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Psicoterapia, miti e credenze (2° parte)

Proseguendo l'excursus sui miti e le credenze che circondano la psicoterapia, in questo articolo si analizzerà il seguente mito: “Il terapeuta confermerà le mie peggiori paure”.

miti credenze psicoterapiaMolte persone hanno una paura segreta che le porta a pensare che esista qualcosa di fondamentalmente sbagliato in loro.

È difficile dire con certezza da dove proviene questa paura e probabilmente ci sono fattori multipli che contribuiscono a corroborarla, ma la sensazione di essere meno degli altri, di essere inadeguati, inutili e difettosi sembra essere un'epidemia nascosta nella cultura occidentale.

La verità è che nessuno di noi nasce “difettoso” o “debole”, nasciamo in un mondo libero.

Il problema è che la vita è piena di sfide e ostacoli. Tutti soffriamo, veniamo feriti e sperimentiamo la solitudine, la perdita, il dolore, il tradimento, la vergogna, la colpa, il rifiuto, l'ansia e altri sentimenti dolorosi.

Nessuno attraversa la vita indebitamente; per proteggere noi stessi, sviluppiamo così delle strategie difensive o quello che Richard Schwartz, sviluppatore dei sistemi familiari interni, chiama i “managers”.

Più nello specifico, Richard Schwartz, ha dato vita al concetto di un Sé fondamentale rappresentante l’essenza della persona stessa, e identificando tre diversi tipi di sub-personalità o famiglie che si trovano all’interno di ciascun individuo, oltre al Sé.

Il concetto di base è che tutti possediamo una molteplicità di Sé o parti o sub-personalità, ma nel contesto di un trauma queste parti sono più fortemente separate e più conflittuali tra loro.

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Schwartz ha diviso in tre categorie le parti del Sé: gli esuli, che, dopo aver esperito un trauma, portano il peso dei sentimenti negativi irrisolti; i manager, che agiscono come fossero dei custodi atti a proteggere il sistema dai fardelli portati dagli esuli, ma anche per proteggere gli esuli dalle situazioni che potrebbero sommarsi ai carichi già presenti; i vigili del fuoco, che reagiscono riflessivamente per riportare il sistema al suo equilibrio originale ogni volta che i manager vengono sopraffatti.

Tra i manager si possono trovare aspetti quali la depressione, l'ansia, la rabbia, l'autocritica, il perfezionismo, la dipendenza dal lavoro (Workaholism), l'ipercompetitività, i problemi alimentari e tutte la sottili e non dipendenze.

Questi aspetti protettivi aiutano le persone a gestire determinate situazioni, ma sono spesso il motivo per cui le persone cercano una terapia, in quanto anche se riescono a limitare i danni, hanno comunque subìto una rottura dell'equilibrio.

Per esempio, prendiamo in considerazione una ragazza adolescente che ricorre a metodi compensatori, come l'uso di purghe o lassativi, per mantenere il suo peso ideale o dimagrire.

La parte di lei che la spinge ad adottare questi comportamenti cerca di difenderla dalla paura di essere rifiutata dai pari e dal sentire vergogna quando è stata presa in giro o esclusa.

In questo senso, si può osservare che l'intenzione celata dietro quel comportamento è “positiva” in quanto funge da protezione contro determinati sentimenti intollerabili.

Il problema, ovviamente, è che i comportamenti compensatori vengono mantenuti al fine di rilasciare e allontanare i sentimenti e le credenze estreme che ha assunto quando si vergognava del suo peso.

In tal modo, si instaurano pattern disfunzionali che si inscrivono nelle dinamiche di accettazione di un corpo estremamente magro che aumenta l'autostima e l'amore verso il Sè ma, nel tempo, distrugge il muscolo esofageo inferiore provocando reflusso gastroesofageo, una malattia digestiva cronica e dolorosa.

Paradossalmente, i comportamenti compensatori e il ricorso a strategie di questo tipo, indipendentemente dalla distruzione che possono causare, sono messi in atto per difendersi da qualcosa che ferisce.

Esistono anche esperienze dolorose, vissute in determinati momenti della vita, che generano nell'individuo la cosiddetta “coazione a ripetere”, un meccanismo psicologico che descrive un modello di ripetizione di comportamenti o di ricreazione di esperienze stressanti o traumatiche dell'infanzia.

Ad esempio, la letteratura sottolinea come il 99% di coloro che effettuano un abuso sono stati a loro volta abusati.

A tal proposito, verrà mostrato un altro esempio clinico per dimostrare come sia la coazione a ripetere che le parti protettive distruttive stanno cercando, nell'unico modo in cui sanno operare, di realizzare un'intenzione positiva.

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Il Dottor Noah Rubinstein, psicologo e psicoterapeuta, presenta il caso clinico di un suo paziente maschio che era stato sessualmente abusato dal proprio padre.

L'esperienza dell'abuso aveva ovviamente generato dinamiche confusive perchè, anche se il padre aveva violato il suo corpo, la fiducia che dovrebbe esistere tra un padre ed un figlio, l'impegno che un padre dovrebbe assumersi nel tutelare i propri figli, quello stesso gesto era divenuto l'unico modo attraverso il quale il paziente riceveva affetto e attenzione da parte del padre.

Conseguentemente, il paziente ha lottato contro le sollecitazioni e le urgenze per esercitare lo stesso abuso su altri, in modo da poter riproporre l'apparente amore e affetto che aveva appreso dalle dinamiche abusanti.

Questo condizionamento è una parte potente e spesso trascurata della compulsione ad agire abusi sessuali.

Queste affermazioni, dichiara il Dottor Rubinstein “non sono giustificazioni o scusanti per il comportamento dei predatori sessuali; sto semplicemente affermando che questi individui, se non sociopatici, sono profondamente feriti, e desiderano pertanto agire sugli altri quelle stesse dinamiche, perchè sono le uniche che conoscono”.

Rispetto alla nozione secondo cui “nasciamo liberi” ossia scevri da difetti, è bene precisare che nel contesto medico, diagnosticare una patologia equivale all'inquadramento di un malfunzionamento in una determinata parte del corpo.

Esistono infatti persone che nascono con quelle che a volte prendono il nome di “problemi di hardware”, questioni puramente organiche, ovvero genetiche, biochimiche o neuropatologiche.

Alcune persone sperimentano problemi di salute mentale non come risultato dell'esperienza della vita, ma come risultato del loro stato fisico.

Alcune forme di disturbi dell'umore, come la depressione o il disturbo bipolare, sembrano essere organiche in natura, così come anche alcuni disturbi psicotici.

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Questo è quanto sostiene la letteratura che si occupa di rintracciare le cause biochimiche o neuro-fisiologiche dei suddetti disturbi.

In questi casi, ha senso che i medici ed i clinici considerino tali problemi come patologici, come un difetto; tuttavia, lo sguardo dev'essere comunque allargato e volto ad inquadrare aspetti di ogni tipo, come quelli esperienziali, familiari, ambientali, culturali e biologici.

Ritornando al punto di partenza, ossia che i terapeuti spesso possono essere visti come coloro che vanno a confermare le peggiori paure dei propri pazienti, è bene precisare che un buon terapeuta favorisce nell'utente una curiosità e compassione verso quelle parti del Sè che lo hanno spinto ad intraprendere una terapia.

Nella maggior parte dei casi, il semplice atto di guardarsi con un interesse sincero e l'intenzione di comprendere profondamente come una parte di noi sta cercando di aiutarci, favoriscono l'inizio del processo di guarigione.

L'esito positivo della terapia è quindi la capacità di avere migliori rapporti interni con il proprio Sè, nonché maggiori capacità di auto-compassione.

Nella maggior parte dei casi la depressione, l'ansia, il dolore, la rabbia, l'autocritica e altre questioni non devono essere semplicemente “medicate”, superate, compensate o contrastate cognitivamente, ma anche comprese ed elaborate.

In sintesi, i punti fondamentali del Dottor Rubinstein sono i seguenti:

Non sei nato difettoso, non lo sei. Ricorda che sei un essere umano.

Le cose che non ti piacciono di te non devono essere rimosse, hanno solo bisogno di essere conosciute.

Non devi avere paura che la terapia porti i difetti in superficie, poiché ci possono essere delle cose che necessitano di essere superate, e all'interno di una terapia sana queste saranno elaborate e non battute.”

 

Tratto da “GoodTherapy”

 

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

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