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Il disprezzo: un'emozione sociale multicolore

disprezzoIl disprezzo è un’emozione che viene riconosciuta, di solito, con minore facilità rispetto ad altre come la paura, la tristezza, la sorpresa…; sembra somigliare al disgusto, poiché l’espressione del disprezzo consistente nell’arricciamento del naso e movimento della bocca tendente e spingere le labbra in avanti, differisce da quest’ultimo soltanto per la minore intensità: questa emozione verso una persona considerata sgradevole, si esprime in maniera molto simile al disgusto per un odore repellente (D’Urso, Trentin, 1998).

L’emozione di disprezzo viene prevalentemente espressa in situazioni sociali, quando si vuole esprimere disapprovazione verso comportamenti trasgressivi di norme morali e di convenzioni sociali, comportamenti aggressivi e violenti, tradimento della fiducia…; tali atteggiamenti evocherebbero una valutazione morale dell’altro.

Si tratta, quindi, di un’emozione sociale che si attiva quando il suo scopo è minacciato.

Facendo riferimento a Castelfranchi (2002) secondo cui le emozioni, che hanno un’intensione, un oggetto (ciò per cui ci si emoziona) e un destinatario a cui sono rivolte, svolgono il ruolo di segnalare all’individuo la compromissione o il raggiungimento degli scopi e sono indicatori sul possibile destino degli scopi, possiamo considerare il disprezzo all’interno di questa modalità interpretativa:

  • L’oggetto di tale emozione è il comportamento umano in alcune espressioni che evocano valutazione morale che conduce alla disapprovazione;
  • Il destinatario è la persona che manifesta comportamenti considerati negativi, ha atteggiamenti di superiorità o tradisce la fiducia. Quando ciò accade, si ritengono compromessi, per quanto riguarda la collettività, gli scopi sociali (conservare le regole della società), morali (la religione), legali oppure in un determinato gruppo di appartenenza, gli scopi peculiari del gruppo stesso e ci si prepara ad affrontare un avversario ritenuto pericoloso. Il soggetto o il gruppo, ritenuto responsabile di tale comportamento è riconosciuto disprezzabile per quel determinato comportamento ed esprimendo disprezzo, si scoraggia il ripetersi di quella condotta.
  • Il suo scopo è preservare le norme morali, le leggi e le convenzioni sociali della società, o del gruppo d’appartenenza, da coloro che possano comprometterle; il disprezzo è un’emozione funzionale alla loro difesa all’interno della comunità o di un gruppo d’appartenenza.


Evocazione e manifestazione del disprezzo

D’Urso e Trentin (1998) ritengono importante individuare gli antecedenti situazionali che provocano il disprezzo e quali sono le modalità espressive che intervengono quando si manifesta l’emozione.

A proposito degli antecedenti situazionali che evocano il disprezzo e quale tipo di risposta produce l’individuo che prova un determinato stato emotivo, le autrici fanno riferimento alle ricerche di Izard (1991), Ortony & al. (1988) e Garotti (1982) dove attraverso la tecnica del questionario, sono stati esplorati antecedenti situazionali che suscitano il disprezzo e sono, secondo Izard (1991), atteggiamenti di superiorità, tradimento della fiducia, situazioni in cui l’individuo ha bisogno di sentirsi il più forte, il più intelligente o il più civilizzato; secondo Ortony & al. (1988), tale emozione è da considerarsi nel gruppo di quelle che esprimono disapprovazione, gli antecedenti sarebbero le violazioni di norme morali e irresponsabilità che evocherebbero una valutazione morale; infine Garotti (1982), con la sua ricerca del 1982 su 70 studenti maschi e femmine conferma gli antecedenti dei primi due aggiungendo l’insincerità e la falsità.

Inoltre, per i maschi gli antecedenti più frequenti erano il tradimento della fiducia e gli atteggiamenti immotivati di superiorità, per le femmine, la trasgressione di norme morali e l’insincerità e la falsità.
Il disprezzo si manifesta attraverso modalità verbali come la battuta ironico/sarcastica, lo scherno, la derisione e l’insulto che lo caratterizzano rispetto ad altre emozioni e hanno un ruolo importante nella sua comunicazione; nonché con le modalità non verbali per quanto riguarda la posizione del capo, del tronco e la mimica facciale tanto nella parte superiore quanto in quella inferiore del volto.

Per quanto riguarda il volto, le espressioni mimiche coinvolgono gli occhi attraverso la modificazione dello sguardo e l’apertura degli stessi, l’arricciamento del naso e, infine, la bocca, caratterizzata da un particolare tipo di sorriso che sembra essere ritenuto l’espressione facciale “universale” del disprezzo, indicato dalla contrazione del labbro superiore e la produzione di una fossetta ad un angolo delle labbra ed in un lieve innalzamento dello stesso angolo.

Nonostante ciò, rimane il problema di individuare l’espressione peculiare per riconoscere tale emozione, poiché secondo l’espressione che prevale si enfatizzano sfumature di diverso significato come la derisione, il disdegno piuttosto che il sarcasmo, poiché il disprezzo, solitamente, si manifesta anche insieme ad altre emozioni quali la rabbia o il disgusto.

Tutto ciò favorisce una commistione tra le emozioni che sono state studiate anche da Rozin, Lowery, Imada, Haidt (1999), i quali hanno formulato l’ipotesi della triade CAD per confrontare tre emozioni morali come disprezzo, rabbia e disgusto con codici morali società, autonomia e religione (le iniziali delle emozioni e dei codici morali, in inglese, danno origine alla sigla).

Sono stati condotti 4 studi per verificare la reazione alle violazioni delle norme riguardanti la società, l’autonomia e la religione. In merito al disprezzo, lo studio n.1 si rivela il più interessante perchè presenta una situazione sperimentale con due gruppi: si presentava ai soggetti una lista di 46 situazioni di violazioni morali, ad un gruppo erano mostrate foto di facce che esprimevano emozioni negative ed i soggetti dovevano assegnare l’espressione che ritenevano più appropriata all’item; nel secondo gruppo, soggetti dovevano rispondere agli items.

Anche la comunicazione del disprezzo si presenta ricca di sfumature verbali e non verbali che si manifestano in base al destinatario del disprezzo, poiché si presenta in maniera diversa a seconda del contesto.

Si può fare anche un esempio di tali combinazioni facendo riferimento a D’Urso e Trentin (1998), laddove, parlando di rabbia e disprezzo, asseriscono che nelle aggressioni morali come l’insulto e la derisione, lo scopo è quello di aggredire sia l’immagine della persona a cui sono rivolte, che l’immagine che la persona ha di sé.

L’insulto indica il “potere negativo” dell’altra persona e la sua pericolosità; tuttavia l’altro pur essendo disprezzato, può non essere deriso, inoltre, ciò si manifesta quando il contesto consente un’aggressione aperta e palese; quando non è possibile, allora l’aggressione deve essere mascherata e ci si avvale della derisione.

La derisione ha lo scopo di svalutare in modo più grave dell’insulto e serve a comunicare all’interlocutore di non essere considerato pericoloso, la presenza di distacco e il non coinvolgimento; perciò la figura dell’altra persona è ritenuta talmente insignificante da non essere presa in considerazione.

Gli stereotipi e le emozioni

Il tema degli stereotipi è stato esaminato in ricerche (Fiske & Cuddy, Glick, Xu, 2002) che enfatizzano i processi sistematici su contenuti apparentemente arbitrari, ma portando prove sistematiche dei contenuti stessi. In base alle funzioni degli stereotipi all’interno dei gruppi il modello sul contenuto dello stereotipo formula varie ipotesi, ma in questo lavoro sarà presa in considerazione quella relativa al disprezzo: emozioni distinte quali pietà, invidia, ammirazione e disprezzo differenziano 4 combinazioni di competenza-calore.

Questi studi si riferiscono ad atteggiamenti che gli individui hanno nei confronti di determinate categorie come gli asiatici, gli ebrei, le donne in carriera, che elicitano antipatia per mancanza di calore; o per altre come casalinghe, disabili, barboni che suscitano mancanza di rispetto per non essere ritenuti competenti.

Lo studio che si occupa della relazione tra emozioni e pregiudizi fa riferimento sia all’atteggiamento paternalistico (pregiudizio di tipo paternalistico) nei confronti di categorie con basso status sociale, ritenute “calde” che non sono ritenuti competitivi, sia a categorie con alto status sociale, ritenute “fredde” che suscitano antipatia, gelosia e invidia (pregiudizio di invidia) e, infine, una terza categoria (pregiudizio d’invidia) che riguarda gruppi con basso status sociale che non sono ritenuti competenti, nè “caldi” e suscitano rabbia, odio, disgusto, disprezzo (poveri, senzatetto, coloro che sono nello stato assistenziale).

Questi tre raggruppamenti sono stati esaminati attraverso uno studio condotto con 55 soggetti a cui veniva sottoposta una lista di 24 item valutati con la scala Likert da 1 (per nulla) a 5 (massimamente).
I risultati mostrano che il cluster con alto livello di competenza-basso calore (ricchi, ebrei, uomini, asiatici, professionisti, persone educate) suscitano invidia ammirazione e poco disprezzo o pietà; nel cluster bassa competenza-basso calore (poveri, senza tetto, coloro che sono nello stato assistenziale) erano presenti tutte le emozioni in modo lieve tranne che per il disprezzo che mostra il livello più alto di tutti i cluster; nel medio cluster (uomini gay, operai, nativi americani, neri, giovani, musulmani e ispanici) non sono descritte le emozioni tranne che per un debole effetto dell’invidia.

Questo studio mostra la relazione tra i pregiudizi e le emozioni sociali e in merito al disprezzo, rileva che oggetto di tale emozione sono coloro che sono ritenuti con basso status sociale non competenti, nè hanno calore umano. Infatti il relativo a questa categoria mostra il punteggio più alto (M = 2.50) rispetto agli altri due (M = 1.76 cluster con alto livello di competenza-basso calore; M = 1.82 medio cluster).

La relazioni tra emozioni, comportamento e identità sociale all’interno del gruppo

La psicologia sociale ha studiato emozioni come il disprezzo in contesti di gruppo e ha tenuto conto di aspetti come il senso d'appartenenza ad una determinata cultura o ad un gruppo, i quali sulla base delle credenze e degli scopi hanno realizzato dei pregiudizi che accompagnano queste realtà e, di conseguenza anche modalità comportamentali nei confronti di chi a quella realtà sociale o a quel determinato gruppo non appartiene.

E’ interessante, a questo proposito, porre l’accento il contributo di Mackie & Devos, Smith, (2000) i quali hanno approfondito la rilevanza dell’identità sociale nei gruppi e la sua relazione con comportamenti offensivi nei confronti di soggetti che non fanno parte di quel gruppo.

Secondo gli autori, per comprendere i comportamenti negativi nelle relazioni all’interno di un gruppo (ingroup), bisogna tenere conto dei pregiudizi, i quali sembrano stimolare valutazioni negative ed hanno come conseguenza, la discriminazione e le reazioni offensive.

Gli autori si pongono vari interrogativi: “Perchè un soggetto esterno al gruppo (out-group) suscita paura o disprezzo mentre un altro diventa il bersaglio della rabbia? Se gli out-group suscitano, nel complesso, valutazioni negative, quali fattori spiegano l’impulso, il desiderio, l’intenzione, o la tendenza ad andare contro alcuni gruppi e a stare lontani da altri?” (pag. 602).

Per rispondere a queste domande, essi esplorano il concetto d'identità sociale e partono dal presupposto che quando quest’ultima è rilevante, i membri di un gruppo si percepiscono come parte di quel contesto, piuttosto che singoli individui e danno risalto alle somiglianze tra loro e gli altri componenti della compagine; così facendo, confondono le proprie caratteristiche con quelle tipiche del gruppo; in questo modo, la realtà ingroup e il soggetto diventano parte del self.
Ciò favorisce lo sviluppo di credenze e scopi comuni e quindi un modello di emozioni interne al gruppo che sono affermate sulla base dell’identificazione sociale con l’ingroup.

Mackie & Devos, Smith, (2000) compiono vari studi sull’argomento per comprendere le relazioni tra emozioni e comportamenti negativi nei confronti di soggetti esterni ad un gruppo e può essere utile mettere in risalto la ricerca relativa alle emozioni che suscitano l’attacco come la rabbia e la frustrazione o l’esclusione come il disprezzo e il disgusto.

Gli autori si danno gli obiettivi di vedere se le valutazioni di un gruppo con cui ci sono conflitti di valore possono produrre sia rabbia e irritazione sia disprezzo e disgusto (per la rabbia e l’irritazione) e come l’esperienza di queste emozioni sia in relazione con il desiderare di muoversi contro individui estranei al gruppo o ad evitarli (per il disprezzo e il disgusto).

La ricerca è stata condotta ponendo ai 95 soggetti la seguente domanda: “Dovrebbe essere punito severamente l’uso di droghe illegali?” e si chiedeva loro di leggere una lista di 19 items presi dai titoli di giornali sul tema proposto ed erano invitati a scrivere la parola “ME” in uno dei circoletti (che si riferivano all’una o all’altra opinione) posti accanto ai 19 items.

Per aumentare la manipolazione e verificare l’efficacia, i partecipanti indicavano:” Se l’evento o la decisione rammentava in ciascun titolo è a favore del tuo gruppo o dell’altro. In altre parole, questa rinforza il tuo gruppo o l’altro?”. Queste risposte erano valutate su una scala di 7 punti da 1 (il tuo gruppo) a 7 (l’altro gruppo). Le variabili dipendenti a) reazione emozionale e b) tendenza all’azione a muovere contro o ad evitare erano valutate con una scala da 1 (per nulla) a 7 (moltissimo). Le variabili indipendenti erano a) conflitto di valori, b) valutazione del sostegno collettivo, c ) identificazione di gruppo.

L’analisi dei dati ha prodotto risultati coerenti con le aspettative, ovvero quando i membri di un gruppo percepiscono un conflitto di valore con un altro gruppo, mostrano una grande identificazione con il proprio. Inoltre, l’identificazione mediava alcuni effetti della valutazione delle tendenze all’azione contro altri gruppi, indicando l’importanza delle condizioni psicologiche per esperire emozioni a favore di un gruppo.
E’ evidente l’importanza del ruolo sociale dell’identificazione con l’intergroup per le convinzioni, le emozioni e le azioni.

Per quanto riguarda il disprezzo per gli individui estranei al gruppo, i dati a disposizione mostrano che era maggiore per il gruppo che favoriva l’ordine sociale, si presenta insieme alla rabbia riguardo alla tendenza a muovere contro gli estranei al gruppo, per quanto riguarda l’effetto della manipolazione del sostegno collettivo, tuttavia non si può differenziare i reports di rabbia e disprezzo e l’analisi indica che le due emozioni non sono intercambiabili riguardo alla relazione con la tendenza a muovere contro.

I risultati dell’analisi di regressione hanno confermato l’autoriconoscimento in un gruppo mostrava rabbia, disprezzo e tendenza a stare lontano da individui estranei al gruppo; per quanto riguarda la manipolazione della valutazione, il disprezzo si è dimostrato predittore marginale del desiderio di stare lontano, a differenza della rabbia e dell’identificazione con il gruppo di appartenenza.
Inoltre il disprezzo associato alla rabbia ha mostrato chiaramente effetti sulle o la tendenza ad andare contro alcuni gruppi e a stare lontani da altri.

Osservazioni conclusive

In questo lavoro si è cercato di approfondire il disprezzo attraverso vari autori (Castelfranchi, 2002; Rozin, Lowery, Imada, Haidt 1999; Underwood, 2004; Mackie & Devos, Smith, 2000; Fiske & Cuddy, Glick, Xu, 2002), inquadrandolo all’interno del cognitivismo al fine di comprendere meglio un’emozione così complessa. La difficoltà maggiore che si è presentata nella stesura di questo lavoro, è stata quella di integrare i vari lavori scientifici e trovare delle coordinate comuni, cosa che era stata anticipata fin dall’inizio.

Tali coordinate hanno permesso di integrare un’emozione così piena di sfumature, in quanto viene evocata e si manifesta spesso insieme con altre, come la rabbia e il disgusto, inoltre ha una vasta gamma di modalità espressive verbali (che la distingue da altre emozioni) e non verbali, poiché si presenta in maniera diversa secondo il contesto.

Il contesto ha un ruolo importante in quest’emozione sociale, che tiene conto degli stereotipi, del senso di identità sociale, dell’appartenenza ad un determinato gruppo…; tutto ciò spiega il motivo per cui gli autori (D’Urso, Trentin, 1998; Rozin, Lowery, Imada, Haidt 1999; Underwood, 2004; Mackie & Devos, Smith, 2000; Fiske & Cuddy, Glick, Xu, 2002), hanno esplorato settori quanto mai vari con i loro lavori scientifici.

Questo ha permesso di conoscere meglio un’emozione così variegata e lo sforzo di questa riflessione è stato rivolto a tracciare un profilo sul disprezzo che fosse il più completo possibile.


Bibliografia:

Castelfranchi C., Mancini F., Miceli M. (2002). Fondamenti di cognitivismo clinico. Bollati Boringhieri-Torino.

D’Urso V., Trentin R. (1998). “Introduzione alla psicologia delle emozioni” Edizioni Laterza

Fiske S.T. & A.J.C. Cuddy, P.Glick, J.Xu (2002). “A model of (Often Mixed) stereotype content: competence and warmth respectively follow from perceived status and competition”. Journal of Personality and Social Psychology 82 (6), 878-902.

D.M. Mackie & T.Devos, E. R. Smith (2000). “Intergroup emotions: explaining offensive actions tendencies in a intergroup context”. Journal of Personality and Social Psychology, 79 (4), 602-616.

P. Rozin, L. Lowery, S.Imada, J.Haidt (1999).”The CAD triad hypothesis: a mapping between three moral emotions (contempt, anger, disgust) and three moral codes (community, autonomy, divinity)”. Journal of Personality and Social Psychology, 76 (4), 574-586.

M. K. Underwood (2004). “Glares of contempt: eye rolls of disgust and turning away to exclude: non verbal forms of social aggression among girls”. Feminism and Psycology 14 (3), 371-375.

 

Dottoressa Antonella Appetecchi - Psicologa

 

 

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