per differenziare il circuito dalla emozione in quanto tale che ne è solo una sub-componente).

Quali sono i Subselves che Kenrick individua? Eccovi l’elenco:

  • The team player: il cui compito è sapere di chi fidarsi.
  • The go-getter: sensibile alla posizione di status. Riconosce chi sta su e chi sta giù nella gerarchia della dominanza.
  • The night watchman: il cui compito è elaborare informazioni sulla sicurezza personale (vedi Stephen Porges e il suo concetto di Neuroception, che tratterò estesamente in futuro).
  • The compulsive: il cui compito è quello di evitare le malattie (avete presente i DOC?)
  • The swinging single: si focalizza sulle possibilità di accoppiamento sessuale. A seconda dei sessi, le versioni differiscono per quanto concerne gli indizi che segnalano il buon partner per l’accoppiamento.
  • The good spouse: si focalizza sul mantenimento della relazione con il partner sessuale.
  • The parent: si concentra sulle minacce e sulle opportunità in relazione alla propria progenie.

Proviamo a pensare alle varie possibilità in cui più subselves vengono chiamati in causa con i loro specifici e, spesso, divergenti obiettivi.

Proviamo a pensare cosa può accadere alla nostra personalità se, nei primi anni di vita alcuni accadimenti rinforzino un subself a scapito di un altro e che quest’altro, da adulti, risulti essere indispensabile per il nostro percorso di vita.

Non si nasce timidi, con scarsa propensione all’azione e sospettosi.

Le Parti Acquisite

Prima di esplorare le complesse dinamiche di un conflitto sarà il caso di entrare in confidenza con il concetto di Parti Acquisite.

Cominceremo con una citazione: “Spesso le persone provano sensazioni dolorose o impulsi distruttivi che causano difficoltà nella loro vita. Questa è spesso la ragione che le porta a cercare un aiuto attraverso la psicoterapia.

A volte le persone sono turbate da emozioni ed impulsi che appaiono loro completamente privi di senso. Allora provano a maneggiare questi sentimenti irrazionali contrastando gli impulsi e criticando le emozioni. Per un po' la cosa sembra funzionare, ma nel lungo periodo ciò risulterà inefficace e, come vedremo, produrrà i suoi effetti di ritorno.

In realtà queste emozioni e questi desideri problematici provengono da parti di noi stessi che di solito vengono chiamate “sottopersonalità”. Nell’approccio IFS si farà uso del termine “parti”. Queste parti sono come delle parti di noi più giovani, ognuna delle quali caratterizzata da sentimenti propri, proprie motivazioni ed una propria visione del mondo.

Queste non sono solamente sentimenti irrazionali o impulsi-fuori-controllo. Queste funzionano come delle personcine interiori che stanno cercando di fare del loro meglio per gestire il lo sconforto ed il dolore.

Quando assumiamo questo punto di vista, possiamo accorgerci che è inutile cercare di contrastare queste parti, sopprimerle o giudicarle. Esse stanno semplicemente cercando di proteggerci nel loro modo (distorto). Infatti, se ci mettiamo a combattere le nostre parti, queste ci combatteranno e se cercheremo di disfarcene, esse si sentiranno ancor più sole e indegne di quanto non si siano mai sentite”.

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Gli approcci terapeutici che fanno proprio il paradigma delle Parti sono veramente tanti e non è questa la sede per approfondire il tema. Per chi fosse interessato, a richiesta, fornirò copia della mia tesi di specializzazione presso il CIICS – Centro Italiano Ipnosi Clinico Sperimentale, dal titolo: “L’Ipnosi e la Terapia delle Parti”. (ivanoancora @ gmail.com).Cosa ne dite. Riuscite ad intuire in voi la presenza delle Parti?

Chi chiede aiuto in psicoterapia non solo ha una esperienza diretta delle Parti, ma il più delle volte è come se le subisse.

Il mandato iniziale sarebbe, dunque, quello di eliminarle per via del dolore o dei problemi che queste causano nel presente.

Ma quanto più analizziamo la genesi di questi circuiti e quanto più ne approfondiamo la conoscenza della loro funzione, tanto più siamo propensi ad una lettura depatologgizante.

Uno dei primi obiettivi che mi pongo potrà sembrare paradossale ma è quello di condividere con il paziente l’intenzione di conoscere meglio le parti, la curiosità intrinseca ad ogni lavoro di ricerca ed esplorazione.

Ma prima di proseguire su questa strada, sarà il caso di vedere in che condizioni è il suo Night Watchman.

Il Sistema di Sicurezza.

Stiamo per entrare in uno degli argomenti fondamentali per comprendere come funziona la psicoterapia.

Abbiamo accennato alle subpersonalità o parti. Abbiamo visto che per Kendrik (e per tanti altri) ce ne sono di predefinite dal nostro retaggio evolutivo ed abbiamo incontrato il Night Watchman (o Guardiano Notturno).

Come funziona? Abbiamo una buona teoria che attraverso la ricerca neuroscientifica giustifichi questa figura metaforica e ne evidenzi i meccanismi?

Secondo me la risposta è affermativa e ci rimanda al lavoro di Porges: la Teoria Polivagale.

La Teoria Polivagale costituisce, a mio avviso, un salto paradigmatico.

Prima della sua formulazione, il Sistema Nervoso Autonomo era descritto come composto da:

  • Il Sistema Nervoso Simpatico
  • Il Sistema Nervoso Parasimpatico

Ogni teorizzazione in merito alla omeostasi del sistema parlava di bilanciamento di queste due componenti, la prima attivante e la seconda inibitoria.

Porges scopre che le vie del parasimpatico sono in realtà due, dipendenti da due diverse strutture del nervo vago (da qui il termine polivagale).

Questa la nuova classificazione in ordine di comparsa nel nostro percorso evolutivo:

  1. Parasimpatico (attivazione della porzione Dorso Vagale del nervo vago). 500 milioni di anni fa. Risponde alla percezione di una minaccia mortale. Protegge il sistema attraverso l’immobilizzazione e la conservazione dell’energia. Se attivato, porta al collasso.
  2. Simpatico. 400 milioni di anni fa. Risponde alla percezione del pericolo. Permette la possibilità di sopravvivere attraverso il movimento e l’abilità di agire attivamente per cercare una via di fuga o di rimozione del pericolo. Se attivato produce una risposta di fuga o di combattimento (flight/fight response).
  3. Parasimpatico (attivazione della porzione ventro vagale del nervo vago). 200 milioni di anni fa. Segnala l’assenza di pericolo (safety). Presente solo nei mammiferi. Permette la co-regolazione del nostro stato attraverso la connessione con gli altri (social exchange). Potenzia le capacità cognitive. Se attivato inibisce i precedenti.

Cosa fa allora il nostro Night Watchman? Scansiona perennemente il nostro ambiente ponendosi sempre un’unica domanda: “sono al sicuro o no”?

In relazione alla valutazione conseguente, attiva le strategie di risposta descritte sopra nei punti 1. e 2.

Questo tipo di valutazione è subliminale e veloce. Richiede pochi millesimi di secondo e non è mediata da alcun meccanismo cognitivo!

Con la Teoria Polivagale, finalmente il paziente potrà superare i propri sensi di colpa per, ad. esempio, “non aver fatto niente!”. La depatologizzazione del sintomo trova una sua base scientifica!

Come scrive Deb Dana:
“Noi veniamo al mondo cablati per connetterci. Fin dal nostro primo respiro ci imbarchiamo in una sempiterna impresa per sentirci al sicuro nei nostri corpi, nei nostri ambienti e nelle nostre relazioni con gli altri. Il Sistema Nervoso Autonomo è il nostro personale sistema di sorveglianza, sempre intento a chiedersi “questa cosa è inoffensiva ? (safe)”. Il suo obiettivo è quello di proteggerci sentendo se una cosa è innocua o comporta dei rischi, ascoltando momento dopo momento ciò che sta accadendo dentro e intorno ai nostri corpi e nelle connessioni che abbiamo con gli altri. Questo ascolto avviene ben al di sotto della nostra consapevolezza e ben al di là del nostro controllo conscio”

In questa citazione incontriamo le tre dimensioni del pericolo:

  1. La prima dimensione è quella enterocettiva e sensoriale che risponderebbe alla domanda: “Come sta il mio corpo?”. La dimensione in questione è quella della omeostasi biologica, quella dei bisogni di sopravvivenza primari: fame, sete, riposo, temperatura, salute, ecc. (D. Kenrick metterebbe a questo livello il compulsive, piuttosto che il Night Watchman. Si veda la parte 1. dell’Articolo).
  2. La seconda dimensione riguarda il rapporto fra risorse personali e ambiente fisico. La domanda in questione è: “Come sto in questo luogo? Corro qualche rischio per la mia incolumità fisica. Sono incolume? (safe, non ci sono pericoli), sono al sicuro? (secure, il pericolo c’è, ma non può danneggiarmi), il rischio è troppo?, il gioco vale la candela (rapporto rischi/benefici)
  3. La terza dimensione riguarda quella sociale/interpersonale. La domanda cruciale è: “Posso fidarmi di costui?, O è un pericolo per me?”

Ogni livello, ovviamente prevede strategie comportamentali differenti, da parte dell’infante/bambino.

Il livello della sicurezza primaria (si veda la Piramide di Maslow), se messo a repentaglio, attiva quello che i clinici chiamano Sistema dell’Attaccamento, caratterizzato da tutti quei comportamenti che segnalano disagio e/o sofferenza. Questo è il livello che, se stimolato, innesca quello che Jaap Panksepp chiama il circuito del PANICO.

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Nel consesso umano, l’attivazione di questo circuito da parte del piccolo della nostra specie, produce l’attivazione del sistema dell’accudimento (circuito del CARE, per Panksepp), in primis da parte delle figure genitoriali.

In realtà nella situazione in cui questo circuito si sviluppa, ovvero all’interno di un gruppo di cacciatori-raccoglitori, qualsiasi adulto si occuperà di un bambino che manda segnali di sofferenza. Quando al gruppo-villaggio si sostituirà la famiglia allargata e poi quella mononucleare, assisteremo all’intervento quasi esclusivo dei genitori (principalmente della madre).

Il secondo livello, quello della sicurezza fisica, prevede una richiesta di aiuto da parte del bambino. Anche qui assisteremo ad una risposta da parte dell’adulto di riferimento. In questo caso non sarà di tipo accudente, bensì, in prima istanza, di tipo protettivo, volta alla eliminazione della minaccia.

Quanto sopra descritto si può riassumere in un’affermazione fin troppo scontata: senza uno o più adulti che si occupino del piccolo, quel piccolo è morto!

Ne consegue che l’assenza di un adulto, quando il bambino si percepisce nelle condizioni di bisogno sopra descritte, equivale ad una percezione di morte.

Il terzo livello comporta delle complicazioni cliniche non indifferenti. Questo è il livello in cui il nostro caro Night Watchman si chiede: “posso fidarmi di costui/costei?”.

Ipotizzate che la risposta sia NO! E che si riferisca proprio a quell’Adulto che si dovrebbe occupare dei nostri bisogni. Cosa accadrebbe? E’ questa l’area dell’Abuso (fisico, psicologico, sessuale). La dimensione clinica in cui al dolore si accompagna il tradimento della fiducia. L’area in cui la sofferenza è agghiacciante, fuor di metafora.

Non è un caso, probabilmente, che Dante Alighieri ponga nell’ultimo girone dell’Inferno coloro che hanno tradito la fiducia e che li immagini nel Cocito: un lago ghiacciato in cui costoro sono incastrati. D’altronde le migliori metafore nascono dal corpo!

La Teoria dell’Attaccamento.

Il fatto che per completare lo sviluppo cerebrale nella nostra specie ci vogliano più di 20 anni ha le sue conseguenze.

Se, nasciamo cablati per connetterci, le “istruzioni” definiscono l’obiettivo, non il come possiamo raggiungerlo.

L’assunto fondamentale della Teoria dell’Attaccamento afferma che: “For infants and toddlers, the ‘set-goal’ of the attachment behavioral system is to maintain or achieve proximity to attachment figures, usually the parents”. Per i neonati e per i bambini, l’obiettivo del sistema comportamentale dell’attaccamento è quello di mantenere o raggiungere la prossimità con le figure d’attaccamento, di solito i genitori (wikipedia.en 2015: “Atthachment Theory”).

In condizioni di prossimità fisica il sistema dell’attaccamento non è attivo ed il bambino può dirigere la propria attenzione verso l’ambiente circostante.

La Teoria dell’Attaccamento analizza solo una specifica condizione delle relazioni umane: come gli esseri umani rispondono, all’interno delle relazioni, quando sono feriti, quando sono separati da coloro che amano o quando percepiscono un pericolo (wikipedia.en 2015).

Più che di teoria, potremmo parlare di scoperta in quanto gli assunti fondamentali che andremo fra poco a descrivere, sono stati comprovati nei più disparati contesti socio-culturali. Ciò significa che ci troviamo di fronte a qualcosa di universale, quindi, di biologico.

Il termine Teoria dell’Attaccamento lo si deve a John Bowlby, il capostipite degli studiosi di questo specifico circuito bio-psico-comportamentale.

Per meglio addentrarci nell’argomento, occorre familiarizzare con gli assunti base:

  1. La Teoria dell’Attaccamento studia la relazione fra il bambino e la sua Figura d’Attaccamento (FdA).
  2. La suddetta relazione produce, nel bambino, prevedibili modalità comportamentali che definiamo Stili di Attaccamento.
  3. Un determinato Stile di Attaccamento trova un suo corrispettivo nella FdA che chiameremo Stile di Accudimento.
  4. Lo Stile di Attaccamento si acquisisce nei primi mesi di vita per via implicita, ovvero, inconscia, non mediata dalle categorie cognitive.
  5. Lo Stile di Attaccamento persiste nel tempo e determina, in particolari circostanze, il nostro comportamento.

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Come siamo giunti a queste scoperte? Fino a che punto il nostro passato ci può determinare? L’acquisito che proviene dalla nostra più remota storia personale è il nostro Destino o il nostro Fato?

Piccola digressione semantica: il Fato è qualcosa che non possiamo evitare. Dal momento che siamo nati, la prospettiva del vivere, crescere e morire costituisce il nostro Fato.

Come vivere, come crescere e (si spera) come affrontare la Morte è il nostro Destino, ne consegue che esso è nelle nostre mani.
Sebbene ci siano potenti servomeccanismi che ci servono per adattarci (vedi John Barg, 2018) ed andare avanti nella  vita e sebbene lo Stile di Attaccamento sia uno di questi, essi non sono immutabili.

Pochi anni fa una affermazione del genere era considerata una eresia. Ma le più recenti scoperte in termini di Neuroplasticità e Memoria affermano il contrario.

 

Bibliografia

Bargh, J.: “A tua insaputa. La mente inconscia che guida le nostre azioni”. Bollati Boringhieri. 2018.
Bowlby, J: “Attachment and Loss, Vol. 1. Attachment (Pelican ed.), London: Penguin Books [Traduzione it.: “Attaccamento e perdita.” Vol.1. Bollati Boringhieri. 1999.
Dana, D.: “The Polyvagal Theory in Therapy. Engaging the Rythm of Regulation”. W. W. Norton Co. 2018.
Dante Alighieri: “La Divina Commedia”.
Hrdy, S.B: “Mothers and Others. The Evolutionary Origins of Mutual Understanding.” Harvard University Press. 2009.
Panksepp J.: “Archeologia della mente. Origini neuroevolutive delle emozioni umane”. Raffaello Cortina. 2014Porges, S.W.: “Orienting in a Defensive World: Mammalian modification of our evolutionary heritage. A Polivagal Theory”. Psychophysiology. 1995’ 301-318.
Wikipedia.en. (2015) voce: “Attachment Theory”

 

(Articolo a cura del Dottor Ivano Ancora)

 

 

 

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