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Come guarire dagli attacchi di panico

Quanta paura ci fa la paura? L’attacco di panico è un breve, ma apparentemente interminabile, intervallo di tempo nel quale si è preda di intense sensazioni di disagio o paura.

guarire dal panicoStimolato da varie cause, inizia in modo improvviso e raggiunge l’apice rapidamente, di solito in pochi minuti, accompagnato da un senso di pericolo o di catastrofe imminente.

Gli attacchi di panico possono essere considerati come imprevedibili “terremoti emotivi” e chi ne soffre, oltre a sentirsi impotente, vive nel timore che possano ripresentarsi da un momento all’altro.

Il sintomo può anche aggravato da manifestazioni di agorafobia, la paura di rimanere intrappolati in un luogo dal quale la fuga può risultare difficile o dove può non essere disponibile aiuto nel caso si venga colpiti da una crisi improvvisa.

L’idea stessa di dover affrontare queste situazioni genera una specie di “paura della paura”, la cosiddetta ansia anticipatoria, che porta ad evitare un insieme complesso ed eterogeneo di situazioni.

Questo aspetto rappresenta uno degli elementi più invalidanti, poiché può incidere in maniera significativa sulla vita familiare, affettiva e lavorativa delle persone.

Per eludere la paura infatti si finisce con il mettere in atto condotte mirate ad evitare luoghi chiusi o affollati, si evita di viaggiare da soli, non si utilizzano mezzi di trasporto e talvolta può risultare difficile anche l’uscire di casa.

Per risalire alle cause degli attacchi di panico serve fare riferimento alla psicologia del profondo che rivisita i personaggi della mitologia come immagini presenti nella psiche dell’uomo contemporaneo.

In questo scenario il panico si configura come un connotato della natura umana, un elemento archetipico.

Il termine panico deriva da Pan, dio della mitologia greca raffigurato con gambe e corna caprine, busto umano e volto barbuto e dall’espressione terribile.

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Molto agile, rapido nella corsa ed imbattibile nel salto, non viveva nell’ Olimpo ma vagava per i boschi suonando e danzando.

Dio dei campi e delle selve, si adirava con chi lo disturbasse sbucando all’improvviso ed emettendo urla terrificanti, provocando così una incontrollata paura, il panico, appunto.

Udendo le terribili urla le ninfe fuggono terrorizzate e la loro paura fa aumentare l’eccitazione di Pan nell’ inseguirle. Analogamente negli attacchi di panico la paura cresce e incrementa la sofferenza; con il crescere della sofferenza aumenta il timore che il panico possa tornare di nuovo.

Il Dio Pan era gradito agli Dei dell’Olimpo perché ciascuno vedeva rispecchiato in lui qualche proprio aspetto così come la paura e’ insita in ognuno di noi.

Nelle descrizioni mitologiche, le azioni di Pan hanno sempre carattere ermetico, celano messaggi.

Allo stesso modo gli attacchi di panico costringono le persone a “vedere” ciò che le terrorizza e le fa soffrire, ad entrare in contatto con l’inconscio, ad incontrare la propria Ombra e, per quanto spaventoso tale incontro possa essere, offre una via per trasformare l’istintuale paura, in conoscenza di Sé.

Pan rappresenta il comportamento per il quale la nostra ragione non trova una causa e volerlo reprimere significherebbe perdere il proprio istinto vitale e creativo.

Pan è l’immagine che dentro di noi governa le reazioni sessuali e di panico, i due poli estremi di ogni comportamento istintuale umano: l’avvicinamento e la fuga. È il nostro istinto, la natura dentro di noi.

Nell’ opera Fedro di Platone, Socrate nella sua preghiera a Pan, esprime come l’armonia dell’anima si raggiunga quando ciò che è dentro di noi coincide con ciò che è al nostro esterno.

Così come non c’e’ paura nell’osservare la natura che ci circonda, chiunque, con i dovuti strumenti e le necessarie protezioni, dovrebbe potersi avvicinare, alla natura dentro di sè.

Pan è sintesi di opposti, contiene gli istinti che più ci turbano e ci spaventano, ma al tempo stesso è portatore di aspetti salvifici. E’ infatti Pan che compare a Psiche, l’anima, quando questa, disperata sta per suicidarsi. E’ lui che le parla e, rivelando tutta la saggezza della natura, la trae in salvo.

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Pan minaccia e terrorizza, Pan protegge e salva: nella psiche gli opposti sono sempre racchiusi l’uno nell’altro.

Possiamo sentire la voce di Pan nei sintomi psichici, negli incubi, quando siamo travolti dai nostri istinti più profondi, quando siamo costretti a reagire “naturalmente”, in modo esclusivamente fisico.

La paura è un istinto fondamentale, arcaico, una delle emozioni primarie dalle quali non si può prescindere.

È un meccanismo fisiologico di difesa. Negli attacchi di panico però l’oggetto della paura può non essere così chiaro, tutt’altro. L’angoscia invade tutto il corpo, paralizza, toglie il fiato e fa scoppiare il cuore nel petto. L’impossibilità per il nostro Io di trovarne la causa, terrorizza ancora di più.

Mentre la società contemporanea considera la paura come qualcosa di negativo da cui fuggire, Carl Gustav Jung, sostiene che “la paura è una via legittima da seguire”, che ciò che ci spaventa può essere ciò che ci salva, soprattutto nel caso si tratti di un sintomo psichico.

Esiste una connessione tra i miti arcaici e i simboli prodotti dall’inconscio. La mente dell’uomo moderno conserva tuttora quella capacità simboleggiatrice che un tempo trovava espressione nelle credenze e nei rituali primitivi e che svolge ancora un ruolo di vitale importanza psichica.

Nella mitologia greca, il re di Creta Minosse fece costruire da Dedalo un labirinto entro cui racchiudere il mostruoso Minotauro.

Teseo, dopo aver raggiunto e ucciso il Minotauro, tramite un filo che aveva srotolato lungo il percorso riuscì ad uscire e a tornare da Arianna.

Il Minotauro è la versione negativa del toro, espressione di brutalità e istintualità irrazionale priva di morale, rappresentazione del male da sconfiggere per superare la prova, per raggiungere uno status superiore.

Viene sacrificato e con il suo sangue scaccia via il lato negativo, l’alter ego malefico di ciascuno di noi.

L’avventura del labirinto ha un significato di morte simbolica, di viaggio nell’aldilà.

Penetrare nel buio del labirinto è cadere sempre più in basso, è come morire; uscirne e rivedere la luce rappresenta la rinascita, la vittoria della vita sulla morte.

Chi non si perde non si conosce. Il labirinto è il viaggio per raggiungere il proprio centro e ritornare; è il percorso dell’uomo che insegue la conoscenza, è la vita stessa.

L’esperienza del labirinto è la materializzazione di un processo di iniziazione che conduce verso il Centro, dove saremo soli di fronte alla nostra realtà interiore per prenderne coscienza e dove incontreremo il nostro principio divino rappresentato dal Minotauro.

Il centro del labirinto è anche il luogo dove la conoscenza di sè diventa tale da imporre un mutamento di direzione radicale. Chi vuole uscire dal labirinto, deve saper ripercorrere i propri passi per farlo e chi ce la fa ne esce come rinato in una nuova fase dell’esistenza.

Il “cuore” del labirinto assomiglia anche ad un utero materno e il filo di Arianna al cordone ombelicale. Il Minotauro rappresenta l’embrione nel ventre della madre: ombra inquietante di possibilità inespresse, con cui, ciascuno è chiamato a confrontarsi.

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Arianna non è solo colei che dona a Teseo un mezzo fatato per uscire del labirinto. Rappresenta molto di più. Rappresenta l’amore che l’uomo, pur immerso nella violenza, sempre ricerca. Arianna è l’eterno segreto della vita, fonte indispensabile che allontana i fantasmi e le paure.

Dopo aver superato questa prova rischiosa, Teseo porta in salvo Arianna e questo salvataggio simboleggia la liberazione dall’aspetto divorante dell’immagine materna che impedisce all’uomo di entrare positivamente in rapporto con le altre donne.

Gli ostacoli che si incontrano e si superano nel corso della vita, sono parte di un percorso di crescita fatto di ripetuti ingressi ed uscite dai labirinti quotidiani.

Ciascuno di noi costruisce i propri labirinti, luoghi di mascheramenti e di nostalgie fra le quali, in assenza di un aiuto esterno, puo’ succedere di perdersi.

Per alcuni la terapia è vista come un viaggio per turisti; ci si accontenta di guardare un pò qua e là, di sentire qualche miglioramento dei sintomi, un po’ meno di ansia e angoscia e si sospende la terapia, pensando di essere arrivati all’obiettivo.

Il viaggio trasformativo richiede invece tempo, coraggio ed umiltà.

“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove mete ma nel’avere nuovi occhi”
Marcel Proust.

Il vero viaggiatore è colui che non fa programmi rigidi, non usa troppo le guide, non porta con sé troppi soldi; il vero viaggiatore è colui che è disposto a sperimentare, a cambiare itinerario, a faticare, a fare tappe impreviste e, se pur stremato, continua il percorso affrontando e cercando di sconfiggere le proprie Insicurezze.

 

A cura della Dottoressa Federica Pratelli

 

 

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