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Il valore positivo della bugia

Trattando il tema della menzogna ci si imbatte frequentemente in definizioni che fanno uso di molti sinonimi quali inganno, errore, finzione, burla, ecc…, le quali, anziché restringere i confini semantici del concetto di menzogna, tendono ad allargarli creando spesso confusione.

valore positivo della bugiaUn primo tentativo per circoscrivere tale area semantica consiste nel definire la differenza tra menzogna e inganno. La menzogna e il suo sinonimo bugia, usato prevalentemente in relazione all’infanzia, và considerata una modalità tra le altre di ingannare, perciò possiamo definirla come una sorta di “sottoclasse “ dell’inganno.

La sua caratteristica distintiva consiste nel fatto di essere essenzialmente un atto comunicativo di tipo linguistico, ossia la rivelazione di un contenuto falso attraverso la comunicazione verbale o scritta. Questo impone la presenza di almeno un comunicatore, di un ricevente e di un messaggio verbale che non corrisponde a verità.

L’inganno si esplica invece, non solo attraverso l’atto comunicativo della menzogna, ma anche attraverso comportamenti tesi ad incidere sulle conoscenze, motivazioni, aspettative dell’interlocutore. (De Cataldo Neuburgher L. , Gullotta G., 1996).

Secondo questa prospettiva, l’omissione di informazioni non è tanto una menzogna, quanto un inganno. La comunicazione è una condizione sufficiente ma non necessaria perché si possa ingannare. A volte si inganna facendo in modo che:

  • l’altro sappia qualcosa di non vero (es: A va sul tetto e fa cadere acqua dalla grondaia, B vede l’acqua e viene ad assumere che piove)
  • l’altro creda qualcosa di non vero (es: B guardando l’acqua fuori dalla finestra, commenta: “piove”, e A non lo smentisce)
  • l’altro non venga a conoscenza della verità (A chiude l’altra finestra dalla quale non si vede l’acqua cadere, in modo che B continui a credere il falso)

L’inganno, quindi, si esplica attraverso qualsiasi canale verbale e non verbale (mimica facciale, gestualità, tono di voce), mentre la menzogna utilizza specificatamente il canale verbale.

Mentire è un comportamento diffuso, tipicamente umano, non è tipico dell’adolescenza, né necessariamente un indice di psicopatologia; di solito viene valutato infatti da un punto di vista etico più che psicopatologico. Non appena i bambini sono in grado di utilizzare il linguaggio con sufficiente competenza sperimentano la possibilità di affermare a parole una verità del desiderio e del sentimento diversa da quella oggettiva. E’ noto che i bambini non hanno la stessa proprietà di linguaggio degli adulti, per cui spesso gli adulti chiamano bugia ciò che per il bambino è espressione di paure, di bisogno di rassicurazione o di percezione inesatta della realtà. Si può parlare di bugia quando si nota l’intenzione di “barare”, e comporta un certo livello di sviluppo.

Nei bambini avviene come messa alla prova per misurare poi la reazione degli adulti al suo comportamento. Nel crescere assume anche altri significati poiché dipende da diverse variabili; può dipendere dalla situazione che si sta vivendo, dalla persona alla quale è rivolta o dallo scopo che si vuole raggiungere.

E’ utile pertanto una classificazione che ci permetta di orientarci meglio al suo interno, sebbene tale classificazione può risultare artificiosa dal momento che i vari tipi di menzogna tendono spesso a sovrapporsi e a confondersi tra loro.

Si possono distinguere (Lewis M., Saarni C. , 1993):

  • bugie caratteriali (bugie di timidezza, bugie di discolpa, bugie gratuite)
  • bugie di evitamento (evitare la punizione, difendere la privacy)
  • bugie di difesa (bugie per proteggere se stessi o gli altri)
  • bugie di acquisizione (bugie per acquistare prestigio, per ottenere un vantaggio)
  • bugie alle quali lo stesso autore crede (pseudologie)
  • autoinganno

BUGIE DI TIMIDEZZA: una motivazione che può spingere a raccontare bugie è la timidezza. Alla sua radice c’è una concezione negativa di se stessi; i timidi affrontano la vita con la sensazione di essere inferiori rispetto alla maggioranza degli altri esseri umani e questo modo di pensare condiziona le loro relazioni in molteplici modi. Uno di questi è la tendenza a raccontare menzogne per apparire migliori agli occhi degli altri, per nascondersi, per evitare situazioni sociali nelle quali si sentirebbero inadeguati e imbarazzati.

BUGIE DI DISCOLPA: ci sono menzogne che derivano dalla necessità di discolparsi da accuse più o meno fondate. E’ un atteggiamento diffuso nei bambini che può permanere in soggetti adulti insicuri nei quali spesso si riscontra un sentimento d’inferiorità e l’incapacità di affrontare le proprie responsabilità.

BUGIE GRATUITE: generalmente dietro alla maggior parte delle bugie si nasconde un bisogno, un desiderio, uno scopo che il soggetto vuole raggiungere. Spesso invece ci troviamo di fronte a menzogne che non lasciano intuire che cosa vuole raggiungere il soggetto, sono le bugie che vengono raccontare per puro divertimento, per allegria, per dare sfogo alla fantasia.

BUGIE PER EVITARE LA PUNIZIONE: evitare la punizione è un motivo molto comune delle bugie degli adulti, ma prevalentemente dei bambini. Questi ultimi imparano a mentire ben presto quando si rendono conto di aver commesso una trasgressione, già a 2-3 anni essi sono in grado di attuare degli inganni in contesti naturali come la famiglia.

BUGIE PER DIFENDERE LA PRIVACY: la salvaguardia della privacy è un motivo che spinge spesso i ragazzi adolescenti, ma anche gli adulti, a raccontare bugie. Nell’adolescenza emerge nei ragazzi il bisogno di crearsi uno spazio proprio, di decidere se raccontare o meno le loro esperienze e le loro emozioni. Se da un lato ciò deve essere rispettato dai genitori, dall’altro costituisce un problema a causa del loro bisogno di protezione nei confronti del figlio.

BUGIE PER PROTEGGERE SE STESSI O GLI ALTRI: nella vita di ogni giorno ci sono svariate situazioni che portano una persona a mentire per proteggere se stessa o i sentimenti di persone care. Se alla nostra festa di compleanno riceviamo un regalo che non ci piace o quanto meno lo consideriamo inutile, è molto improbabile che lo diremo chi ce l’ha donato; è probabile invece che, dissimulando la delusione, ci mostreremo entusiasti. Gli adulti mentono per cortesia e questa regola sociale viene ben presto assimilata anche dai bambini. Essi imparano a proteggere i sentimenti degli altri attraverso un’istruzione diretta data dai genitori, ma anche indirettamente osservandone il comportamento.

BUGIE PER ACQUISTARE PRESTIGIO: sono delle bugie compensatorie che traducono non tanto la ricerca di un beneficio concreto, ma la ricerca di un’immagine che il soggetto ritiene perduta o inaccessibile: si inventa una famigli più ricca, più nobile o più sapiente, si attribuisce dei successi scolastici o lavorativi. In realtà questa bugia è da considerarsi normale nell’infanzia e finchè occupa un posto ragionevole nell’immaginazione del bambino. Tale condotta viene considerata banale fino ai 6 anni, la sua persistenza oltre tale età segnala invece spesso delle alterazioni psicopatologiche.

PSEUDOLOGIE: sono delle bugie alle quali lo stesso autore crede. Più specificatamente viene definita “pseudologia fantastica” una situazione intenzionale e dimostrativa di esperienze impossibili e facilmente confutabili (Colombo, 1997). E’ un puro frutto di immaginazione presente in bugiardi patologici ed è una caratteristica tipica della Sindrome di Mùnchausen.

AUTOINGANNO: il mentire a se stessi è un patricolare tipo di menzogna che ci lascia interdetti e confusi dal momento che il soggetto è contemporaneamente ingannatore e ingannato. L’autoinganno è l’inganno dell’Io operarto dall’Io, a vantaggio o in rapporto all’Io (Rotry, 1991).
In esso vengono messi in atto meccanismi di difesa come la razionalizzazione e la denegazione. Attraverso la razionalizzazione il soggetto inventa spiegazioni circa il comportamento proprio o altrui che sono rassicuranti o funzionali a se stesso, ma non corrette. Il soggetto da un lato può celare a se stesso la reale motivazione di alcuni comportamenti ed emozioni, e dall’altro riesce a nascondere ciò che sa inconsciamente e non vuole conoscere.

Attraverso la denegazione, invece, il soggetto rifiuta di riconoscere qualche aspetto della realtà interna o esterna evidente per gli altri. Potremo fare l’esempio dell’alcolista che mente a se stesso dicendosi che non ha nessun problema o delle famiglie in cui si fa “finta di niente, finta di non capire”.

Ogni età e ciascuno dei due sessi ha le proprie bugie tipiche. Qualche volta la bugia si identifica con la disobbedienza: se obbedienza è fare ciò che viene richiesto, comportamento apprezzato e desiderato dai genitori, requisito necessario per una buona interazione con il bambino, la mancanza di obbedienza non è necessariamente un dato negativo. La capacità di “mentire” può essere considerata una conquista cognitiva attraverso la quale il bambino cerca la sua posizione e indipendenza nel contesto familiare. Questo esercizio permette di sviluppare un proprio pensiero, ma anche le abilità e le strategie sociali, che lo aiuteranno ad esprimere la sua autonomia in modi socialmente accettabili. Dal punto di vista dello sviluppo ciò che ci preme segnalare è il passaggio dal raccontare la semplice bugia all’esibire abilità più complesse quali la capacità di contrattare e di negoziare. Decisamente significativo su tale svolta l’atteggiamento delle figure educative, dai genitori agli insegnanti, che devono essere fermi sul limite, chiari sul valore e sulla leicità delle varie condotte, supportivi nel dare spazio ovvero un mix per nulla facile da realizzare.

In alcuni casi, specie a partire dall’adolescenza, motivo psicologico tipico della bugia è il bisogno di nascondere parti di sé; in questo caso essa viene utilizzata per proteggere un segreto, spesso un Sé ancora troppo insicuro per mostrarsi in pubblico. La parte di Sé che si sceglie di nascondere può essere di volta in volta diversa: la propria pochezza e dipendenza infantile, o all’opposto, la nuova identità, il corpo e la mente che crescono. E’ caratteristica dei maschi l’uso della bugia come esagerazione delle proprie qualità; non a caso questa motivazione psicologica della bugia è diffusa nella prima parte dell’adolescenza, quando a una vaga sensazione di potenza in fieri, non si accompagna ancora la percezione di competenze in grado di tradurla in atto. Per le femmine mentire può essere più facilmente connesso ad un clima relazionale di confidenze e segreti giurati e poi traditi, ad un gioco di rilevazioni e nascondimenti. Questi diversi stili rimandano ad un differente rapporto con l’ideale di ruolo sessuale, con un immagine del Sé sessuale maschile più esibita ed un immagine del Sé femminile più giocata sulla ritrosia, sul nascondere e rivelare. Ci sono ragazzi che mentono solo in uno specifico contesto relazionale, in famiglia o a scuola, con gli amici o nei rapporti sentimentali. In questi casi sarà un aspetto specifico del Sé ad essere nascosto ad un determinato interlocutore. (Sweester E.E., 1987),

L’uso della bugia in adolescenza può dunque indicare una difficoltà di integrazione dei diversi aspetti di Sé, in una fase evolutiva in cui i mondi relazionali non sono ancora integrati tra loro. In questo caso mentire è una esigenza fisiologica di carattere difensivo, finalizzata a proteggere aspetti di Sé ancora molto fragili; l’uso della bugia contribuisce infatti alla costruzione di uno spazio privato del Sé. Saper mentire è da questo punto di vista un’espressione iniziale della capacità di tenere le cose per sé, di tollerare, di avere uno spazio privato, segreto, non condiviso con altri. Un esempio è la storia di Henri Potter, dove il vivere in mondi paralleli, un po’ magici, permette di meglio esprimere i vari aspetti del Sé e di integrarli con maggiore chiarezza. Un adolescente che non è in grado di sottrarsi allo sguardo dei genitori e chiede di essere approvato in ogni suo comportamento, anche trasgressivo, segnala, con il bisogno di condividere ogni esperienza emotiva e comportamentale, la difficoltà a rendersi autonomo.

Come abbiamo visto la menzogna è parte integrante della vita di ognuno di noi e, se tale comportamento ha resistito fino ai giorni nostri, è perché è funzionale al nostro adattamento, nei limiti della “normalità” essa rappresenta un aspetto dell’intelligenza sociale.

Ognuno di noi è stato vittima di menzogne come ognuno di noi ha a sua volta mentito usando una modalità piuttosto che un’altra. La scelta della modalità dipende da diversi fattori(Vincent J., Castelfranchi C., 1981):

  • dallo scopo che si vuole raggiungere
  • dal contesto
  • da caratteristiche personali dell’individuo
  • dalle caratteristiche della persona che si vuole ingannare

Ad esempio, se chi vuole mentire sa di godere della fiducia del suo interlocutore, probabilmente sceglierà di mentire in modo diretto, cioè di dire esplicitamente il falso; nel caso contrario verrà usata una tecnica diversa che spinge l’altro a credere il falso anche se non gli è stato chiaramente rivelato.

Se un soggetto sa di non riuscire a mascherare bene le proprie emozioni ed espressioni sceglierà preferibilmente di mentire quando non è in contatto visivo con l’interlocutore, lo farà ad esempio al telefono.
Whaley (1982) e Ekman (1989) ritengono che le principali modalità per incidere sull’altro, sia a livello cognitivo che comportamentale, sono la dissimulazione e la simulazione.

La dissimulazione consiste nell’omissione di alcune informazioni che si ritengono vere ma che si vogliono nascondere. Generalmente si è portati a pensare che l’omissione della verità non sia una menzogna e che sia molto più grave affermare il falso; in realtà colui che omette e dissimula lo fa intenzionalmente e deliberatamente per trarre in inganno l’interlocutore e per modificarne pensieri e comportamenti a proprio vantaggio. La dissimulazione viene preferita perché è più agile, più facile da gestire e meno riprovevole della falsificazione, permette sempre una scappatoia e, anche se viene smascherata, lascia qualche dubbio nella vittima dell’imbroglio. E’ un comportamento passivo e, anche se la vittima ne rimane comunque danneggiata, il mentitore può avere un senso di colpa limitato dal momento che non ha detto nulla di falso. Non tutte le omissioni costituiscono però delle menzogne, esistono delle eccezioni, una di queste è la difesa della propria privacy.

La dissimulazione si può suddividere in diverse modalità:

  • dissimulazione a metà: dire la verità solo in parte tralasciando alcuni particolari.
  • L’omissione: non far sapere qualcosa a chi ha il diritto di saperlo, si parla in questo caso anche di reticenza, ad esempio la reticenza in tribunale.
  • Il fuorviamento: indirizzare l’attenzione del ricevente in modo da distrarlo da ciò che si vuole dissimulare, per esempio creo un’occasione di litigio con il promesso sposo mentre mio figlio, di cui non voglio che lui ne conosca l’esistenza, mi saluta incontrandomi per strada.

La simulazione consiste nella falsificazione della verità ed è un comportamento che impegna attivamente il soggetto, egli deve inventare di sana pianta e cercare di mantenere una condotta in linea con la menzogna detta. Si associa talvolta alla dissimulazione quando c’è la necessità di coprire le prove di ciò che si vuole nascondere. Questo uso del falso per mascherare la verità che si vuole dissimulare è particolarmente necessario quando si devono nascondere le emozioni.

Le tecniche che meglio si prestano allo schema della simulazione sono:

  • la finzione: fingere di avere certe idee, opinioni, sentimenti che in realtà non ci spettano.
  • la contraffazione: presentare un qualcosa con le caratteristiche di un’altra spacciandole per uguali.

Ekman (1989) evidenzia come oltre alla simulazione e dissimulazione ci sono altri modi di mentire. Anziché cercare di nascondere un’emozione provata è possibile ammettere tale emozione ma mentire sulla causa della sua natura. Un’altra tecnica consiste nel dire la verità, ma con fare sprezzante, in modo che la vittima non ci creda. E’ come mentire dicendo il vero. Un esempio può essere quello del marito che, dopo un incontro con l’amante, torna a casa e, alla domanda sospettosa della moglie: “dove sei stato?”, risponde senza scomporsi: “dove vuoi che sia stato, dall’amante!”.

 

BIBLIOGRAFIA

Colombo G. (1996), Manuale di psicopatologia generale, Cleup, Padova
De Cataldo Neuburgher L. , Gullotta G. (1996), Trattato della menzogna e dell’inganno,
Giuffrè, Milano
Ekman P. (1989), Le bugie dei ragazzi, Giunti, Firenze
Ekman P. (1989), volti della menzogna, Giunti, Firenze
Lewis M., Saarni C. (1993), Lying and deception in every day life, London Guilford Press
Rotry A.O. (1991), Autoinganno, akrasia e irrazionalità. In J. Elster (a cura di) L’Io multiplo, Feltrinelli, Milano
Sweester E.E. (1987), The definition of lie: an examination of the folk models underlying a semantic prototype. In D. Holland (Ed.) Cultural model language and thought, New York: Cambridge University Press
Vincent J., Castelfranchi C. (1981), The art of deception, how to lie hile saying the truth
While saying the truth. In H. Parret, M. Sbisà. & J. Vershueren (eds.), Possibilities and limitation of pragmatics, John Benjamins, Amsterdam
Waley B. (1982), Toward a general thery of deception, Journal of Strategic Studies, 5, 178-182

 

Dott. Maria Concetta Cirrincione

 

 

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