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Nella mente dello Stalker

Secondo l'esperto australiano Paul Mullen esistono cinque sottotipi di stalker: lo stalker rifiutato, lo stalker che ricerca l'intimità, lo stalker incompetente, lo staker risentito e lo stalker predatore!

mente stalkerNel 1989, all’età di 21 anni, Rebecca Schaeffer era un’attrice televisiva di successo fino a quando, un suo fan deluso, prese una pistola e la uccise, strappandola alla terra in un colpo solo.

A seguito di questo omicidio molto pubblicizzato dai media, la California, nel 1990, divenne il primo statuto anti-stalking della nazione; in seguito a questo molti altri stati degli Usa ne presero esempio, applicando lo stesso statuto.

Quando si parla di stalking si fa riferimento ad un’attenzione ripetuta e indesiderata, molestie, contatti o qualsiasi altro comportamento diretto verso una persona specifica nella quale subentrano sensazioni di paura.

Nel 2006, lo psicologo Brian Spitzberg, della San Diego State University, ha condotto studi su larga scala che sono divenuti rappresentativi del comportamento di stalking in tre continenti.

Egli ha riferito che il 2-13% degli uomini e l’8-32% delle donne sono vittime di molestie in un determinato momento della loro vita adulta, e nella maggior parte dei casi, la persona è inseguita e perseguitata da una persona che conosce.

La natura implacabilmente nevrotica dello stalker può assumere la forma di un vero e proprio molestatore che telefona più volte, a tutti gli orari, e insistentemente, invia lettere o regali.

Se questi tentativi si rivelano inefficaci, l’individuo può degenerare in comportamenti più intrusivi, come spiare, e inaspettatamente può presentarsi per affrontare la vittima di persona.

La ricerca tende a concentrarsi su come la violazione e l’invadenza rispecchino le ossessioni dello stalker, ma è difficile comprendere le motivazioni sottostanti il loro comportamento.

La ricercatrice Katrina Baum dell’Istituto Nazionale di Giustizia di Washington ha condotto uno studio nazionale sulle vittime di stalking; queste sono state invitate a riflettere su quali potevano essere i motivi per cui lo/la stalker li/le perseguitava.

Del campione, composto da 3416 vittime, i risultati sono stati così ripartiti: il 36,6% sostiene che le motivazioni riguardavano aspetti quali “rabbia e ritorsione”, il 32,9% ha invece risposto “il controllo”, il 23,4% ha risposto “malattia mentale o instabilità emotiva”.

In realtà, la maggior parte degli stalker non soffrono di allucinazioni o deliri, anche se molti soffrono di altre psicopatologie come depressione, abuso di sostanze e disturbi di personalità

Nel 1993, l’esperto australiano Paul Mullen, direttore e psichiatra del Forensicare Hospital, ha analizzato il comportamento di 145 soggetti con “diagnosi” di stalking.

Sulla base delle loro analisi, Mullen e colleghi hanno proposto cinque sottotipi di stalker, nel tentativo di facilitare la diagnosi e il trattamento. Questi sottotipi sono attualmente la classificazione più utilizzata nel categorizzare il comportamento dello stalker.

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Mullen ha definito lo stalker rifiutato come un individuo che ha vissuto in modo indesiderato la fine di una relazione, molto probabilmente con un partner romantico, ma anche con un genitore, collega di lavoro o conoscente.

Quando i tentativi di riconciliarsi falliscono spesso questi stalker cercano la vendetta. Da un punto di vista terapeutico si cerca di lavorare su una dinamica che riguarda l’eccesso di rabbia che subentra a seguito di una tristezza legata alla perdita.

Lo stalker che ricerca l’intimità è un soggetto che spesso, verso un perfetto sconosciuto, inizia a comportarsi come se fosse in un rapporto intimo con quella persona. La messa in atto di tali comportamenti è motivata dall’illusione che il proprio amore sia ricambiato.

Nel 2009, Shania Twain, famosa cantautrice canadese, aveva uno stalker che si adatta molto a tale profilo, e dal quale ricevette numerose lettere d’amore; ha anche partecipato al funerale della nonna della Twain senza che fosse invitato.

Il focus terapeutico nella gestione di persone con tale profilo riguarda il disturbo mentale sottostante, nonché le dinamiche di isolamento sociale e mancanza di competenza sociale.

Lo stalker incompetente, simile a quello che ricerca intimità, spera che il proprio comportamento produca un rapporto stretto che possa soddisfare i bisogni di contatto e intimità.

Tuttavia, questo tipo di stalker riconosce che la sua vittima non ricambia l’affetto, ma continua comunque a molestarla.

Mullen definisce questi stalker come intellettualmente limitati e socialmente isolati; data la loro incapacità di comprendere e realizzare socialmente i normali e accettati rituali di corteggiamento, lo stalker incompetente utilizza metodi che sono spesso controproducenti e spaventosi.

Questo si è potuto osservare nel 2004, quando Britney Spears riceveva continuamente lettere d’amore, e-mail, foto dello stalker abbinate a note spaventose del tipo “ti sto inseguendo”.

Lo stalker risentito sperimenta invece sentimenti di ingiustizia e desideri di vendetta verso la sua vittima, piuttosto che una relazione.

Il loro comportamento riflette la percezione che essi sono stati umiliati e trattati ingiustamente, ossia vedono se stessi come vittime della situazione.

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È stato osservato che gli stalker risentiti spesso considerano i loro padri come altamente controllanti; Mark Chapaman, il famigerato stalker di John Lennon e assassino è un classico caso di stalker risentito.

Si descriveva come fan del rock ammirando Lennon e tutto il suo lavoro fin quando non lesse una biografia del musicista. Adirato dal fatto che Lennon predicava l’amore e la pace, nonostante fosse un miliardario, Chapaman, la sera dell’8 Dicembre del 1980, sparò e uccise Lennon.

Nelle testimonianze successive, Chapman dichiarò come suo padre “non mi ha mai detto che mi amava; e non ha mai detto che gli dispiaceva”.

L’attenzione su un passato doloroso e il rivivere compulsivo di questo dolore ha contribuito a determinare un disturbo dell’umore.

Solitamente in questi soggetti può essere presente in comorbidità un disturbo paranoico che risponde, almeno in parte, ai farmaci antipsicotici.

Infine vi è lo stalker predatore che non è animato tanto dal desiderio di un rapporto con le loro vittime, ma più da sensazioni di potere e di controllo.

Mullen spiega che trovano piacere nel raccogliere informazioni sulla loro vittima e iniziano a fantasticare su come aggredirle fisicamente e, più frequentemente, sessualmente.

Gli stalker predatori devono quasi sempre essere gestiti all’interno di un programma per i sex-offender, con l’obiettivo principale di gestire questa parafilia che è la “forza” trainante del comportamento alla base di questo tipo di stalking.

Gli interventi terapeutici per gli stalker sono diretti primariamente ai disturbi mentali sottostanti; come gruppo, gli stalker hanno una capacità impressionante di razionalizzare, minimizzare e giustificare i loro comportamenti.

Mullen spiega che in quasi tutti gli stalker vi è la necessità di migliorare le abilità interpersonali e sociali, e di instillare una comprensione più realistica degli effetti dei loro comportamenti sulle vittime.

Gli stalker dovrebbero essere gestiti però singolarmente, evitando un lavoro di tipo gruppale, in quanto, soprattutto se autori di reati sessuali, gli stalker possono facilmente creare reti di sostegno reciproco e di condivisione delle informazioni all’interno del gruppo, rinforzando così il comportamento disfunzionale.

Negli stalker motivati da un risentimento vendicativo, vi è spesso una sensibilità acuta alla confusione, angoscia e paura prodotta dalle loro attività.

A causa di questa sensibilità, i programmi sviluppati per migliorare l’empatia verso la vittima possono essere facilmente inseriti nei progetti terapeutici di questi individui. È raro incontrare uno stalker con adeguate competenze interpersonali e sociali.

Le difficoltà di stabilire o mantenere relazioni intime sono alla base di molti episodi di stalking; migliorare questa funzione può contribuire non solo a rendere più adattivi i comportamenti ma anche ridurre le probabilità di recidive. Molti stalker riducono inoltre le loro attività quotidiane per essere totalmente concentrati sulle vittime; incoraggiare le attività sociali può quindi rivelarsi utili.

La ricerca di Mullen suggerisce che i professionisti dovrebbero concentrarsi non su una visione degli stalker come criminali, ma come individui vulnerabili e in difficoltà, i cui comportamenti riflettono in parte la presenza e/o influenza di un disturbo mentale grave sottostante.

Il passo più importante nella gestione dello stalker è quindi quello di vederli come persone che necessitano di un aiuto psicologico.

Tratto da PsychologyToday

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

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