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Il gioco d’azzardo e la dipendenza dal Web: Vizi, sfizi e stravizi

Gioco patologicoIntroduzione

L’attività giocosa che concerne la manipolazione di oggetti aleatori che vanno dai numeri ai simboli rappresenta una tradizione degli esseri umani verso la quale l’uomo è propenso. Lo sviluppo sociale del problema del gioco d’azzardo è in parte anche favorita dalle crescenti possibilità di scelta tra una vasta gamma di tipologie di gioco.

Facendo un rapido riferimento ai numeri, il numero delle slot machine attive in Italia sono 424.330 e nel 2007 erano 60 mila; nel 2011 gli incassi in miliardi sono stati euro 43,9 (dati Agipronews e Aams). Vincere è facile, soprattutto la prima volta, poi inizia il calvario dei debiti e della dipendenza dal gioco. L’azzardo di Stato in 10 anni ha centuplicato la raccolta e ora è diventata una malattia da curare. 

Il giocatore si piazza davanti ad uno schermo piatto e coloratissimo. Fiori, frutta, stelline e cornucopie non ci sono più, ora per azzeccare la combinazione giusta si devono mettere in fila i tre principi della risata. Lui preme un bottone luminoso alla sua destra e resta ad aspettare preme ancora qualche tasto, solleva la testa, la scuote ed infila una moneta da 1 ero e poi un’altra, un’altra e un’altra ancora.

Messe in fila monete come queste valgono quasi 44 miliardi l’anno, un settore dunque questo in salute dove le slot da sole raccolgono da sole otre oltre la metà dei soldi destinati dagli italiani al gioco d’azzardo. Specifichiamo che l’azzardo è di Stato visto che dietro ad ogni apparecchio ci sono una concessione pubblica e un sistema di controllo specializzato.

L’articolo si coordina su più livelli: da quello della definizione etimologica del termine dipendenza da gioco d’azzardo, fino alla riflessione su alcune forme che lo delineano. Un caso clinico affrontato come ormai è mio solito ovvero in chiave sistemico-relazionale, rappresenta un ulteriore strumento per farci un’idea ancora più reale sulla tematica trattata in questo scritto.

Il nuovo volto della dipendenza da gioco: Il giocatore e le giocatrici

internetNell’attuale epoca sociale la diffusione ed il propagarsi della dipendenza da gioco d’azzardo diversamente dal passato, non colpisce più principalmente l’uomo, ma sempre più spesso anche le donne sono protagoniste di giochi finalizzati alle vincite e alle scommesse.

Possiamo dire: c’erano una volta le bische, ambiente ambiguo e carico di mistero dove si davano appuntamento gli uomini per consumare le lente ore della sera nel gioco clandestino. Prima di entrare nella stanza con il tappeto verde dove le carte erano lo strumento interattivo, i gregari del gioco passavano in tabaccheria a fare rifornimento per la loro pipa oppure, a comperare una scatola di sigari per rendere complice un’atmosfera silente.

Le bische erano nella maggior parte dei casi dei veri e propri tuguri posti in scantinati, ambienti nascosti ed angusti, lontani da occhi indiscreti di chi non apparteneva alla cerchia dei fedelissimi del gioco d’azzardo. Le bische avevano un’atmosfera soffusa offuscata dal fumo, si formava una nebbia grigiastra e complice di una recondita trasgressione. Le ore trascorrevano lente con i gomiti appoggiati al tavolo verde a maneggiare banconote e carte da gioco che, facevano dimenticare a quegli uomini i loro doveri di padri di famiglia e di mariti.

Oggi il giocatore non si distingue per il suo atteggiamento, un tempo aveva uno stile di personalità che lo caratterizzava, si muoveva con circospezione dalla propria abitazione alla bisca nella quale si rintanava con fare misterioso.

Oggi il giocatore, può essere chiunque. Basta entrare in una tabaccheria per rendersene conto. Il "sale e tabacchi" da luogo di rifornimento di tabacchi prima di entrare in bisca, è diventato il nuovo centro di accoglienza per appassionati del gioco. Uomini e donne catturati dalla tentazione di scommesse ed estrazioni di numeri, non riescono a non fermarsi anche più volte nell’arco di una stessa giornata in questi ambienti dove investire i propri denari nei gratta e vinci, gioco del lotto, enalotto e le ormai regine dell’azzardo le slot.

Cosa è cambiato?

Un cambiamento importante in tema della dipendenza da gioco d’azzardo rispetto al passato ha a che fare con l’ingresso sempre maggiore delle donne in questo ambito. Inoltre un tempo il gioco d’azzardo era clandestino, oggi i giochi più diffusi appartengono ai monopoli di stato e non a caso, i locali dove si consumano le giocate sono esercizi pubblici quali dicevamo tabaccherie, bar e sale predisposte dove il clandestino è diventato legale e le ore lente trascorse al tappeto verde hanno ceduto il posto a compulsive quanto croniche puntate davanti ad un esercente che inserisce numeri in una ricevitoria.

Altri della categoria invece, tengono il dito pigiato sul pulsante di slot macine che danno immagini colorate a cui corrisponde una cifra economica che viene prima immagazzinata e poi eventualmente restituita in formato maggiorato se il gioco è stato fortunato.

Era già successo in Spagna un decennio fa che il fenomeno della dipendenza da gioco dilagasse tra il sesso femminile nella fattispecie riguardando la categoria delle casalinghe o pensionate che nell’andare a fare la spesa alimentare, spendevano i loro risparmi nel gioco e poco rimaneva per gli acquisti essenziali. Tali eventi avevano inevitabilmente fatto notizia e richiamato l’attenzione degli esperti.

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A tutto questo seguono conseguenze abbastanza serie sulla salute ed in particolare sull’equilibrio mentale che questo tipo di problema è in grado di provocare. In concomitanza a tale patologia l’individuo sviluppa una “gabbia del sè”, fatta di schiavitù ed ossessione. Tutto ruota intorno al gioco: procurarsi i soldi da scommettere, andare nelle sale da gioco senza farsi vedere da amici e congiunti, altri ancora si rivolgono anche a lottologi per farsi dare combinate vincenti quanto personalizzate. A tutto questo mondo sommerso del giocatore, si deve anche aggiungere quello di non far scoprire ai familiari l’assottigliarsi del conto corrente fino alle disperate bancarotte che avvengono in numerosi casi.

La crescita e l’estensione a macchia d’olio del problema del gioco d’azzardo è in parte favorita dalle crescenti possibilità di scelta tra una vasta gamma di tipologia di gioco, tutte contrassegnate dal marchio: monopoli di Stato. Le variegate forme di giochi riescono a rispondere alle simpatie dei giocatori a seconda delle propensioni delle varie categorie di personalità. Sono molte e diversificate le categorie dei giocatori: dagli appassionati di sale da gioco e casinò a chi consuma un gratta e vinci all’angolo della strada, fino alle popolari lotterie nazionali e il dilagante web! A ciascuno il suo stile e la propria storia.

Le slot e l’isolamento su internet

Ai minori dei 18 anni è vietato l’azzardo ed il premuroso kit “educativo” dei Monopoli di Stato lo spiega e sottolinea che il gioco illegale non va bene. Il codice penale punisce chi agevola l’azzardo e raddoppia la pena se la vittima è minorenne. Siamo però arrivati al punto che non solo lo stato-croupier favorisce tutti i tipi di scommesse, specialmente quelle che rendono meno alle casse pubbliche quasi azzerando le tasse sugli introiti da azzardo on line. Ma lo Stato stesso nel fare prevenzione, favorisce il gioco d’azzardo e lo fa anche tra i minori. In nome della legalità, l’Italia è ormai un grande casinò, soprattutto con i giochi via internet, che oltre a togliere soldi, tempo, occasioni di vita vera rattrappiscono la persona e la isolano.

gioco onlineLa sostanza della così detta campagna di prevenzione proposta dall’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato a 70.000 adolescenti tra i 16 e i 19 anni nelle scuole secondarie nel triennio 2009-2011 dal titolo: “Giovani & gioco” portava uno slogan un po' sconvolgente: “non scommetti mai? Sei un bacchettone”. Lo stato ha quindi raccontato nelle scuole italiane che l’azzardo fa parte dell’evoluzione, è segno di vivacità, vanta nobilissime origini culturali, è un modo per mettersi alla prova e affrontare gli ostacoli con forza e personalità.

Addirittura uno slogan recita così: “ci si attacca alla rete, al cellulare, alle slot machine e ai videopoker parcheggiati nei bar per dare risposta al primordiale bisogno di vincita che l’essere umano ha in se” (aams)…

Il gioco d’azzardo patologico (Definizione)

Un giocatore veramente dipendente è una persona in cui l’impulso per il gioco diviene un bisogno irrefrenabile e incontrollato al quale si accompagna una forte tensione emotiva e l’incapacità a ricorrere ad un pensiero logico. Il gioco finisce per assorbire direttamente od indirettamente sempre più tempo quotidiano, creando problemi secondari gravi che coinvolgono diverse aree della vita.

In generale, secondo i criteri classificatori tradizionali della psichiatria possiamo sintetizzare che siamo di fronte al gioco patologico d’azzardo quando esiste un comportamento persistente ricorrente e disadattivo. Sono quei casi nei quali, il gioco è in grado di avere delle pesanti ricadute negative sulla vita personale, sociale e lavorativa dei giocatori.

Web addiction

La dipendenza da internet meglio conosciuta nella letteratura psichiatrica con il nome originale inglese: Internet Addiction Disorder (IAD). Il termine è stato coniato da Ivan Golberrg nel 1995 ed è paragonabile al gioco d’azzardo patologico come diagnosticato dal DSM-IV.
In persone con tali dipendenze, si riscontra che a monte ci siano grosse difficoltà nei rapporti sociali e molti giovani sono dipendenti dal ciber-sex. Le difficoltà nei rapporti sociali che spesso affliggono le grandi metropoli, possono portare a dei disturbi derivanti dall’isolamento e dall’eccessivo utilizzo del web.

Ciò che affligge spesso i giovani è l’abuso e la dipendenza dai siti pornografici e dal ciber-sex, una realtà poco visibile perché vissuta di nascosto all’interno delle proprie case. Spesso i ragazzi crescono e creano la loro affettività e la propria capacità di entrare in relazione attraverso strumenti telematici, preferendo il virtuale al reale dove è richiesta una ridotta capacità nel mettersi in gioco.

Tipi di dipendenza da internet

La dipendenza da internet è in realtà un termine piuttosto usato che copre un’ampia varietà di comportamenti, ai quali sottostanno da un punto di vista problemi nel controllo degli impulsi e difficoltà nel regolare gli stati emotivi dolorosi. Secondo Kimbery Yong fondatore del Center for Online Application statunitense, sono stati infatti riconosciuti 5 tipi specifici di dipendenze online.
Dipendenza cibersessuale (o da sesso virtuale), gli individui che ne soffrono sono di solito dediti allo scaricamento, all’utilizzo e al commercio di materiale pornografico online oppure sono coinvolti in chat-room per soli adulti.

Dipendenza ciber-relazionale, gli individui che ne sono affetti, sono coinvolti in relazioni online oppure possono intraprendere un adulterio virtuale. Gli amici online diventano più importanti dei rapporti reali con la famiglia.

Dipendenza da giochi in rete, comprende una vasta categoria di comportamenti compreso il gioco d’azzardo patologico, i videogame, lo shopping compulsivo e il commercio compulsivo online Sovraccarico cognitivo: si tratta di un comportamento compulsivo per quanto riguarda la navigazione e l’utilizzo dei database sul web. A questo comportamento sono tipicamente associate le tendenze ossessive, compulsive ed una riduzione del rendimento lavorativo.

Gioco al computer e già negli anni ’80 come il solitario ed il campo minato furono programmati nei calcolatori e i ricercatori scoprirono che il gioco ossessivo sul computer era diventato un problema dato che gli impiegati trascorrevano la maggior parte del giorno a giocare piuttosto che a lavorare. Questi giochi non prevedono l’interazione di più giocatori e non sono giocatori in rete.

Quando internet diventa una droga

Si tratta di una condizione caratterizzata da un forte ed insistente desiderio di connettersi al web. Il soggetto aumenta progressivamente il tempo in rete, tanto da compromettere la propria vita reale. Se non può connettersi soffre, diventa irritabile fino a stati di agitazione o anche di depressione. Ne deriva pertanto che, i rischi correlati alle fasi di approccio da internet sono, quelli derivanti dalla fase iniziale in cui il soggetto è in una fase di osservazione e ricerca e quindi: sovraccarico cognitivo, gioco d’azzardo patologico online, shopping compulsivo online e porno dipendenza. Il soggetto che inizia a navigare nella rete scopre le sue infinite offerte ed inizia ad attivarsi nelle modalità che gli sono più congeniali, certo è che alcune sono a maggior rischio di diventare vere e proprie compulsioni. Sono tutte attività che si trovano non solo su internet, ma in rete sono più facilitate dall’anonimato e dalla semplicità con cui è possibile praticare in qualunque momento senza dover uscire di casa ed esporsi al giudizio altrui.

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Compiuta la “ricerca”, il soggetto si accinge verso una fase relazionale e comunicativa, scopre ed utilizza chat ed altri giochi di ruolo online come: incontri al buio, isolamento sociale, dipendenza da sesso virtuale (cibersex addiction), perdita dei contatti reali e sentimento di onnipotenza. In questa fase si manifestano le cosidette net-dipendenze, per le quali le persone maggiormente a rischio sono quelle con difficoltà comunicative e relazionali. In questi casi la dipendenza costituisce un comportamento di evitamento attraverso cui il soggetto si rifugia nella rete per sfuggire alle sue problematiche esistenziali.

Presentazione di un caso clinico: la storia di Daniela

Alla fine del 2011 ho iniziato una terapia sistemico-relazionale individuale durata 7 mesi con Daniela, una ragazza di 21 anni. L’inviante sua madre, stanca di vedere la figlia chiusa in casa sconfitta dall’inedia e dalla depressione.

Per terapia sistemico-relazionale individuale s’intende un lavoro terapeutico mirato ad analizzare le dinamiche intergenerazionali anche se è presente un unico paziente nel setting terapeutico. Con Daniela andammo a lavorare proprio in questa direzione con incontri a scansione settimanale della durata di un’ora circa per ciascuno.

Il caso clinico verrà esposto seguendo una trilogia schematica e cronologica: fase anamnestica, fase diagnostica e fase terapeutica.

Fase anamnestica (raccolta dati)

Daniela ha 21 anni ed ha concluso la scuola superiore un anno e mezzo fa, diplomandosi in liceo artistico a Bologna. In concomitanza della sua maturità, la mamma con la quale vive, decide di tornare in Toscana loro regione d’origine lasciata sei anni prima a seguito di una tragedia familiare: la morte del figlio maggiore Alessandro, per overdose scomparso a soli 23 anni. I genitori di Daniela si sono separati da otto anni e da questa unione erano nati tre figli. Il padre di Daniela è anche lui tossicodipendente ed alcolista con problemi legali (come emerge dal racconto della ragazza), che gli avevano causato anche lunghi anni di carcere.

La madre invece, era una donna molto più giovane del marito investita dal ruolo della crocerossina, ma che ad un certo punto si è resa conto di aver fallito nei suoi migliori intenti. Questa famiglia contava oltre alla morte del figlio maggiore, la stessa problematica nella tossicodipendenza dell’altro figlio il mezzano Filippo attualmente in una comunità per il recupero delle dipendenze da sostanze stupefacenti.

La madre quindi dopo aver toccato il fondo con il marito e i suoi due figli maschi, tenta di salvare l’unica figlia femmina, trasferendosi in un’altra città per ripartire, ma poi a seguito della perdita del lavoro torno nella città natale vicino alla famiglia d’origine e vicino all’ex marito attualmente agli arresti domiciliari.

Daniela nei suoi racconti in terapia, esprimeva la propria sofferenza per la sua condizione sia familiare, sia per il fatto di essere stata costretta a lasciare Bologna, evento che l’aveva ferita per il fatto di essere stata estirpata dalla sua precedente storia di vita. Nella città emiliana, Daniela si era infatti ben integrata soprattutto grazie alla scuola, aveva inoltre delle amichette anche loro come lei in sovrappeso e con queste si capiva e condividevano i loro problemi di giovani adolescenti.

Arrivata in Toscana la ragazza si chiude in sé e tra le mura domestiche, rimandando costantemente il progetto di crearsi una nuova vita, incontrarsi con nuovi amici e dare uno scopo concreto alle giornate trovando anche un semplice lavoro che le avrebbe consentito autonomia personale e rassicurazioni alla mamma che con il nuovo lavoro a stento riusciva ad arrivare a fine mese per se e sua figlia. Dunque Daniela trascorreva le sue giornate nell’inedia, non lavorava, non poteva continuare gli studi per problemi economici, e come un cane che si morde la coda, si era creato intorno a lei un vortice che la spingeva verso il basso. Al mattino (si fa per dire), si alzava verso le 12 e a volte anche più tardi, non si preparava mai il mangiare, pranza regolarmente solo se a casa c’era sua madre, altrimenti se quest’ultima con i turni a lavoro non c’era, la figlia s’imbottiva di schifezze come patatine, merendine e le adorate piadine. Iniziava poi il suo collegamento ad internet fino a tarda notte tipo le una o le due rimanendo nell’etere a cercare nuove amicizie, nuovi amori e a farsi una nuova vita, quella che non riusciva a cercare fuori.

Grazie poi alla sua sviluppata capacità grafica e pittorica, Daniela pubblicava in faceboock delle immagini belle e suggestive che esprimevano i suoi vissuti e stati d’animo, così ogni giorno si apriva al mondo parlando di se stessa. Fu così che conobbe Matteo, un ragazzo un po più grande di lei che era rimasto colpito dalla dolcezza e dalla profondità di Daniela. Lui voleva conoscerla realmente visto che distavano circa 50 km, ma Daniela temporeggiava sempre fino a confessare a Matteo la sua paura di perderlo nel farsi vedere in sovrappeso.

L’obesità rendeva Daniela una ragazza fragile e, come i suoi fratelli aveva una sua patologia legate all’abuso, loro di sostanze stupefacenti e lei di cibo.

Fase diagnostica (il sintomo)

Non si piaceva non si accettava e non faceva nulla per cambiare Daniela, rimaneva inerte di fronte alla sua patologia e al disagio ai quali non aveva mai provato a trovare una consapevole soluzione. Da tali problemi era sempre e solo scappata e da ormai oltre un anno era persino scappata dal mondo reale rifugiandosi nel virtuale di faceboock e di second-life (seconda vita in quanto con la grafica si creano protagonisti che hanno una loro vita virtuale, muovono in certi ambienti, lavorano, hanno una casa, etc, tutta una vita parallela a quella reale). Anche se di Matteo era innamorata Daniela, preferiva sentirlo e contattarlo con internet ed il cellulare quali finestre sul mondo, evitando incontri diretti.

Diagnosi della sintomatologia in chiave sistemico-relazionale
Quando presi in carico Daniela, il padre si trovava agli arresti domiciliari per reati inerenti allo spaccio di sostanze dopo aver usato droghe per lunghi anni. La madre aveva scelto di sposare quell’uomo per adempiere ad una sua inconscia funzione di crocerossina e, lo aveva lasciato a seguito della morte del loro figlio maggiore, attribuendo al padre e alla sua vita sregolata tale responsabilità.

Da un fatto così drammatico in famiglia quando Daniela era poco più che una bambina, ne aveva risentito la sua crescita e la costruzione della propria identità. Anche Filippo di soli due anni più giovane di Alessandro (il figlio mezzano), aveva intrapreso la stessa strada del padre e del fratello, nel mondo della tossicodipendenza.

Nelle sedute in terapia Daniela spendeva sempre delle parole in difesa del fratello scomparso, mai nei confronti di Filippo considerando quest’ultimo un’egoista che non risparmiava nulla alla loro mamma dopo tutta la sofferenza che la donna aveva dentro di se e, emerse anche la rabbia di Daniela per l’egoismo di Filippo che non rischiava a suo parere la vita con l’eroina (nel senso che si rifugiava periodicamente in comunità di recupero solo per un breve periodo di disintossicazione al fine di non toccare il fondo), mentre Alessandro più ingenuo con quella sostanza era andato incontro alla morte.

Emerse dunque una visione molto etrema della realtà da parte di Daniela quanto sentita a livello di sofferenza, lavorai quindi nel mettere in evidenza come ciascuno di loro tre nel gruppo della fratria contribuiva a giocarsi ruoli patologici. Se Alessandro era morto, Filippo manteneva l’eredità del padre nella tossicodipendenza continuando a farsi e a dare manifesta visibilità al sintomo.

Allo stesso modo, anche lei, con una sintomatologia più femminile quale appunto i disturbi alimentari, contribuiva al mantenimento della patologizzazione di questa famiglia.
Va inoltre specificato il fatto che, a seguito della sua insicurezza Daniela rifuggiva da una relazione reale e il suo amore per Matteo non riusciva a viverlo fuori dal web, ciattava, si vedevano in skype, quindi lui sapeva come lei era fatta, ma non riusciva a strutturare un incontro diretto. Pertanto in Daniela la dipendenza dal web poteva leggersi come concausa dell’altra patologia correlata ai disturbi alimentari.

Fase terapeutica (intervento mirato sul sintomo)

Con Daniela l’obiettivo della terapia era lavorare sul sintomo rendendone noto il senso e la funzione tanto da non considerarlo più così onnipotente e in grado di improntare tutto il resto della vita intorno ad esso.

Nel lavoro interattivo con Daniela, arrivammo a concentrarsi su quanto fosse necessario scegliersi un sintomo “importante” per poter appartenere alla propria famiglia d’origine ed essere da essa riconosciuta come membro.

Nel suo caso specifico Daniela custodiva i suoi due sintomi come delle matrioske, l’uno dentro: obesità e dipendenza dal web come contenitore del proprio sacrificio di appartenenza al sistema familiare.

La terapia durò sei mesi e ci concentrammo sull’importanza della sua crescita, intesa come differenziazione dal nucleo familiare, quindi imparare a volersi maggiormente bene prendendosi cura di se e partimmo proprio dall’esigenza di impostare la propria giornata, alzandosi non tardi la mattina ed avere uno scopo nella vita: come cercarsi un lavoro, uscire e quindi accettare se stessa.

Venne un giorno che addirittura riuscì ad incontrare Matteo, l’impresa non fu semplice, ma almeno la terapia arrivò ad un punto di svolta!

Daniela per la prima volta si sentiva realizzata, aveva molta paura di fallire nella dura sfida con il suo corpo e quindi con i suoi sintomi, ma aveva trovato il coraggio di sfidare certe resistenze, incistate già a livello intergenerazionale. Quando Daniela arrivò in quella famiglia il padre era già tossicodipendente, la madre la sua crocerossina e poi i figli si scelsero ciascuno un sintomo, rigido, dal quale non riuscire a separarsi. Lo aveva dimostrato Alessandro che era andato incontro alla morte e poi Filippo che faceva il tossicodipendente cronico e in fine lei, la paziente che non provava a combattere il suo sintomo, ma per occultarlo era finita nella dipendenza dal web.

Considerazioni conclusive

Oggi il gioco d’azzardo ha cambiato forma e protagonisti come viene ben descritto nell’articolo. Molto dell’azzardo è stato legalizzato dallo Stato e sempre più persone si lasciano sedurre dalle diverse forme del gioco che nel loro stile assortito riescono a rispondere alle diverse scelte o qualsivoglia esigenze delle persone.

Nell’articolo viene anche presentato un caso clinico dove la paziente presenta una consolidata (nel tempo), dipendenza dal web come via di fuga dalla vita reale. Si può arrivare a concludere che il gioco sia diventato nella vita di molte persone un’esigenza quasi primordiale il cui bisogno ricorrente pone in secondo piano altre sfere della vita della persona coinvolta.

In un momento sociale in cui l’economia mondiale è in ginocchio i guadagni del gioco d’azzardo sono tutt’altro che in crisi.

Con la speranza che questo articolo possa essere stato in qualche modo utile tra i miei colleghi a suscitare riflessioni, vi lascio con un quesito: quali reali problemi si nascondo dietro alla dipendenza dal gioco? Ciascuno dia la propria risposta!

 

Note bibliografiche

  • Alonso-Fernandez Francisco, 1996, La dipendenza dal gioco. In Le altre droghe, Eur Roma; AA.VV., 1994, DSM-IV, Masson;
  • Euli E., I dilemma (diletti) del gioco, La meridiana,2005;
  • Mazzocchi S., Mi gioco la vita. Mal d’azzardo: storie di giocatori estremi, Baldini Castoldi Dalai, 2005;
  • Willans A., Gioco d’azzardo. Un affare di famiglia, Editori Riuniti, 2000.

 

(a cura della Dott.ssa Tamara Marchetti)

 

 

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