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L'identificazione con l'aggressore

La denominazione “identificazione con l'aggressore” è stata coniata da Sandor Ferenczi per riferirsi ad un comportamento paradossale che può essere inteso come meccanismo di difesa in cui sono coinvolti una vittima ed un aggressore.

identificazione con l aggressoreLe relazioni possono spesso portare a momenti di malessere, disagio o angoscia. Un fraintendimento, una situazione insolita o una mancanza di tolleranza possono provocare conflitti.

Ma ci sono anche situazioni in cui aggressività e violenza vanno troppo oltre e dobbiamo allontanarci dalle persone che ci causano dolore.

La denominazione “identificazione con l'aggressore” è stata coniata da Sandor Ferenczi e ripresa da Anna Freud, due psicoanalisti con punti di vista leggermente diversi.

È un comportamento paradossale che può essere spiegato solo come un meccanismo di difesa, che coinvolge la vittima dell'aggressore.

Anche in situazioni di terrore e isolamento, l'atteggiamento della vittima nei confronti del carnefice può diventare patologico facendo sì che si sviluppino sentimenti di ammirazione, gratitudine e identificazione.

Un tipico esempio di identificazione con l'aggressore è il comportamento di alcuni ebrei nei cambi di concentramento nazisti. Alcuni dei prigionieri si comportavano come le loro guardie e abusavano dei propri compagni prigionieri.

Dal punto di vista teorico, Laplanche e Pontalis hanno offerto le seguenti definizioni per i fenomeni che sono oggetto di tale articolo.

Per 'identificazione' si intende:

un processo psicologico in base al quale il soggetto assimila un aspetto, una proprietà o un attributo dell'altro e viene trasformato, in tutto o in parte, secondo il modello dell'altro. È per mezzo di una serie di identificazioni che viene a costituirsi e specificarsi la personalità”.

Con la denominazione 'identificazione con l'aggressore', si fa riferimento ad un meccanismo di difesa descritto da Anna Freud.

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Di fronte ad una minaccia esterna tipicamente rappresentata da un'autorità critica, il soggetto si identifica con il suo aggressore. Può farlo appropriandosi dell'aggressività stessa, oppure mediante l'emulazione fisica o morale dell'aggressore, o adottando particolari simboli di potere mediante i quali viene designato l'aggressore”.

Secondo Anna Freud, questo meccanismo predomina nella costituzione della fase preliminare del Super-Io: l'aggressività in questo momento è ancora diretta verso l'esterno e pertanto non agisce sotto forma di auto-critica.

Questa comprensione è profondamente diversa da quella proposta da Sandor Ferenczi. La sua teoria enfatizza il trauma vissuto, in particolare il trauma sessuale.

Fu questa enfasi che portò al suo allontanamento da Freud ed il successivo esilio dalla psicoanalisi.

Riscontrava nella maggior parte dei suoi pazienti un “rispetto impotente” ed “una sensibilità estremamente raffinata per i desideri, le tendenze e le antipatie dell'analista”.

Invece di accusare l'analista di errori, si identificano con lui e vengono a sapere ed anticipare le sue preferenze e necessità in modo approfondito.

L'identificazione è così profonda che il paziente sostituisce i propri pensieri e le proprie risposte con quelle dell'analista.

È protettivo ma non nel modo descritto da Anna Freud, come una specie di attacco preventivo. Il modello di Ferenczi è più sfumato e complesso.

Ferenczi sentì che l'esperienza psicologica della vittimizzazione traumatica era così devastante tanto da essere paragonato ad una sorta di morte.

Il bambino prova un'ansia intensa quando la forza prepotente dell'adulto è più di quanto possa essere tollerata.

Questa angoscia “costringe loro di subordinare se stessi come automi alla volontà dell'aggressore, a divinarne ciascuno dei suoi desideri e per gratificare questi, completamente ignaro di se stessi, si identificano con l'aggressore”.

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Propone che la personalità immatura non sia in grado di mantenersi di fronte a sentimenti così travolgenti e può solo continuare a funzionare attraverso una forma di mimetismo.

È quasi come se la morte psicologica che descrive conduca ad una sorta di fusione psichica con il traumatizzante, o che la fusione psichica è l'unica opzione diverso dalla morte psichica.

Il trauma ora cessa di esistere come realtà esterna, in quanto è intra-psichica. La cancellazione della realtà esterna del trauma consente al bambino di mantenere una “situazione di tenerezza” con l'adulto.

La Sindrome di Stoccolma

Un classico esempio di identificazione con l'aggressore è la Sindrome di Stoccolma. Questo termine viene utilizzato quando le vittime di rapimenti o forti esperienze traumatiche stabiliscono un legame emotivo con il loro aggressore.

Questa sindrome è stata anche chiamata “legame terrificante” o “legame traumatico”. È usata per descrivere le vittime che hanno sentimenti e comportamenti favorevoli nei confronti del loro aggressore e atteggiamenti negativi nei confronti di cose che vanno contro la mentalità e le intenzioni del loro abuso.

Quando qualcuno è in balia di un aggressore, sente il terrore e l'ansia, che porta ad una regressione infantile. Questa regressione è vissuta come un tipo di gratitudine verso l'aggressore, tanto da iniziare a vederlo come qualcuno che soddisfa i loro bisogni di base.

In questo modo, la vittima torna ad essere come un bambino. L'aggressore li nutre, li lascia andare in bagno, gli fornisce un posto dove dormire.

In risposta a questa “generosità” la vittima non prova altro che gratitudine nei confronti del loro aggressore per aver permesso loro di rimanere in vita.

Dimenticano che il loro aggressore è davvero l'origine della loro sofferenza. Il solito metodo di un aggressore implica intimidire la vittima quando si trova in uno stato indifeso.

Cioè, l'aggressore abusa della vittima quando è vulnerabile. A questo punto, la vittima è terrorizzata e non riesce a difendersi. Questo comportamento si verifica perchè la vittima crede che accontentando l'aggressore, avrà più possibilità di sopravvivere.

L'attaccamento emotivo verso l'aggressore

L'attaccamento emotivo delle vittime di abusi ed intimidazioni nei confronti del loro aggressore è in realtà una strategia di sopravvivenza.

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Una volta compresa la relazione tra vittima e aggressore, è più facile capire perchè la vittima supporta, difende o addirittura ama il proprio aggressore.

La verità è che questo tipo di situazione non si verifica solo durante o dopo i rapimenti. Si può vedere all'opera tale meccanismo di difesa in varie situazioni, purtroppo più comuni, come le relazioni abusive.

Molti di loro si rifiutano di sporgere denuncia, e alcuni addirittura pagano la cauzione o bravi avvocati per i loro fidanzati o mariti, anche se vengono continuamente maltrattati fisicamente.

Alcune condizioni favoriscono l'identificazione l'aggressore, ad esempio, la violenza domestica o le molestie sul posto di lavoro. Questo meccanismo si attiva anche in atti casuali di violenza, come l'aggressione o lo stupro.

In ogni caso, la vita può diventare insostenibile se non si riesce ad elaborare il momento traumatico. Tutti i traumi originati da un atto di violenza lasciano un segno profondo nella psiche.

Questo è il motivo per l'identificazione con l'aggressore viene attivata, anche quando non vi è una stretta relazione con lui.

Questo succede perchè l'aggressore è talmente temuto che finiscono per imitarlo, per compensare la paura prodotta da un possibile confronto.

Un esempio di questo è quando una vittima di rapina, in cui erano presenti delle armi, decide di comprare una pistola per difendersi.

Il loro atteggiamento legittima l'uso del tipo di violenza di cui erano vittime.

Dalla vittima all'aggressore

Le vittime di abusi corrono il rischio di diventare esse stesse abusanti. Questo accade perchè la vittima fatica a capire cosa è successo, senza riuscirci.

È come se la loro personalità si dileguasse da tutta quella confusione al punto di creare uno spazio vuoto che viene gradualmente riempito con le caratteristiche del loro aggressore, tramutandosi, appunto, in identificazione con l'aggressore.

È importante chiarire che l'intero processo si sviluppa inconsciamente. È come un attore che entra così tanto nel suo personaggio tanto da divenire lui stesso il personaggio.

La vittima pensa che appropriandosi delle caratteristiche del proprio aggressore, sarà in grado di neutralizzarlo.

Divengono ossessionati da questo obiettivo, quindi provano ancora e ancora, ed in questa dinamica finiscono per assomigliare al loro carnefice.

Ciò avvia una reazione a catena che si traduce in un circolo vizioso di violenza. Un boss è violento nei confronti di un suo dipendente, il dipendente è violento nei confronti della moglie, la moglie è violenta nei confronti dei suoi figli, i bambini sono violenti nei confronti del cane.

Sfortunatamente, un'alta percentuale di persone che sperimentano situazioni traumatiche non sono in grado di superarle o non cercano aiuto, e potrebbero così, potenzialmente, riprodurre il trauma nelle altre persone.

Per alcuni, questa potrebbe sembrare una conseguenza ovvia, per altri potrebbe sembrare contraddittoria, ma questa è solo la realtà.

 

A cura della Dottoressa Giorgia Lauro

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