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‘Bruciare’ per … lavoro!

La Sindrome del Burn-out raccontata in prima persona.


burnoutNemmeno stanotte ho dormito.

Dovrò riprendere le mie gocce!

Pensavo che ormai mi fosse passata, ma niente.
Ho avuto di nuovo quei soliti malesseri..
Sudavo tantissimo, poi avevo freddo, ero spaventato e mi batteva forte il cuore.
Credevo di impazzire.

Ho rivisto la faccia del mio capo: quegli occhi fissi su di me, che pungevano più delle urla e delle parole che mi ha ripetuto ogni santa volta!

Ho rivisto le facce dei miei colleghi: mi guardavano come fossi un estraneo.

Beh, come biasimarli? 

Anch’io mi sento un estraneo.
Non mi riconosco più.
Mi guardo allo specchio e vedo un viso spento, sofferente, dolorante e pieno di cicatrici.

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Qualche mese fa vedevo un uomo felice, innamorato del suo lavoro e fiero dei suoi piccoli successi quotidiani.

Mi svegliavo ogni mattina con la voglia di inventare, creare, spronare i miei ragazzi e raggiungere i traguardi più difficili. Mi preparavo in dieci minuti e correvo (letteralmente) a lavoro, per arrivare prima dell’inizio del turno e non perdere nemmeno un minuto di attività.
Il sorriso era la mia arma vincente: sui miei colleghi, sul mio capo e su chi condivideva con me le esperienze quotidiane.
Passavo tutto il mio tempo libero progettando nuove idee e preparando il materiale per realizzarle.
La sera arrivavo a casa stremato e, quando mi mettevo a letto, ero talmente stanco da augurare a malapena la buonanotte alla mia compagna, ma mi addormentavo felice per quel giorno appena terminato ed impaziente per quello che doveva ancora cominciare.

 

Poi tutto è cambiato.

La mattina non volevo più alzarmi dal letto.
Alla fine, però, mi alzavo, anche se avevo passato una delle notti più brutte della mia vita: incubi, risvegli improvvisi, paura, tachicardia, mal di stomaco… Le avevo tutte io!
Una volta sveglio, cercavo di scrutare ogni minima parte di me stesso per vedere se esisteva una ragione legittima, che mi permettesse di non andare a lavorare.
E mi è successo davvero: a volte avevo mal di testa, altre mi è venuta la febbre; una volta ho avuto un’indigestione, un’altra un mal di denti terribile. E così via.
Quando, invece, mi sentivo obbligato ad andare in ufficio, mi assaliva un’ansia insostenibile. Durante il tragitto rallentavo varie volte, avrei preferito fermarmi e rimanere lì, immobile, fino a quando non fosse tutto passato.

Una volta, lo confesso, mi è successo di pensare di fare un incidente.

Accadde durante le settimane più accese: da poco avevo ricevuto un ultimatum dal mio capo, perché avevo chiesto un aumento e mi era stato negato.
Credo, però, che non fu questo a scatenare la mia insicurezza, ma ciò che avvenne dopo.
Egli cominciò a richiamarmi per ogni singolo errore che veniva commesso nell’ufficio. Improvvisamente, ogni pratica incompleta o richiesta non giustificabile aveva un unico responsabile: me.

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I colleghi diventarono tutti più ostili, nessuno voleva aiutarmi (come era sempre stato fino ad ora) e mi salutavano quasi come fossi un estraneo.

Piano piano, nella mia mente, si formava questo pensiero: “Sei fuori! Arrenditi! Non sei adatto a questo lavoro. Non vali niente!”.

Ed il fatto che mi furono affibbiate tutte quelle cariche più noiose e difficili non fece che peggiorare il mio stato d’animo.

E, dopo l’ennesimo richiamo, dopo l’ennesimo sguardo intimidatorio, dopo l’ennesimo rifiuto da parte dei colleghi, ci ho pensato: mi levo dalle scatole da me, mi schianto contro quest’albero e, finalmente, sarò libero…

 

Non so dirvi bene chi o cosa mi abbia salvato: il pensiero della mia compagna, il rispetto per la vita che mi hanno insegnato i miei genitori, una qualche forza dentro di me, ….

So solo che, chiedendo aiuto prima ai miei cari, poi ad uno specialista, sono riuscito a ricordarmi chi sono, le mie passioni, la mia professionalità, ma, soprattutto, la mia dignità di uomo e la mia responsabilità in quanto sono, io stesso, fonte di aiuto e supporto per altre persone in difficoltà.            

 

 

A cura della Dottoressa Alice Fusella

 

 

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