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La linea sottile tra solitudine e paranoia

Quanto il “sentirsi soli” partecipa alla formazione e al mantenimento della paranoia!?

paranoia solitudineIl “sentirsi soli” è uno dei principali e maggiori problemi menzionati dai pazienti con psicosi. Diversi studi hanno infatti rivelato che i sintomi psicotici siano strettamente correlati con la solitudine.

Schwab ha definito la solitudine come “uno stress consapevole legato alla distanza interna percepita verso altre persone con un successivo desiderio di sviluppare relazioni soddisfacenti e significative”.

La solitudine è inoltre un problema abbastanza comune nei pazienti con schizofrenia, e potrebbe essere particolarmente connessa con l’ideazione persecutoria.

Tuttavia, la solitudine, intesa come potenziale fattore di rischio nella formazione e mantenimento del delirio di persecuzione non è stata ancora esplorato.

La solitudine presenta componenti soggettive, emotive e cognitive circa la posizione di una persona nel suo contesto sociale o l’assenza di un supporto o rete sociale.

Nella pratica clinica, i pazienti percepiscono la solitudine come causale e non come conseguenza della psicosi.

Alcuni autori hanno evidenziato che individui con una maggiore propensione alla psicosi appaiono più sensibili rispetto allo stress sociale percepito.

In linea con il modello della psicosi e dei fattori di rischio correlati, questi individui sembrano possedere strategie di coping inappropriate nel fronteggiare la solitudine che va così a esacerbare i sintomi paranoici.

Il presente studio ha quindi utilizzato una procedura sperimentale per indurre maggiori o minori livelli di solitudine in un campione non clinico per testare se: l’induzione di solitudine incrementa la paranoia e se la riduzione della solitudine riduce a sua volta la paranoia e infine valutare se l’associazione tra solitudine e paranoia è moderata da una predisposizione alla psicosi.

Il gruppo era costituito da 60 individui sani; i partecipanti non dovevano aver ricevuto, nell’arco della loro vita, una diagnosi di disturbo mentale in accordo all’attuale sistema di classificazione (DSM-5).

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Per mascherare la manipolazione sperimentale, i partecipanti sono stati informati del fatto che la loro partecipazione era finalizzata alla valutazione e standardizzazione di un nuovo questionario.

I partecipanti sono stati assegnati in maniera random a tre condizioni sperimentali: elevata solitudine (18 partecipanti), lieve solitudine (21 partecipanti) e gruppo di controllo (21 partecipanti).

La solitudine è stata manipolata in due stadi: nel primo gli individui hanno ricevuto una versione dello strumento sulla solitudine con item modificati.

Nel primo gruppo con manipolazione elevata, i partecipanti leggevano item come “mi sento spesso isolato dagli altri” e ci si aspettava una forte approvazione e quindi un punteggio elevato di solitudine.

Nel secondo gruppo con manipolazione più lieve, venivano presentati item come “mi sento sempre isolato dagli altri”, e ci si aspettava una forte disapprovazione con queste dichiarazioni.

Il gruppo di controllo riceveva invece la versione originale dello strumento.

Nel secondo step, i partecipanti ricevevano feedback manipolativi sulla somma dei punteggi fittizi da parte dello sperimentatore: ad esempio al gruppo con elevata solitudine diceva che “rispetto a 1800 persone della tua stessa età, sesso e livello di istruzione, il punteggio per la solitudine è molto alto. Questo significa che la maggioranza delle persone è più soddisfatta di te rispetto ai contatti sociali, amici, e relazioni intime.”

Nel gruppo con lieve manipolazione veniva fornita una visione opposta e nel gruppo di controllo un feedback neutrale.

Successivamente fu chiesto ai partecipanti di scrivere i loro pensieri rispetto ai feedback che l’esperto aveva fornito. Questo è stato fatto per migliorare la manipolazione della solitudine.

Infine, i partecipanti hanno completato il questionario sullo stato della paranoia e sulla solitudine.

Alla fine tutti i partecipanti sono stati informati sul vero obiettivo dello studio.

Sono stati utilizzati diversi strumenti: per la valutazione della vulnerabilità alla psicosi è stato utilizzato un questionario selr-report composto di 42 item, il Community Assessment of Psychic Experiences (CAPE).

Per lo stato di paranoia è stata utilizzata una versione modificata della Paranoia Checklist (PCL) che consta di 18 item e costruita per misurare la paranoia non clinica.

L’incremento e il decremento della solitudine è stata misurata attraverso uno strumento contenente item modificati a scopi manipolativi, per ottenere misure precise di solitudine senza rivelare il costrutto reale di interesse.

La riduzione sperimentale di sentimenti di solitudine era positivamente e causalmente correlata a minori pensieri paranoici nel gruppo di controllo. Al contrario, l’incremento della solitudine era associato con un incremento dei pensieri paranoici.

In aggiunta, persone con un elevato o medio rischio di sviluppare psicosi rispondevano più intensamente alla riduzione della solitudine mostrando un decremento di pensieri paranoici.

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Gli autori hanno riscontrato che una riduzione dei sentimenti di solitudine riduce i pensieri paranoici. Questo indica che una riduzione della solitudine potrebbe essere un fattore protettivo per individui ad alto rischio e potrebbe così incrementare la resilienza.

Gli autori hanno riscontrato che la paranoia decresce maggiormente in individui più predisposti alla psicosi rispetto ad altri, in risposta alla riduzione della solitudine.

Si può ipotizzare che individui che sono inclini alla psicosi si sentono abitualmente più disconnessi dagli altri e questa esperienza influenza il loro senso di affiliazione e positività verso gli altri quando decresce la solitudine e quando quindi è presente meno paranoia.

I risultati suggeriscono che la solitudine ha un impatto causale sulla paranoia, specialmente in individui con maggiore inclinazione alla psicosi.

Questi risultati hanno importanti applicazioni sia rispetto alla comprensione della paranoia e sia per gli interventi per individui ad alto rischio di psicosi.

Per prima cosa, la solitudine può essere considerata come un fattore affettivo-cognitivo addizionale che partecipa alla formazione e al mantenimento della paranoia.

L’effetto causale della solitudine sulla paranoia in questo campione va a rinforzare il costrutto che la paranoia nasca a partire dal modo in un cui una persona interpreta se stesso e gli altri nei rapporti interpersonali, tenendo in considerazione sia gli schemi interpersonali, che lo stile di attaccamento, così come il contesto e il supporto sociale.

Secondariamente questi risultati dovrebbero essere replicati in campioni ad alto rischio, e se la solitudine risulta essere un valido predittore di un maggiore rischio di sviluppare la psicosi, potrebbe essere un beneficio includerla nella valutazione del rischio di psicosi in modo tale da effettuare una diagnosi precoce.

Terzo, se la solitudine ha un certo impatto sulla paranoia in individui inclini alla psicosi questo aspetto deve essere preso in considerazione dalle future ricerche psicologiche al fine di stilare programmi preventivi.

Intuitivamente si potrebbe pensare che individui che hanno bisogno di superare il loro isolamento sociale, potrebbero sviluppare, attraverso la psicoterapia, comportamenti di attivazione sociale al fine di favorire lo sviluppo di relazioni interpersonali.

Le future ricerche dovranno quindi concentrarsi sulla valutazione di tutti quei potenziali interventi che possano ridurre o prevenire la paranoia clinica riducendo i sentimenti di solitudine.

 

Tratto da  “Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry”

 

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

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