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I gorghi del pensiero: odiosi tiranni della mente

Articolo a cura della Dottoressa Dott.ssa Marcella Dittrich

gorghi della menteHo scelto volutamente di non usare termini tecnici per descrivere questo fenomeno della mente, perché ritengo che un'immagine come quella del gorgo, del mulinello d'acqua, comunichi con più immediatezza ciò di cui intendo parlare.

Il pensiero diventa come un "gorgo" quando tende a ricorrere costantemente fuori dal controllo della persona. Spesso si tratta di un problema che non si riesce a risolvere da soli nonostante tutto l'impegno e la volontà della persona coinvolta; è come trovarsi davanti ad un muro di gomma e cercare a tutti i costi di superarlo schiacciando l'acceleratore ma ciò che si ottiene è solo mandare fuori giri il motore, subire il contraccolpo dell'impatto e ritrovarsi esausti ancora davanti a quel muro.

Ci hanno infatti insegnato ad essere razionali, ad analizzare con attenzione tutte le componenti di un problema, ad essere volitivi cioè ad impegnarsi a fondo per raggiungere uno scopo concreto - non a caso tutti tratti tipicamente maschili - eppure nonostante questo dispiegamento di forze le cose non cambiano come vorremmo.

Le condizioni di vita problematiche che possono diventare dei "gorghi" sono tra le più svariate, ma per chiarire meglio è il caso di portare alcuni esempi di situazioni concrete: un conflitto di coppia apparentemente insanabile per via della rigidità caratteriale di uno dei due partner che obbliga l'altro ad adeguarsi rigidamente, inducendolo ad inibire i propri desideri, e a modificare il naturale modo di esprimersi. 

Pensieri di autosvalutazzione che creano una sorta di corazza difensiva che isola dal mondo nonostante una parte della persona desideri fortemente un contatto autentico con gli altri.

O ancora l'effetto della rabbia e del conseguente desiderio di rivalsa che ci si porta dietro nei confronti di un membro della propria famiglia d'origine, che ha inflitto sofferenze fisiche o psichiche (a volte entrambe) e continuano ad essere nel presente un "conto aperto", un credito che inconsapevolmente si vuole riscuotere a tutti i costi anche se sono ormai trascorsi molti anni e apparentemente le condizioni di vita sono radicalmente cambiate.

Ricordiamo che l'odio è un'emozione che crea un forte legame tra colui che lo prova e il suo destinatario; è un legame di natura spiacevole, genera malessere e costringe il malcapitato a riattualizzare continuamente la situazione che l'ha provocato, semmai con attori diversi ma che devono seguire lo stesso copione di allora. E' un po' come essere prigionieri di un percorso emotivo che si è costreti a ripercorrere continuamente.

Oppure una condizione di disoccupazione o "mala-occupazione" (nel senso di un'attività lavorativa per cui non ci si sente adatti ma che si è costretti a svolgere per vivere) che diviene un pensiero incombente, da cui ci si sente schiacciati che innesca un processo di progressiva svalutazione; è come se da quella situazione dipendesse tutto il resto della vita; è sempre più difficile godere di altri aspetti dell'esistenza perché essi appaiono come oscurati.

Potrei continuare a narrare decine di esempi di questo tipo che provengono dalle storie dei pazienti e non esaurirei certo l'argomento; è vero anche che aldilà delle storie personali ci sono dei "nodi" emozionali comuni ricorrenti: può cambiare la trama del racconto, i personaggi ma i blocchi emotivi alla base tendono ad essere comuni.

Ma allora come fare? Chi può dirci come sfondare quel muro di gomma che si frappone (secondo la nostra illusione) tra noi e una condizione di maggior benessere? Come possiamo liberare il nostro pensiero da quel gorgo distruttore che schiavizza l'attività mentale e condiziona le emozioni?

Vediamo in che modo la psicologia può venirci in aiuto, con alcune semplici indicazioni; è vero che se il "gorgo" si trascina da molto tempo e la persona si è molto impoverita in termini di capacità di reagire, allora sarà difficile che riesca da sola ad uscirne; ma ritengo comunque che se c'è la volontà di cambiamento potrà avvenire comunque un primo passo importantissimo che è l'acquisizione di consapevolezza della situazione in cui ci si trova.

Cosa si può provare a fare da soli:

1) mettete in atto la tecnica del "fare il morto" a livello mentale; quando si è in acqua, consiste nel lasciarsi galleggiare sulla superficie del mare stesi e con le braccia allargate; è una posizione di non resistenza in cui il corpo segue il movimento dell'acqua; si riesce a stare a galla se non ci si irrigidisce troppo e se contemporaneamente non ci si lascia completamente andare; per applicare bene questa tecnica semplice si deve anche esserne consapevoli ovvero sapere cosa si sta facendo e perché. E' facile tradurre quest'immagine su un piano mentale: iniziate a rendervi conto che siete presi nella stessa trappola di pensieri di sempre, iniziate ad osservarli senza ostacolarli ( cioè reprimerli o giudicarli) volutamente ma senza lasciarvi trascinare nel rimuginare.

gorghi della mente 2Rinunciate per il momento alla lotta per rendervi conto di come stanno andando dentro di voi le cose; questo vuol dire riservare uno spazio di sviluppo ad una terza parte, all' "osservatore", un occhio esterno che vede da una posizione di maggior distanza ciò che sta accadendo; per riprendere la metafora del gorgo d'acqua, immaginate che sul mare dove gallegia "il morto" compaia un elicottero che osserva la scena. Imparate così ad osservare nel modo più neutro possibile come emergono i vostri pensieri, che forza esercitano su di voi, che emozioni vi suscitano, che stato d'animo creano in voi. Se avrete la costanza di procedere in questo senso noterete che quei pensieri gradualmente mollano la presa su di voi, divengono meno automatici, la loro tirannia tende a diminuire e a lasciare più spazio libero. Uno psicoterapeuta può essere molto utile in questo frangente proprio perché può esercitare tale funzione di rispecchiamento per un certo periodo, in modo da permettere al paziente di capire il funzionamento di questi meccanismi e di acquisire "forza" reattiva. Di fatto il terapeuta è presente su due piani mentali ed emotivi: quello della relazione con il suo paziente, con tutto il coinvolgimento emotivo che ciò comporta e quello di "elicottero osservatore" consapevole, grazie alla sua formazione, di ciò che accade. L'uso di metafore, immagini note, è molto utile perché consente rapidamente di trasmettere il significato di una situazione conosciuta ("fare il morto", la visione dall'elicottero …) ad un'altra più sottile e meno chiara nel suo funzionamento (appunto i "gorghi" edl pensiero).

2) Avete bisogno di più dati, di più informazioni; riprendiamo la metafora del muro di gomma e del guidatore che continua a sbatterci contro senza produrre alcun cambiamento: è la stessa cosa che capita quando si è presi dal "gorgo" di pensiero; si rimugina sugli eventi trascorsi, ci si continua a raccontare le stesse cose, si giunge alle solite amare conclusioni di sempre; ci si sente sempre più impotenti. Se la situazione resta così, dovete prendere atto che non cambierà magicamente. Quei pensieri è come se avessero creato in voi un solco profondo e quindi ogni volta che si ripresentano tendono a ripercorrere quelle strade note. Per modificare il corso degli eventi iniziate a modificare i presupposti su cui quei pensieri si basano ed incrementate il vostro slancio vitale, che è il propulsore, il carburante di cui avete bisogno. Un esempio concreto mi aiuterà a rendere più chiaro questo passaggio: una paziente era innamorata, non corrisposta di un uomo; le difficoltà che si frapponevano tra lei e quest'uomo già in partenza apparivano insormontabili (età, stato sociale, il fatto che entrambi fossero già sposati ecc.) ma il peggio era che lui sembrava a malapena accorgersi della sua esistenza. Più lui mostrava la sua indifferenza più lei pensava a lui ossessivamente, anticipando nella sua fantasia i momenti in cui l'avrebbe incontrato e lui si sarebbe finalmente accorto di lei, delle sue doti, di quanto fosse attraente. Cosa che puntualmente non accadeva. Un "gorgo" di questo tipo durò un anno e mezzo. La paziente apparentemente continuava a svolgere le consuete attivita' (lavoro, famiglia) come un automa senza essree coinvolta emotivamente perché quell'unico pensiero sull'uomo irragiungibile, era così carico da rendere sbiaditi gli altri vissuti. Purtroppo la speranza lasciò gradualmente il posto alla disperazione, all'impotenza e all'autosvalutazione ("non mi vuole perché non sono all'altezza…") tanto che la signora in questione si trovò intrappolata in queste sabbie mobili emotive senza più riuscire ad uscirvi.

Fu il terapeuta (la sottoscritta) che la aiutò a divenire consapevole di questa configurazione mentale e poi a scoprire come questa sofferenza d'amore destinata a fallire in partenza non fosse altro che la riedizione di un amore mai corrisposto nei confronti di un padre severo quanto assente affettivamente, che ignorandola l'aveva inconsciamente convinta di non meritare di essere amata per come era, secondo la sua vera natura.

I solchi creati da quelle emozioni dolorose si erano trasformati in ferite profonde e purulente, continuamente riaperte in occasione di nuovi innamoramenti che non a caso avevano nella scelta delle persone, caratteristiche simili a quelle paterne.

Quando questi meccanismi si tradussero in consapevolezza "bruciarono" parecchio, ma permisero anche che la ferita si "cauterizzasse", di modo che nuove esperienze non attivassero più antiche sofferenze responsabili della prigionia emotiva della paziente e del conseguente malessere.

Quando un lavoro di questo tipo funziona, accade che si sentono tornare gradualmente le energie, la voglia di fare, allora bisogna cogliere al volo l'occasione per organizzare qualcosa di piacevole, meglio se con persone di cui apprezzate la compagnia (una gita, un cinema, una cena quello che risponde di più al vostro modo di essere); ciò permetterà di incrementare la sensazione di benessere e di avere quindi a disposizione quel "carburante" di cui parlavo all'inizio, supporterà il passaggio ad una nuova condizione interna.

Il rapporto con gli altri, con cui costantemente ci rispecchiamo, aiuta a scoprire e a fare propri nuovi aspetti dell'identità, spiengendoci a sperimentare situazioni diverse che abbaimo conosciuto attraverso gli altri.

Anche l'abitudine di stare male, come tutte le abitudini, tiene prigionieri; ci si sente paradossalmente più a proprio agio quando si è del solito stato d'animo di sempre, semmai grigio e abbacchiato, che non quando si è contenti; si avverte l'estraneità di emozioni come la gioia ed il piacere; ognuno di noi conosce persone che sono capaci di lamentarsi del proprio vivere …

Ecco perché la strada del cambiamento si basa su due condizioni imprescindibili:
1 - la scelta profonda, personale di modificare il proprio mondo interno;
2 - l'accettazione dell'incongnita di percorrere nuovi territori.

Si tratta contemporaneamente di una responsabilità individuale tremenda e di una esaltante occasione di crescita la cui posta in gioco è un accresciuto benessere psico-affettivo. 

 

(Dott.ssa Marcella Dittrich - Psicoterapeuta)

 

 

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