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I correlati neurali del disturbo d'ansia sociale

Il Team della Dottoressa Blair ha utilizzato un metodo sperimentale innovativo per valutare come le persone con disturbo d’ansia sociale risponderebbero non direttamente ad uno stimolo fobico, ma osservando una persona che manifesta una risposta di paura verso l’oggetto fobico.

correlati neurali ansia socialeLe persone con disturbo d’ansia sociale, che presentano una paura estrema di oggetti o situazioni sociali, sembrano pronte a sperimentare emozioni negative in situazioni che, invece, non hanno alcun impatto sugli altri.

Ad esempio, nel disturbo d’ansia sociale, gli individui possono temere situazioni perfettamente normali ed innocue, come mangiare in pubblico.

Per qualificarsi come sintomi del disturbo d’ansia sociale, questi timori devono essere persistenti ed estremi, e l’individuo deve esperire un disagio clinicamente significativo nel contesto sociale, relazionale e lavorativo, nonostante riesca a riconoscere che tali paure sono irragionevoli.

Il fulcro del disturbo è caratterizzato da una convinzione circa la possibilità di sentirsi imbarazzati o umiliati.

Per studiare il ruolo dell’apprendimento nel disturbo d’ansia sociale, il team guidato dalla Dottoressa Karina Blair, del National Institute of Mental Health, ha recentemente confrontato le scansioni del cervello di individui con e senza il disturbo in risposta ad una serie di diapositive programmate per determinare delle reazioni neutre, positive e negative.

Il ragionamento alla base di questo studio era che le persone acquisiscono le loro paure sin dai primi anni di vita, osservando le reazioni dei loro caregiver alle situazioni, in particolare quelle in cui non sono sicure rispetto a come agire.

Nel disturbo d’ansia sociale, queste reazioni spesso riguardano anche situazioni nuove; i bambini molto piccoli possono percepire le paure dei propri genitori abbastanza precocemente, prima ancora di comprendere la lingua.

Consideriamo la situazione in cui una madre porta il proprio figlio neonato presso un nuovo medico; il bambino può percepire che la madre è ansiosa dal fatto che lo tiene particolarmente stresso e anche, forse, rilevando un aumento del respiro e dei battiti cardiaci.

Quando i figli crescono, essi sono maggiormente in grado di accorgersi come i loro genitori stanno reagendo alle nuove situazioni e agli oggetti.

Essi possono capire ciò che i genitori dicono loro, ma, altrettanto importante, diviene la loro capacità di valutare anche le reazioni non verbali.

Il Team della Dottoressa Blair ha utilizzato un metodo sperimentale innovativo per valutare come le persone con disturbo d’ansia sociale risponderebbero non direttamente ad uno stimolo fobico, ma osservando una persona che manifesta una risposta di paura verso l’oggetto fobico.

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Nel loro esperimento, i partecipanti visionavano delle diapositive animate in cui un adulto di sesso maschile o femminile mostrava una delle seguenti quattro reazioni, nei confronti di un oggetto, designate appositamente per lo studio.

Le quattro reazioni includevano paura, rabbia, nessuna risposta e risate. Nella prima fase dell’esperimento i partecipanti hanno visto gli oggetti in coppia e l’espressione facciale della persona che, guardando l’oggetto, esprimeva una della quattro reazioni.

Nella seconda fase, i partecipanti visionavano gli oggetti senza vedere i volti; se l’apprendimento osservazionale aveva avuto luogo, i partecipanti avrebbero risposto in modo simile agli oggetti singoli senza la necessità di visionare anche i volti.

Mediante risonanza magnetica funzionale (fMRI), i ricercatori hanno potuto confrontare i pattern di attivazione cerebrale, comparando successivamente le due fasi.

È abbastanza noto che l’amigdala, una struttura sottocorticale situata nel sistema limbico, è la parte del cervello che si attiva in situazioni correlate alla paura, incluse quelle in cui altre persone mostrano tale emozione.

Come affermato dagli autori, “l’amigdala è fondamentale per l’apprendimento della valenza degli oggetti nuovi a partire dalle espressioni emotive degli altri”.

Pertanto, la Blair e il suo team hanno studiato la risposta dell’amigdala, mettendo a confronto persone con disturbo d’ansia sociale e soggetti facenti parte del gruppo di controllo appaiati per età.

Un’altra regione cerebrale rilevante si trova in una parte della corteccia coinvolta nell’elaborazione delle informazioni rilevanti per il sé. Quando si decide, per esempio, che cosa può coinvolgerci – che si tratti di una situazione di pericolo o semplicemente un’interazione sociale in generale – questa parte del cervello si attiva.

I partecipanti non erano a conoscenza dell’obiettivo della ricerca, così come il loro compito, che era quello di indicare, nella fase 1, se la faccia che stavano visualizzando era maschile o femminile.

Nella seconda fase, i partecipanti dovevano indicare se volevano avvicinarsi o evitare l’oggetto rappresentato; anche in questo caso , nessuno dei partecipanti conosceva il vero scopo dell’esperimento.

I risultati hanno rivelato che, come ipotizzato, i partecipanti con disturbo d’ansia sociale mostravano un aumento dell’attivazione dell’amigdala nella seconda fase, quando gli oggetti erano stati associati alle espressioni facciali, durante la fase uno, con la paura.

Hanno anche mostrato una leggera, ma non significativa, tendenza a voler evitare l’oggetto associato con la paura rispetto ai soggetti di controllo non socialmente ansiosi.

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Inoltre, vi è stata una correlazione positiva tra la gravità dei loro sintomi e l’attivazione della loro amigdala, durante la presentazione di quegli oggetti elicitanti reazioni di paura.

È interessante notare che le persone con disturbo d’ansia sociale presentavano un’attivazione intensificata della loro amigdala durante la fase uno, semplicemente osservando i volti nelle diapositive.

Inoltre, hanno mostrato una maggiore attivazione delle parti del cervello coinvolte nell’elaborazione delle informazioni sé-rilevanti.

Un ulteriore risultato interessante è che le persone con tale disturbo sembravano meno probabili di apprendere, durante la fase uno, quando le facce esprimevano emozioni positive.

Lo studio della Blair e del suo team presenta quindi alcune implicazioni interessanti. In primo luogo, anche se non si è ancora compreso il motivo per cui il cervello delle persone con disturbo d’ansia sociale ha reagito in questo modo particolare durante la condizione di apprendimento osservazionale associato alla paura, sappiamo che lo ha fatto.

Ciò significa che, ad un certo punto, lungo la strada del loro sviluppo, sono diventati iper-sensibili alle reazioni di paura dei volti degli altri, in particolare quando questi veicolano informazioni rilevanti per sé stessi.

In secondo luogo, i risultati suggeriscono che i genitori potrebbero assumere modalità controllanti circa le proprie risposte a nuove situazioni quando sono in presenza dei loro figli. Diviene quindi importante imparare a non comunicare la propria paura al bambino.

In terzo luogo, è importante tenere a mente che gli stimoli utilizzati in questo studio rappresentavano un qualcosa che i partecipanti non avevano mai incontrato prima.

Se le reazioni di paura possono essere condizionate dall’apprendimento osservazionale, allora significa che possono essere modificate.

Pertanto, per le persone che hanno un disturbo d’ansia sociale, il consiglio è quello di scegliere uno dei trattamenti disponibili per aiutarsi a controllare le proprie reazioni in situazioni sociali, in modo che possano veramente sperimentare nuove e inaspettate fonti di realizzazione.

Tratto da PsychologyToday

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

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