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Disabilità intellettiva

disabilità intellettiva

La disabilità intellettiva è un disturbo che emerge in età evolutiva che include deficit nel funzionamento intellettivo e adattivo, nelle aree concettuali sociali e pratiche.

Secondo la definizione di Cornoldi del 2007 la disabilità intellettiva è associata al ritardo mentale, risultato di processi patologici e dovuto ad un inadeguato funzionamento del sistema nervoso centrale.

I deficit nelle funzioni intellettive comprendono capacità di ragionamento, risoluzione di problemi, capacità di pianificazione, pensiero astratto e capacità di apprendimento scolastico e dall’esperienza: essi devono essere confermati da una valutazione clinica e da test d’intelligenza.

I deficit nel funzionamento adattivo si riferiscono agli insuccessi del soggetto nell’affrontare le richieste correlate all’età e al contesto socioculturale di appartenenza relativamente all’autonomia personale e alla responsabilità sociale; senza supporto limitano il funzionamento nella vita quotidiana (capacità di comunicazione, partecipazione sociale e vita indipendente in molteplici contesti.) Il livello di gravità della disabilità intellettiva si basa sul funzionamento adattivo, da cui dipende il funzionamento intellettivo; perciò è necessaria un’analisi dei bisogni del soggetto nel contesto sociale di appartenenza e accompagnare alla scala Vineland (VABS), test cognitivi, e l’analisi della storia scolastica, di sviluppo e medica. In questo modo è possibile associare al ritardo mentale disturbi di Asse 1 e 3 (condizioni mediche generali).

La scala VABS valuta il soggetto nel contesto di vita  nello sviluppo intellettivo, sociale ed emozionale e i suoi interlocutori: anche l’educatore è oggetto di assesment perchè protagonista dello sviluppo del soggetto; in particolare la VABS valuta comunicazione, vita quotidiana, socializzazione, abilità motoria e definisce il comportamento adattivo come la capacita di vivere in maniera indipendente e autonoma in rapporto ad altri.

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La competenza sociale, definita dalla VABS è legata alla competenza cognitiva: il successo nell’adattamento è collegato alla capacità di padroneggiare abilità personali e sociali in risposta all’ambiente.

Nel DSM4 si parlava di ritardo mentale in asse 2 e veniva definito poi da 3 criteri diagnostici:

  1. funzionamento intellettivo significativamente al di sotto della media: QI inferiore o uguale a 70, più o meno cinque
  2. concomitanti deficit o compromissioni nel funzionamento adattivo attuale in almeno 2 delle seguenti aree: cura della persona, vita in famiglia, capacita sociali, uso delle risorse nella comunità autodeterminazione, capacità di funzionamento scolastico, lavoro, tempo libero, salute e sicurezza.
  3. l’esordio è prima dei 18 anni di età.

 

Il ritardo mentale lieve (MILD) presenta un QI fra 55-70:

questo gruppo costituisce la parte più ampia dei soggetti affetti da questo disturbo (85%), i quali sviluppano capacità sociali e comunicative in età prescolare, hanno modeste difficoltà nell’area senso motoria e riescono a raggiungere la quinta elementare. Durante l’età adulta riescono a badare a se stessi ma hanno bisogno di sostegno in situazioni inusuali.

Il ritardo mentale moderato (MODERATE) presenta un QI fra 35-40 e 50-55:

questi soggetti hanno competenze comunicative proprie della prima infanzia e con supervisione sono in grado di badare a sé. La capacità di apprendimento è fino alle classi elementari e  durante l’adolescenza a  causa delle difficoltà incontrate nell’accettare le convenzioni sociali hanno difficoltà di rapporto con i coetanei; da adulti svolgono lavori semplici in comunità protette.

Il ritardo mentale grave (SEVERE) presenta un QI fra 20-25 e 35-40:

questi soggetti rappresentano il 3-4% della popolazione. Durante la prima infanzia raggiungono un linguaggio approssimato, nella scuola dell’obbligo imparano a svolgere compiti elementari come apprendere l’alfabeto e contare, da adulti svolgono attività semplici  in strutture supervisionate.

Il ritardo mentale profondo (PROFOUND) presenta un QI fra 20  e 25 e rappresenta l’1-2 % delle nascite. Queste persone presentano malattie neurologiche; nella prima infanzia possono migliorare le funzioni senso motorie se inseriti in gruppi strutturati e supervisionati.

dnaA livello eziologico la disabilità puo essere generata da cause biologiche o ambientali; sono state descritte più di 750 sindromi genetiche ma le più frequenti sono 27, fra cui ci sono la sindrome di Down, Klinefelter, Velocardiofacciale, X fragile, Patau, Williams, Prader Willi, Angelman, Cornelia de Lange, Sclerosi tuberosa, distrofia di Duchenne, xxx-xxxx, ecc

Alcune sindromi colpiscono prevalentemente o esclusivamente i maschi (Klinefelter, X fragile, Edwards, d. di Duchenne), alcune più le femmine (s.Turner e s. Rett). Per cause ambientali i maschi vengono colpiti più delle femmine.

La disabilità intellettiva può essere dovuta a cause non genetiche come in gravidanza l’infezione da CMV, rosolia, toxoplasma, sifilide, incompatibilità; può essere dovuta a cause perinatali se la mamma usa sostanza in gravidanza, se il bambino è prematuro o presenta asfissia o emorragia celebrale; o a cause post natali come traumi, tumori, encefaliti, meningiti, avvelenamenti da piombo e mercurio; possono influire anche fattori psicosociali come carenze educative o nutrizionali.

La diagnosi differenziale si presenta con i disturbi dell’apprendimento e della comunicazione dove è compromesso lo sviluppo di un’area specifica ma manca una compromissione generalizzata dello sviluppo intellettivo e adattivo; con la demenza se la compromissione della memoria e di altre funzioni cognitive costituiscono un declino rispetto a un precedente funzionamento; con i disturbi pervasivi dello sviluppo (autismo, d. Rett,d. Asperger e d. disintegrativo della fanciullezza) che sono accompagnati da ritardo mentale.

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La valutazione diagnostica dovrebbe considerare aspetti cognitivi, prestazionali, sociali, comportamentali, emotivi e affettivi, di autostima e motivazione scolastica; non c’è un momento preciso in cui comunicare alla famiglia la diagnosi: esso può avvenire prima o dopo la nascita o nei primi anni di vita e se è improvvisa è normale una reazione di sconforto dei genitori che di solito hanno bisogno di ulteriori informazioni.

La  presenza dei fratelli ridimensiona eventuali sensi di colpa e non è affatto danneggiante.

Più precoce è l’intervento maggiori sono gli effetti, di solito dovrebbe iniziare entro il 1° anno di vita.

Il modello di lavoro prevede visite alla famiglia, diario dettagliato dell’intervento, strumenti di valutazione obiettiva e incontro fra piccoli gruppi di genitori.

A casa  è importante fornire una diagnosi e una valutazione longitudinale dello sviluppo del figlio, valorizzare il più possibile ciò che i genitori sanno già fare, favorire la formazione di atteggiamenti adeguati nei confronti del problema, aiutare i genitori nella formulazione e attivazione di un progetto educativo complessivo, fornire ai genitori informazioni e conoscenze e dotarli di strumenti di osservazione e intervento.

autismo

Potenziando le capacità educative dei genitori sarà possibile per il soggetto migliorare in età mentale : un obiettivo raggiungibile sarebbe nei bambini con sindrome di Down superare i 6-7 anni di età mentale e compiere ragionamenti a livello del pensiero preoperatorio; inoltre sarebbe meglio se l’intervento fosse centrato sul rapporto madre/figlio perche produce miglioramenti nel soggetto di pensiero e ragionamento rispetto a interventi in cui la madre non è presente.

Anche nel trattamento bisogna tener conto di tutti gli aspetti sia a livello farmacologico, che psicologico per lo sviluppo cognitivo e di abilità adattive che logopedico per lo sviluppo del linguaggio, che fisioterapico e psicomotorio per lo sviluppo della locomozione perché spesso questi soggetti camminano in ritardo.

Il trattamento cognitivo comportamentale può migliorare il comportamento sociale e diminuire comportamenti aggressivi e di controllo per promuovere le competenze che il soggetto possiede, acquisire nuove abilità ed evitare il deterioramento.

Le tecniche cognitive servono per stimolare il riconoscimento di certi meccanismi mentali; la storia di apprendimento servirà a  comprendere la propria sofferenza ridimensionando la sensazione di anormalità. La terapia agisce sui processi di pensiero responsabili del mantenimento del disturbo: controllo del pensiero, incapacità di tollerare il rischio, timore di essere responsabili o colpevoli di catastrofi a causa di errori.

Le tecniche comportamentali serviranno a incrementare comportamenti assenti o decrementare comportamenti dannosi per sé e altri come l’aggressività e l’autolesionismo.

 

Bibliografia

  • www.disabilitaintellettive.it
  • DSM4
  • R.FERRI, A.ORSINI, Quando i bambini crescono, (2000) Franco Angeli (MI)
  • www.terzocentro.it

 

 

 Articolo a cura della Dottoressa Maria Pia Cavalieri

 

 

 

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