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Cinema e psicoanalisi: “A Dangerous Method”

"A Dangerous Method" ha avuto il grande merito di mostrare l'umanità, la complessità e le fragilità umane di due pilastri della psicoanalisi: Sigmund Freud e Carl Gustave Jung!

Cinema psicoanalisiSecondo lo psicologo clinico e forense Stephen Diamond, il film “A Dangerous Method”, non ha deluso i telespettatori.

Egli stesso, infatti, ammette di averlo trovato coinvolgente, succinto, significativo, conciso e psicologicamente astuto. Il film può essere sia considerato come un’opera d’arte e sia come un affascinante sguardo intimo alla nascita epocale della psicoanalisi, da cui quasi ogni forma di psicoterapia moderna deriva, tra cui non solo la Psicologia Analitica Junghiana, ma anche la psicoterapia psicodinamica contemporanea, la terapia esistenziale, e la onnipresente terapia cognitivo-comportamentale.

L’impatto visivo e finemente agito nel film, ispirato al libro “A Most Dangerous Method” dello psicologo clinico John Kerr, racconta una storia di vitale importanza, quella che ha cambiato il mondo e il modo in cui vediamo noi stessi, narrando con stile aspetti umani quali l’intuizione, la creatività, il coraggio e l’umanità.

Il film inizia con scene brevi ma suggestive che ritraggono l’arrivo nella clinica psichiatrica “Burgholzli” di Zurigo, una giovane donna russa, Sabina Spielrein - interpretata da Keira Knightley - in preda ad un delirio devastante.

Ciò che non è stato menzionato nel film è che Sabina era stata trasferita lì da un altro ospedale a causa del suo comportamento ingestibile.

La clinica psichiatrica è la stessa che ospita il giovane e ambizioso Carl Jung, il quale stava completando la sua residenza psichiatrica sotto la guida e tutela dell’eminente Dottor Eugen Bleuler, ideatore del termine “schizofrenia”.

Quasi subito si vede il dottor Jung che incontra Sabina, la sua prima paziente e la informa del fatto di voler utilizzare la “talking cure”, scoperta dal Dottor Sigmund Freud durante il suo trattamento.

Secondo quanto trascritto da Jung, Sabina Spielrein è clinicamente descritta come qualcuna che “ride e piange in un modo strano, misto e compulsivo. Masse di tic, testa rotante, contrazioni alle gambe”. Sabina in un certo senso forniva la rappresentazione dei cosiddetti “sintomi isterici”.

La signora Spielrein, che ad oggi sembrerebbe presentare un’organizzazione di personalità di tipo borderline con tendenze psicotiche, inizia a migliorare notevolmente e rapidamente, a causa, come abbastanza evidente dal film, del rapporto caldo, di sostegno e di comprensione offertole dall’ingenuo ed inesperto Dottor Jung.

Passeggiano insieme nella foresta, parlano seduti su una panchina accanto al bellissimo lago di Zurigo, organizzano un’escursione su una romantica barca del lago che collega Zurigo con molte altre città, e si avvicinano chiaramente in moto più intimo.

La questione dei confini terapeutici, ossia il mantenere ciò che Jung in seguito indicherà come “Vas Temenos”, il contenitore sacro del trattamento, non sembra ancora riguardarlo.

Ancora prima della sua epopea di tredici ore con Freud a Vienna, Jung stava conducendo in modo indipendente i propri esperimenti scientifici sull’inconscio presso l’ospedale di Burghozli.

Come rappresentato nella pellicola, Jung presenterebbe un elenco di parole predeterminate ad un paziente, chiedendogli di rispondere con la prima parola che gli viene in mente; cronometrava il divario tra la presentazione dello stimolo e la risposta, e misurava la risposta galvanica della pelle del paziente, ossia l’effetto della sudorazione delle palme sulla conduttività elettrica, e ha osservato che certe parole e associazioni comportavano diverse misure.

Jung ipotizzò che quello che stava misurando erano gli effetti indiretti di quello che lui chiama “complessi”, e che i suoi esperimenti di associazione fornivano la prova scientifica della realtà del concetto freudiano di “inconscio”.

Egli pubblicò i suoi primi risultati sperimentali nel libro “Studies in Word Analysis” (1906). Ciò che molti non sanno è che gli esperimenti di Jung nonché le attrezzature di laboratorio usate servirono come precursori della moderna “macchina della verità”.

Tuttavia, il trattamento di successo di Jung prende una svolta perversa quando inizia ad avere rapporti sessuali con la sua paziente Sabina. Da qui si può notare come l’inesperienza di Jung, il narcisismo e la sua sessualità repressa, quel senso di disconnessione che più tardi chiamerà “anima”, ebbero la meglio su di lui, permettendo così alla sua paziente di sedurlo.

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Jung aveva sposato una delle donne più ricche della Sviezzera, viveva in una casa favolosa proprio sulle rive del lago, senza mai soffrire di problemi finanziari; lo vediamo infatti vivere nel lusso, accompagnato da tutti i comfort, insieme alla moglie e il figlio.

Ma, a quanto pare, era disposto e spinto a rischiare tutto per questa illecita e apparentemente viziosa “liason” sessuale con la paziente che, col passare del tempo, divenne una vera e propria storia d’amore segreta, durata diversi anni, prima che Jung decise di porvi fine.

Il lasso immorale di Jung è una drammatica dimostrazione dell’irrazionale, coinvolgente, creativa e distruttiva, animata ma pericolosa potenza demoniaca dell’eros.

Quando alla fine, Jung trova il coraggio di interrompere questa relazione, Sabina, sentitasi schiacciata, si arrabbia, e impulsivamente afferra il coltello e taglia la faccia di Jung: una lesione relativamente minore rispetto, come lei stessa sottolinea sucessivamente, a quello che avrebbe potuto realmente fare in quel momento.

Anche se lei si trattenne dall’infliggere danni più gravi, questa impulsività pericolosa ci permette di vedere alcune delle sue ferite emotive irrisolte e la rabbia narcisistica, suggerendo quello che oggi verrebbe percepita come una struttura di personalità borderline.

Come già sottolineato, questo caso ha avuto luogo durante le giornate informative della psicoanalisi, in cui Jung instaurò un rapporto professionale, di collega e di collaboratore, con Freud. In effetti, con il trascorrere del tempo, Freud considerò Jung come il suo “erede” nel panorama psicoanalitico.

Sebbene Freud e Jung presentavano una formazione prettamente medica, e quindi avevano giurato di difendere l’etica ippocrita di mantenere confini professionali con i pazienti, i concetti di ciò che Freud denominò con i termini di “transfert” e “controtransfert”, erano ancora poco conosciuti, e quindi gli psicoanalisti non avevano ancora avuto il tempo di acquisire un’esperienza pratica clinica rispetto a fenomeni così potenti.

Quindi la psicoterapia era, in questo senso, ancora altamente sperimentale; Freud aveva assistito più di un decennio prima che egli diede vita alla psicoanalisi, nel lavoro con il collega Josef Breuer, come l’amore erotico di una paziente di sesso femminile per il medico (transfert) poteva creare e allo stesso tempo devastare il trattamento stesso. Il Caso di Anna O., segnò così per Freud la germinazione di ciò che alla fine decise di chiamare “psicoanalisi”.

La potenzialità dell’amore e dell’erotismo che irrompe durante la psicoterapia, o di altre relazioni professionali, è un pericolo costante. Questi sentimenti sono abbastanza naturali quando due persone si incontrano regolarmente, discutono le questioni più intime, e quando si riceve regolarmente il supporto, l’incoraggiamento, l’empatia, il rispetto, la comprensione e l’accettazione dell’altro.

Gli psicoterapeuti sono suscettibili di divenire oggetto di ammirazione appassionata di un paziente o di ardore, e, in alcuni casi, soccombere a questa chiamata allettante, in genere con conseguenze catastrofiche per entrambe le parti. Questo è evidentemente quello che è successo all’immaturo, suscettibile e represso Dottor Jung.  Quando Freud si rese conto di ciò che era successo, decise di interrompere la collaborazione con Jung, e come il film ha reso abbastanza chiaro, Sabina non sarebbe stata l’unica con cui Jung ebbe relazioni extraconiugali.

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Alcuni anni più tardi, dopo un brusco litigio con Freud, viene espulso dal circolo psicoanalitico e si fece supportare, durante questa crisi, da un’altra delle sue pazienti, Antonia “Toni” Wolff, che era stata in cura da lui per la depressione.

Ma, la Wolff, esattamente come la Spielrein, divenne analista e, per ammissione dello stesso Jung, veniva considerata la sua “altra moglie”, con cui mantenne un rapporto aperto per decenni, fino alla sua morte.

Molti psico-biografi di Jung sottolineano il suo rapporto problematico con il padre -  Johann Achilles Jung, una persona, depressa, passiva e tormentata -  soprattutto durante l’età adulta. Questo aspetto sembra essere subentrato durante il rapporto transferale con Freud; era come se Jung inizialmente ha visto e proiettato su Freud il forte, potente, sicuro di sé e padre di successo che ha sempre desiderato.

Quando questo rapportò fallì, Jung si sentì abbandonato e respinto da questo “buon padre”; anche nei confronti della mamma Jung presentava sentimenti ambivalenti, in quanto mentalmente instabile. La madre di Jung, Emilie Preiswerk Jung, soffriva infatti di sintomi psichiatrici così gravi che fu ricoverata per diversi mesi in ospedale. Jung aveva solo tre anni a quel tempo, e i problemi della madre perdurarono fino a quando non divenne adulto.

Il rapporto infantile altamente conflittuale di Jung con la madre cronicamente malata era stata la fonte di grande confusione, dolore, sfiducia, senso di abbandono, perdita e rabbia, e può essere visto, almeno in parte, come la causa delle sue avvincenti reazioni controtransferali per le pazienti di sesso femminile disturbate allo stesso modo.

Scrive Jung, guardando indietro, “Da allora in poi, mi sono sempre sentito diffidente quando sentivo la parola amore; la sensazione che ho sempre associato alla parola ‘donna’ è quella di inaffidabilità innata”.

Quindi Jung -  pur avendo fatto analizzare i suoi sogni a Freud come si vede più volte nel film – non era mai stato veramente sè stesso in analisi, a causa del suo inconscio e della sua ferita irrisolta. E lui, purtroppo, non è stato l’unico analista colpevole di tale comportamento non professionale.

Il film si conclude con la Dottoressa Spielrein, sposata e incinta che visita il suo ex amante e psicoterapeuta. Lei trova Jung seduto da solo, sguardo fisso di fronte al lago. La verità è che Jung era diventato gravemente ritirato, depresso, disfunzionale fino alla psicosi. Era disorientato, aveva allucinazioni visive e teneva un revolver carico nel suo comodino con l’intento di suicidarsi se necessario.

A Dangerous Method ha avuto quindi il merito di mostrare l’umanità, la complessità e le fragilità umane di Freud e Jung, sia professionalmente che personalmente.

Assistiamo ad uno Jung posseduto dal suo stesso eros represso, o passione sessuale, avvicinandosi a distruggere non solo la vita del suo paziente ma anche la sua. Allo stesso tempo, possiamo vedere un fumatore compulsivo di sigari, il grande Dottor Freud, la sua arroganza, e un crescente risentimento con conseguente rifiuto di Jung a sottomettersi a lui.

Si avverte anche un sottofondo latente di rabbia repressa e ombre tra questi due grandi uomini, che alla fine, prendendo il sopravvento, ha distrutto il loro rapporto.

Si toccano anche alcune differenze fondamentali rispetto agli approcci terapeutici: l’interesse per le difese in Freud e per la religione, la spiritualità e l’occulto in Jung; Freud si poneva l’obiettivo, secondo un metodo rigido e dogmatico, di ripristinare la capacità del paziente di funzionare, di amare e di lavorare, mentre Jung, che, pur non respingendo completamente le teorie di Freud, preferiva vedere la psicoterapia come un processo spirituale, suggerendo che l’obiettivo era quello di aiutare il paziente a diventare il suo vero sé,  divenendo più complesso e più equilibrato, con il fine ultimo di aiutarli a realizzare i loro desideri.

A cura della Dottoressa Giorgia Lauro

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