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La psicologia dell’abusante

Caratteristiche endocrinologiche e relazionali dell’abusante: la radice traumatica dell’abuso

Psicologia AbusateL’azione è semplice, ma tutto intorno non lo è. Il pugno incontra la carne e le terminazioni nervose accendono la strada del dolore; i capillari scoppiano e i tessuti si gonfiano. La violenza crea e allo stesso tempo distrugge!

L’asse psichico in quel momento si frantuma perché qualcosa di traumatico sta accadendo, e il domani non è mai lo stesso! Nell’impeto della violenza si crea una mostruosa mélange di angoscia, dolore, confusione, vergogna, rabbia che porta a vedere sé stessi come protagonisti di uno scenario infranto e grottesco, di quello che si pensava fosse amore, famiglia e intimità.

A partire dai diversi dibattiti sulle dinamiche violente, incestuose e aggressive tra carnefice e vittima, l’obiettivo di questo articolo è quello di approfondire maggiormente la personalità dell’abusante.

Una domanda che spesso sorge spontanea è legata all’analisi di famiglie problematiche, in cui il risultato di un atteggiamento aggressivo è strettamente connesso ad un’esposizione prolungata di violenza domestica.

Perché qualcuno che si ama, o si dovrebbe amare incondizionatamente, improvvisamente viene trattato in maniera crudele? Cosa è riemerso in quella persona da farlo diventare strumento di violenza fisica ed emotiva?

Esattamente come un detective che ricerca “ossessivamente” quei particolari che possano essergli sfuggiti sulla scena del crimine, lo psicologo si interroga circa la psiche dell’aggressore, del sociopatico o criminale, per andare alla ricerca di quel black out mentale che si inscrive in una matrice traumatica con un lascito di devastazione che prende le forme più disparate sia in chi agisce, che su chi subisce.

Gli abusanti soffrono spesso di disturbi mentali; un disturbo dell’umore potrebbe infatti renderli più inclini a irascibilità e rabbia.

Sia la depressione che la mania possono determinare un’escalation improvvisa e rapida di aggressività, soprattutto quando associate all’insonnia. In altri casi possono contribuire altre manifestazioni patologiche quali la paranoia psicotica e il disturbo post traumatico da stress, in cui si assiste al ricorso di una modalità di attacco o fuga, che determina un nervosismo cronico e aggressività per sopravvivere.

Il disturbo del controllo degli impulsi è invece caratterizzato da un’incapacità del soggetto a tenere sotto controllo comportamenti ribelli, e questo sfocia in una compulsione ripetitiva che esacerba lo stress.

Una lesione traumatica cerebrale o danni organici possono influenzare alcune parti del cervello come il lobo frontale, causando disinibizione o cambiamenti dell’umore.

La dipendenza da sostanze, come l’alcool o la cocaina, possono aggravare fortemente questi comportamenti.

Da un punto di vista endocrinologico, alcune ricerche hanno invece sottolineato che il testosterone può a volte peggiorare i comportamenti violenti, antisociali e aggressivi, e influenzare negativamente l’empatia.

Inoltre, anche l’ambiente e il comportamento appreso contribuiscono all’abuso; spesso i tossicodipendenti sono stati testimoni diretti di comportamenti simili all’interno del proprio nucleo familiare, e inevitabilmente imitano i loro modelli originari di padre e/o madre.

Essi possono quindi presentare grave risentimento verso uno dei due genitori o entrambi, e quindi ricorrono a modalità aggressive di attacco a causa di problemi non risolti con le figure parentali, che possono essere state emotivamente distaccate o anche fisicamente crudeli.

Non è raro infatti, come postulato da Ferenczi sui suoi studi sul trauma che, nelle dinamiche familiari di tipo abusanti e incestuose, si inneschi “l’identificazione con l’aggressore”, ossia un meccanismo di difesa in cui si interiorizza il ruolo dell’abusante, in quanto avente una posizione di dominio che viene esercitata mediante l’abuso, e quindi di potere.

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Questa aggressione viene quindi vissuta come modello da imitare nelle successive relazioni, come il modo migliore per sopravvivere, proprio per non soccombere nuovamente e rimanere vittima.

Uccidere o essere uccisi diviene quindi l’unica dicotomia relazionale che si comprende.

Vi è anche un ulteriore aspetto su cui riflettere, ossia la mancanza di forza dell’Io; perché qualcuno dovrebbe sentire il bisogno di controllare e sminuire continuamente qualcun’altro per sentirsi meglio con sé stesso?

I tossicodipendenti a volte provengono da ambienti in cui sono stati spesso umiliati e svalutati , quindi non hanno stima di sé. Di solito l’abuso è diretto verso una persona che viene comunque considerata più debole di loro, qualcuno che è vulnerabile, come magari una ragazza con una corporatura piccola, spesso più giovane, meno istruita e finanziariamente meno indipendente.

L’abusante è di solito un codardo “segreto”, mai certo del proprio potere, anche quando cerca di manipolare gli altri a proprio favore. Certamente, possono esserci anche vittime di abusi di sesso maschile e con forme più complesse di vergogna legate alle dinamiche manipolative di cui sono stati oggetto.

Eppure, nonostante queste riflessioni biologiche e psicologiche che supportano la maggiore vulnerabilità nel promuovere condotte aggressive, risulta difficile capire cosa avviene esattamente in quel preciso momento in cui il soggetto decide di varcare quella linea divenendo improvvisamente un’altra persona.

Cosa succede nel preciso momento in cui si inizia a pensare che colpire l’altro, con un pugno, una cintura, o un’arma, va bene?

Forse c’è una corsa, un brivido che accompagna e spinge alla trasgressione; c’è un premio perverso che porta a uccidere. Questo però non è molto diverso rispetto ad altre forme di violenza incoraggiate dalla società come nei videogiochi e negli sport aggressivi.

Forse vi è ancora una “sete di sangue” che è gratificante e divertente, ed è una linea sottile da attraversare quando si tratta poi di una persona cara che è facilmente accessibile, nonché facile da nascondere.

Questa linea sottile può differenziare un sociopatico dal resto di noi; per quanto la comunità scientifica concordi sul livello di sociopatia o psicopatia come caratteristica intrinseca dell’abusante o aggressore, il Dottor Robert Hare, lo psicologo che ha creato la Hare Psychopathy Scale, stima che solo l’i1% della popolazione generale soddisfi i criteri per la diagnosi ufficiale, sottolineando che i numeri più alti di soggetti aventi tratti psicopatici possono essere trovati nelle imprese societarie e in altri contesti tradizionali della vita.

E anche se molti possono avere la tendenza a considerare l’esito di un abuso domestico con il termine di “delitto passionale”, rinforzando così lo stereotipo dell’assassinio a sangue freddo, in realtà le cose non stanno così.

Spesso vi è una modalità pervasiva di manipolazione e controllo da parte dell’abusante; le loro tattiche non sono fugaci e isolate; gli agiti di violenza fanno parte di pattern più estesi di dominanza e paralizzazione emotiva con l’intento di rendere le vittime meno indipendenti e quindi più deboli.

In questo senso, dato l’elevato tasso di violenza domestica presente nella società, la presenza di tratti sociopatici potrebbe essere molto più elevata di quanto si pensi.

Tutti noi siamo portatori di una certa quota di crudeltà o violenza, ma siamo maggiormente inclini a mantenere sotto controllo tali istinti. Le circostanze e la biologia possono predisporre ad una maggiore vulnerabilità nel varcare quella sottile linea di confine.

Gli abusanti sono presenti in tutti i ceti sociali, a tutti i livelli sociali e con vari grado di comportamento; ci sono indubbiamente anche donne abusanti, ma non si deve minimizzare la realtà statistiche che sono gli uomini a essere più inclini a commettere violenza domestica.

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Essendo anch’essi umani, possono essere amati e amare a loro volta, ma anche commettere il male; non sempre è facile uscire da dinamiche di dipendenza affettiva, pertanto bisogna continuare a esaminare e affrontare i fattori socio-economici che contribuiscono all’abuso, come la guerra, la povertà, lo stress, la malattia mentale e l’intrattenimento violento.

Bisogna incoraggiare modelli sani di rispetto reciproco nella società, promuovendo l’amore e il perdono, ma senza dimenticare di condannare il crimine e il riconoscimento della brutalità della violenza.

Solo quanto tali azioni verranno riconosciute, allora la guarigione potrà iniziare!

 

Tratto da PsychologyToday

 

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

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