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L'identificazione proiettiva

I contributi psicoanalitici al concetto di “identificazione proiettiva”:Melanie Klein, Wilfred Bion e Betty Joseph

identificazione proiettiva psicoanalisiMelanie Klein è stata la pioniera della cosiddetta teoria delle relazioni oggettuali.

Attraverso il dispiegarsi del suo pensiero, ha cercato di spingere la comprensione psicoanalitica delle fantasie, ansie e difese alle primissime origini della vita infantile nei primi mesi o anni di vita.

Il suo lavoro con i bambini e adulti ha aperto la strada alla consapevolezza di queste prime esperienze psicologiche nel transfert verso l'analista.

La Klein descriveva l'operazione di una particolare forma di transfert non descritta in precedenza, a cui diede il nome di “identificazione proiettiva”.

Nella formulazione Kleiniana, l'identificazione proiettiva rappresenta una rottura di certi contenuti mentali che sono poi, attraverso la fantasia del paziente, proiettati sull'analista, i quali vengono vissuti come estranei e, tuttavia, in qualche modo, sono ancora sotto il controllo onnipotente del paziente.

Spesso gli impulsi distruttivi inconsci che sono coinvolti nelle identificazioni proiettive, fanno parte di contenuti emotivi o parti del Sè intollerabili che vengono pertanto proiettati.

Un aspetto essenziale dell'esperienza del transfert consiste in cicli di proiezioni seguiti dall'introiezione di aspetti dell'oggetto che sono però distorti a causa delle proiezioni del paziente.

Successivamente alla Klein, Wilfred Bion ha elaborato e ri-concettualizzato l'identificazione proiettiva come una forma di transfert di tipo interpersonale.

Per Bion, l'identificazione proiettiva non era solo difensiva, ma piuttosto assolveva una funzione comunicativa vitale, in quanto l'analista ora sperimentava effettivamente una versione di ciò che il paziente aveva proiettato.

Divenne così il modo principale in cui i contenuti primitivi e non verbali potevano essere comunicati all'analista, il quale poteva sperimentarli in forma proiettata come eventi emotivi potenzialmente alieni.

Il modello era simile ad un processo che avveniva tra madre e figlio nella prima infanzia.

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In un certo senso, ciò rappresentava una versione più interpersonale dell'intuizione originale di Freud secondo cui il nostro inconscio può avere accesso diretto all'inconscio di un'altra persona, senza mediazione cosciente.

Ha anche contribuito a colmare una lacuna Freudiana, il quale credeva che i pazienti la cui organizzazione fosse primitiva non avevano la possibilità di esperire transfert analizzabili.

Sia Bion che la Klein erano motivati dai loro tentativi di analizzare pazienti con un'organizzazione primitiva e apparentemente inaccessibile e, nel caso della Klein, questo lavoro riguardò i bambini piccoli.

Si trattava di pazienti che manifestavano una differenziazione auto-oggettuale incompleta che li predisponeva ad una notevole incapacità a simboleggiare la propria esperienza in parole o a tollerare sentimenti di frustrazione o perdita.

Nello sviluppare la nozione di identificazione proiettiva, Klein e Bion stavano lavorando in modo creativo per migliorare la loro comprensione e la loro capacità di utilizzare clinicamente il transfert di questi pazienti.

La ri-concettualizzazione di Bion ha determinato un passo importante; l'identificazione non era solo una forma di transfert ed un mezzo centrale di comunicazione della vita mentale primitiva, inconscia, ma anche il mezzo con cui questi contenuti proiettati, spesso insopportabili per il paziente, venivano metabolizzati dall'analista in un modo più tollerabile per poi essere re-stituiti al paziente.

Questi potrebbero quindi essere re-introiettati dal paziente; in particolare, sarebbe la capacità di pensare dell'analista che verrebbe gradualmente introiettata.

Tuttavia, nel lavoro di Bion vi è un importante cambiamento nello spostamento dell'attenzione dall'effetto terapeutico del recupero dei contenuti inconsci psicologici perduti all'effetto terapeutico di alterare le qualità della mente del paziente le cui capacità di schiacciare e quindi tollerare il suo o la sua esperienza è stata compromessa.

A causa della pressione interpersonale l'analista assume in modo riflessivo ciò che è stato proiettato e, attraverso un lavoro psicologico interno, contiene e metabolizza ciò che è stato proiettato.

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Il lavoro di Betty Joseph rappresenta il terzo punto nodale di questa discussione.

Il suo modo di pensare attinge molto a quello di Bion e Klein, ma le sue intuizioni cliniche e le sue raccomandazioni tecniche trasmettono un punto di vista originale e ora molto influente che focalizza l'attenzione dell'analista sull'interazione istante-per-istante nella relazione analitica e su cosa il paziente sta effettivamente facendo, incluso il modo in cui il paziente fa uso dell'interpretazione dell'analista.

Il lavoro di Joseph si basa pesantemente sulla formulazione dell'identificazione proiettiva di Bion come una forma quasi ubiquitaria di esperienza di transfert, che coinvolge gli aspetti primitivi della mente del paziente, nonché la nozione di transfert rispetto alla “situazione totale”.

La Joseph ha elaborato il concetto di transfert intendendolo come “situazione totale” e riferendosi all'osservazione che ciò che emerge nel transfert è ciò che è vivo e accessibile nel momento, e incarna la totalità del mondo oggettuale interno del paziente, che è sempre presente, attivo e in “flusso” nella situazione clinica.

Per definizione, deve includere tutto ciò che il paziente porta nella relazione”.

Per Joseph, la situazione totale comprende il transfert positivo e ineccepibile di Freud ed i successivi tentativi di concettualizzare una relazione “reale” tra paziente e analista.

Joseph si concentrò soprattutto sui transfert pre-verbali e primitivi, che lei pensava fossero quelli che causavano principalmente la sofferenza emotiva.

Questi transfert, che sono sinonimi di identificazioni proiettive nel senso di Bion, non si trovano direttamente nel materiale verbale del paziente – non sono simbolizzati in questo senso.

Piuttosto sono comunicati nell'azione, cioè, in ciò che il paziente sta cercando di “fare” all'analista, come riflesso dei sentimenti sottili e mutevoli e delle fantasie che vengono evocate nella mente dell'analista.

In questa concettualizzazione, il paziente sta costantemente tentando di inserire una particolare risposta nell'analista, che registra queste pressione, queste esperienze di transfert, attraverso il monitoraggio dei cambiamenti nel proprio stato emotivo interiore.

Un esempio potrebbe essere quello di un paziente che desidera entrare e controllare la mente dell'analista; l'analista può iniziare a sentire di non essere in grado di pensare, di non agire o sentirsi come al suo solito.

Ciò che il paziente sta “facendo” attraverso queste identificazioni proiettive diventa una finestra più affidabile nella vita mentale inconscia del paziente rispetto a ciò che il paziente sta effettivamente dicendo a parole.

L'interpretazione di queste identificazioni proiettive diventa il principale veicolo per aiutare il paziente.

Tali identificazioni proiettive costituiscono le fantasie e le difese inconsce e patologiche che sono difficili da raggiungere perchè rimangono separate da quella parte del paziente che è in contatto verbale con l'analista.

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I pazienti che Joseph descrive inizialmente non sono interessanti alla comprensione del senso comune; piuttosto, le parti che devono essere capite e reclamate vengono scisse e proiettate nell'analista che, registrandole e dando loro una forma verbale, diviene gradualmente in grado di espandere la consapevolezza del paziente ed effettuare una trasformazione del suo mondo interno.

In casi favorevoli, questo lavoro interpretativo implica il movimento verso il consolidamento di una posizione emotiva in cui il paziente può tollerare meglio l'amore e l'odio verso la stessa persona, oltre a tollerare il danno immaginario che si è perpetrato sui propri oggetti.

È spesso l'interpretazione di atteggiamenti inconsci distruttivi che minacciano di far deragliare il lavoro di analisi del transfert.

In particolare, Joseph ha enfatizzato l'interpretazione degli attacchi invidiosi del paziente sull'analista.

Nella scrittura di Joseph, c'è una de-enfasi sull'attenzione esplicita al passato del paziente.

Questo non vuol dire che l'analista non sia a conoscenza di alcuni aspetti della storia del paziente, che in una certa misura informa la registrazione dell'analista delle identificazioni proiettive.

Piuttosto, Joseph considerava la storia del paziente come soggettivamente mantenuta e dinamicamente mutevole; lei interrompeva così qualsiasi implicazione oggettivistica delle precedenti concettualizzazioni psicoanalitiche sul recupero del passato del paziente.

Clinicamente e praticamente è la situazione totale del transfert che contiene ciò che l'analista e il paziente devono sapere.

Quando l'analista si immerge nel campo di forza dei transfert primitivi del paziente, non può sfuggire dal perdere il senso di avere “una mente propria”, e in una certa misura mette in relazione con il paziente l'aspetto della relazione oggettuale interna che viene proiettata nel transfert.

Se l'analista alla fine non ne viene a conoscenza, né attraverso il lavoro di autoanalisi o di consultazione con i colleghi, può derivarne una sorta di impasse.

In particolare, quando sono implicati transfert primitivi che comportano la perdita dei confini ed un'intensa pressione interpersonale, è difficile per l'analista mantenere una distanza sufficiente dal mondo oggettuale interno del paziente per riconoscere ed interpretare ciò che viene proiettato in modo transferale.

Il controtransfert dell'analista è quindi lo strumento più affidabile per comprendere il paziente, perchè può condurre l'analista ad impegnarsi in processi di scissione e proiezioni.

La parte più critica e più difficile dell'interpretazione di transfert è il processo interno di registrazione, contenimento e riflessione su ciò che è insopportabile e inaccessibile al paziente.

 

A cura della Dottoressa Giorgia Lauro

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