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In che modo il linguaggio modella le nostre percezioni?

Secondo i ricercatori Gary Lupyan ed Andy Clark il linguaggio crea aspettative che influenzano la nostra percezione del mondo in generale.

il linguaggio modella le nostre percezioniQuando apri gli occhi, vedi un mondo tridimensionale colorato popolato da oggetti ed eventi.

Aggiungi alla miscela una panoplia di suoni, odori, sapori e sensazioni corporee, e avverti una certa consapevolezza quasi fosse scontata.

Pensiamo che stiamo vivendo il mondo così com'è, ma non lo è; è una realtà virtuale costruita all'interno delle nostre teste.

La nostra percezione del mondo sembra essere un processo passivo. La luce entra nei nostri occhi, il suono entra nelle nostre orecchie ed il nostro cervello lo risolve per creare un'esperienza consapevole che rispecchia più o meno la realtà.

Ma il nostro cervello non è solo un ricevitore passivo di informazioni. Il nostro cervello non fa altro che produrre costantemente previsioni su ciò che è là fuori.

Le nostre percezioni, quindi, riguardano maggiormente ciò che il cervello si aspetta di incontrare rispetto a ciò che è veramente lì.

In effetti, il cervello ignorerà palesemente le informazioni che riceve dai sensi, specialmente in situazioni in cui tale input sensoriale non corrisponde ad anni di esperienza.

L'illusione di Cornsweet è un buon esempio. La tegola superiore nell'immagine sembra più scura della tegola inferiore, ma in realtà, se proviamo a coprire con il dito lo spazio che le divide, sono dello stesso colore.

sod.jpeg                         Source: Lupyan, G. & Clark, A. (2015). Words and the world: predictive coding and the language-perception-cognition interface.                                                Current Directions in Psychological Science, 24, 29-284.

Ora che sappiamo che le due tessere sono dello stesso colore, si potrebbe che la differenza apparentemente scompare, e invece no!

Il cervello torna testardamente alla sua interpretazione originale. Ma perchè?

Ecco la ragione per l'illusione di Cornsweet. Per tutta la vita, il cervello ha avuto a che fare con schemi di illuminazione e ombreggiatura.

Se entrambe le tessere sembrano essere dello stesso colore, la tessera superiore deve essere più scura, perchè è nella luce.

Allo stesso modo, quello inferiore deve essere effettivamente più leggero, perchè è nell'ombra. Ecco coma ragiona il nostro cervello.

Cioè, il cervello mostra quello che pensa che i colori dovrebbero essere, non quello che i tuoi occhi stanno vedendo.

La maggior parte delle illusioni visive che si incontrano su Internet o nelle classi di psicologia possono essere spiegate in termini di percezione “dall'alto verso il basso”, in cui si sperimenta il mondo come il cervello si aspetta che sia.

Ciò è in contrasto con la percezione “dal basso verso l'alto”, in cui il cervello elabora l'input sensoriale più o meno fedelmente.

Gli scienziati hanno indagato la percezione dall'alto verso il basso da un secolo a questa parte.

Ma gli psicologi Gary Lupyan dell'Università del Wisconsin e Andy Clark dell'Università di Edimburgo sostengono che la percezione dall'alto verso il basso non è solo limitata all'elaborazione di basso livello come la regolazione per l'illuminazione e l'ombreggiatura.

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Al contrario, sostengono che questo è il metodo predefinito del cervello per interagire con il mondo.

Immagina di navigare nella tua casa al buio. Puoi farlo non perchè puoi vedere i mobili e le scale, ma perchè sai dove sono e come navigare intorno a loro.

Allo stesso modo, considera l'uscita dal tuo vialetto. Non è possibile vedere il bordo della porta del garage o la casella di posta, ma sai come manovrare la macchina per evitare di prenderli.

Il cervello usa le informazioni che fluiscono dai sensi per verificare le sue previsioni.

E quando il cervello non è sicuro delle sue aspettative, come quando percorre una strada sconosciuta, si affida molto di più dalla percezione dal basso verso l'alto.

La percezione intesa come pronostica influenza ogni tipo di esperienza quotidiana.

Ad esempio, ci piace la musica non perchè i suoi che arrivano sono intrinsecamente gradevoli. Piuttosto, siamo contenti della musica perchè corrisponde alle nostre aspettative.

Ecco perchè la musica di altre culture (o di altre generazioni) può essere difficile da ascoltare.

Dal momento che non è familiare, non possiamo formulare buone aspettative al riguardo.

Le aspettative giocano anche un ruolo importante nelle nostre relazioni interpersonali.

Facciamo costantemente previsioni su ciò che gli altri diranno o faranno, e abbiamo ragione così tante volte che non ce ne accorgiamo nemmeno.

È solo quando gli altri si comportano in modo contrario alle nostre aspettative che viene catturata la nostra attenzione.

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Mentre la percezione del linguaggio è guidata dalle aspettative, Lupyan e Clark sottolineano che il linguaggio crea anche aspettative che influenzano la nostra percezione del mondo in generale.

Questo perchè non usiamo il linguaggio solo per comunicare con gli altri, lo usiamo per pensare a noi stessi.

Psicologi e linguisti hanno discusso fin dall'inizio del XX secolo rispetto all'ipotesi che la lingua che parliamo possa influenzare il modo in cui percepiamo il mondo.

Ad esempio, diverse lingue dividono lo spettro dei colori in modalità diverse. I sostenitori dell'ipotesi della relatività linguistica prendono questo come prova che il linguaggio influenza il pensiero e la percezione.

Finchè riteniamo che la percezione sia principalmente un processo dal basso verso l'alto, con le informazioni che per lo più fluiscono dagli occhi e dalle orecchie al cervello, è difficile immaginare come la lingua possa avere un'influenza.

Ma il modello di percezione come previsione di Lupyan e Clark spiega perchè avvengono gli effetti della relatività linguistica.

Ogni lingua scolpisce il mondo in qualche modo e secondo modalità differenti. Quindi ogni lingua offre ai suoi oratori una particolare visione del mondo che non sarà esattamente la stessa di quella degli oratori di altre lingue.

In altre parole, vediamo il mondo secondo il quadro che il nostro linguaggio ci impone.

 

A cura della Dottoressa Giorgia Lauro

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