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Bambini al nido: difficoltà e significati

L'inserimento al nido di un piccolo è un argomento che spesso preoccupa molto le madri (e i padri).

bambini al nidoDi fatto ci si trova a fronteggiare una serie molto vasta di domande, per esempio: come farà, come faremo a separarci; accetterà le figure delle educatrici, riuscirà ad inserirsi nel gruppo, mangerà, riuscirà ad addormentarsi?

Spesso diventa una decisione molto difficile da prendere, sicuramente dolorosa a livello psicologico per l'intero nucleo familiare.

Ci si deve scontrare con quelle che sono le proprie ansie d'abbandono e con i timori del piccolo, i sensi di colpa "fanno a pugni" con il senso del dovere (gli obblighi lavorativi).

Siamo dell'idea che l'esperienza del nido possa rivelarsi molto faticosa per i bambini più piccoli. P. Ulissi ritiene che <<prima dei 3 anni un bimbo non possa ritenersi pronto, psicologicamente, a con-dividere una figura adulta con altri bambini. La permanenza dell'oggetto non si stabilizza prima dei tre anni e questo significa che un bimbo, quando la mamma si allontana è come se "sparisse">>. Tuttavia sarebbe forse meglio pensare ad un'altra soluzione per i bambini al di sotto dei 18 mesi: sino ad allora hanno la necessità di un rapporto stretto tra adulto e bambino, la figura di riferimento è importante che sia molto presente e, soprattutto, costante perché lo sviluppo affettivo proceda senza troppe difficoltà per il piccolo. Questo in linea generale, ovviamente.

Dopo i 18 mesi, momento in cui il bambino è più disposto a rivolgersi anche al piccolo gruppo, il parere di altri è che il nido può comunque diventare una esperienza positiva. A questa età il bambino ha acquisito sicurezza nella deambulazione per cui può sentirsi libero di andare ad esplorare "nuovi mondi", il linguaggio è ai primi rudimenti però questo significa che si sta iniziando a voler comunicare anche con qualcuno che è altro da sé… Certo, come sostiene P. Ulissi: << ci sono dei bambini che magari sembrano pronti prima ed altri dopo, e ciò credo dipenda molto dall'esperienza con la figura materna, o con sostituti materni…>>. A questo aggiungiamo che dipende molto anche dal tipo di esperienze che hanno accompagnato ogni singolo bambino: se ha dei fratelli più grandi potrebbe essere facilitato nell'accettare questa esperienza, se è abituato a frequentare altre persone e altri bambini sa cosa significhi e cosa comporti "vivere in società", ovvero condividere con altri tempi, spazi, attenzione, giochi… Molto diversa può essere l'accettazione del nido per un piccolo che ha sempre vissuto un rapporto esclusivo con la madre o con un sostituto materno e che di fatto ha solo sperimentato un rapporto di tipo diadico.

Di conseguenza sarebbe molto importante ed auspicabile che all'interno dei nidi vi sia personale specializzato e preparato anche da un punto di vista psicologico. L'ideale sarebbe la presenza di uno psicologo dell'infanzia.

A questo aggiungiamo che nei nidi sono normalmente presenti tutta una serie di materiali (oggetti e giochi) che consentono l'elaborazione, da parte del piccolo, di questa importante separazione. E' noto l'utilizzo, specie nella fase dell'inserimento, di quella palla divisa a spicchi che, se lanciata, si separa appunto, in pezzi che poi subito vengono rimessi insieme con l'ausilio ed il supporto dell'educatrice di riferimento: questo consente al piccolo la simbolizzazione del proprio vissuto, ovvero di "qualcosa" che si divide, ma poi si rimette insieme proprio come prima.

Sono o dovrebbero essere presenti le bamboline che rappresentano le figure famigliari in modo che il bambino possa giocare "alla famiglia" che lui ha interiorizzato.
Inoltre ci sono gli angoli morbidi dove il bambino possa comunque sperimentare il calore ed il contenimento.
Importantissimo nella fase di inserimento è soprattutto il fornire al bambino la figura dell'educatrice di riferimento in modo che possa capire chi si prenderà cura di lui e chi lo conterrà nei momenti di sconforto visto che la mamma non ci sarà. Spesso le vediamo intente a giocare con i piccoli in inserimento (e non solo quelli) al gioco dei travasi: si riempiono dei contenitori di pasta, palline, oggetti vari e poi si svuotano. Questo gioco permette, ancora una volta, la simbolizzazione dei vissuti del bambino che poteva sentirsi vuoto dentro di affetto, di protezione, di "mamma": un vuoto dunque che però può essere riempito! Così come il gioco del cucù, del tutto simile al gioco del rocchetto già descritto da Freud nel caso del piccolo Hans: la mamma che va e viene, che ce e non c'è, un gioco profondamente simbolico che rassicura il piccolo sul fatto che la mamma tornerà e che quasi spontaneamente un mamma ed un piccolo fanno a partire dai 6/9 mesi.

Ed ora affrontiamo quelle che sono le difficoltà che un inserimento comporta. La mamma deve essere la prima a sentirsi pronta nel separarsi dal bambino affichè lui possa accettare questa esperienza. Per questo viene spiegato alle mamme che per i primi giorni dovrà essere presente in classe al fine di aiutare il piccolo a conoscere l'ambiente, le educatrici, i compagni. La separazione dovrà essere graduale e procederà sulla base delle reazioni del piccolo.

Il momento del saluto non dovrà essere troppo lungo: una volta salutato e consegnato nelle braccia dell'educatrice, la mamma dovrà andarsene. Se sarà lei ad essere insicura anche il bimbo lo sarà. Se la mamma avrà fiducia anche il figlio potrà accettare la nuova situazione.
Con questo non si vuole dire che, in fondo, questo momento è semplice, tutt'altro. Come si diceva la madre che DEVE tornare a lavorare e non ha altra scelta dovrà comunque elaborare questa separazione non priva di sentimenti contrastanti ed ambivalenti.

La fatica che accompagna tale inserimento ogni bambino la manifesta con modalità diverse: c'è il bambino che sembra sereno, ma che poi si sveglia la notte . Piange e cerca la mamma: infatti il sonno è una vera e propria esperienza di separazione, in questo momento rivive l'esperienza di separazione legata all'ingresso al nido. Oppure c'è il bimbo che fatica ad addormentarsi come se temesse di perdere di nuovo la mamma nel momento in cui chiude gli occhi. Ci sono poi quei piccoli che manifestano la tensione dell'inserimento con un'eccessiva agitazione, irrequietezza manifestando addirittura atteggiamenti ipercinetici per un certo periodo. E ancora ci sono quelli che prostrati si abbattono fisicamente ammalandosi quasi subito. Dobbiamo comunque leggere questi comportamenti come l'espressione di un disagio che comunque accompagna qualsiasi adattamento ad uno nuova situazione: ogni bambino ha i suoi tempi e le sue modalità di reazione e difesa.

Che dire poi di quei bimbi che si lasciano andare a quei pianti violenti? In questo caso le mamme dovrebbero essere aiutate a comprenderne il significato: si sentono terribilmente in colpa quando "abbandonano" (questo sembra il vissuto più comune) il figlio in quello stato. Sarebbe forse meglio riflettere sul fatto che è un modo di esprimere la sua rabbia, ma che questo non significa che non ce la possa fare. Fa parte della crescita "perdere" delle cose per poterne acquisire di nuove (in tal caso il cammino verso l'autonomia). Tutte queste reazioni normalmente si verificano dopo qualche giorno di evidente entusiasmo nei confronti del nido, ma non appena il bambino avrà interiorizzato la situazione, allora sarà bene che palesi il suo disappunto!! Bisognerebbe invece preoccuparsi del contrario…

Dunque per concludere queste riflessioni, sicuramente l'inserimento al nido è un momento importante, intenso e faticoso nella storia di una coppia madre-bambino, ma certo il riuscire a dare un senso ai propri vissuti aiutando il bambino ad entrare in contatto con i suoi (attraverso il gioco) consente di affrontare al meglio questa situazione. Perché questo sia possibile il personale educativo dovrebbe essere formato ad hoc e seguito con un lavoro di supervisione da parte di uno psicologo affinchè madre e bambino, ma anche le educatrici, trovino il giusto supporto emotivo.

 

Articolo a cura delle Dottoresse Paola Ulissi, Elisabetta Masini

 

 

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