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La neuroscienza della solitudine

Esiste un meccanismo fisiologico che ci porta a sentirci soli? La solitudine può ucciderci? I ricercatori hanno scoperto che la solitudine influenza l'attivazione dei neuroni dopaminergici e serotoninergici, che sono fondamentali per il nostro benessere emotivo.

neuroscienze solitudineCon le vacanze che si avvicinano, si avvicina anche il tempo ed i momenti che andremo a condividere con i nostri cari.

Tuttavia, molte persone si sentono particolarmente sole durante questo periodo dell'anno. La verità è che la solitudine è un'epidemia.

Stiamo attraversando momenti di profondi cambiamenti sociali, e internet e tutte le nuove tecnologie che ne derivano rappresentano enormi driver nell'epidemia della solitudine, che ci consentono di rimanere in contatto con gli altri senza doversi effettivamente connettere con loro.

Gli umani, piaccia o no, sono mammiferi sociali. Abbiamo bisogno di interagire l'un l'altro e, come società, tendiamo ad organizzarci nelle comunità.

La solitudine - un termine più poetico per l'isolamento sociale – non è una novità. Gli autori classici ne scrivono da secoli, ma è molto più che una fonte di ispirazione per le arti e la letteratura.

È un meccanismo biologico che spinge le persone a trovare l'interazione sociale che manca e di cui hanno bisogno.

Il cervello spinge l'individuo solitario a trovare qualcuno con cui interagire, proprio in virtù degli aspetti sociali di cui siamo costituiti.

Abbiamo bisogno di compagnia perchè i nostri antenati preistorici avevano disperatamente bisogno di compagnia per sopravvivere; la presenza di altri esseri umani assicurava protezione e sostegno, per sé stessi e per la loro prole.

I nostri cervelli pensano ancora che dobbiamo essere circondati da altri se vogliamo sopravvivere e prosperare.

Certamente, la solitudine è una sensazione naturale che tutti provano ad un certo punto della loro vita, ma uno stato cronico di solitudine non può giovare molto e a nessuno.

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L'isolamento sociale cronico è collegato a depressione, ansia e disturbo da stress post-traumatico. Queste sono vere minacce per alcuni dei gruppi più vulnerabili all'isolamento sociale, che sono spesso trascurati in termini di salute mentale.

Se cerchiamo su Google “solitudine epidemica” e valutiamo le query di ricerca associate vedremo che le persone hanno già cercato o digitato domande del tipo: qualcuno può morire di solitudine?

Potremmo pensare che questo sia esagerato, ma la domanda sulla solitudine è stata sollevata e sta iniziando a essere considerata una preoccupazione per la salute pubblica nelle nostre comunità.

Ma qual è il meccanismo fisiologico di sentirsi soli? e... la solitudine può davvero ucciderci?

Per rispondere a queste domande, sono state pubblicate alcune ricerche per chiarire la questione. I ricercatori hanno scoperto che l'isolamento sociale influenza l'attivazione dei neuroni dopaminergici e serotoninergici, che sono fondamentali per il nostro benessere emotivo.

Matthews e collaboratori hanno scoperto che i neuroni dopaminergici in una regione del cervello denominata nucleo del rafe dorsale sono stati attivati in risposta all'isolamento sociale acuto e hanno innescato la motivazione alla ricerca e al re-inserimento nelle interazioni sociali.

Sono stati condotti degli studi sui ratti, i quali alcuni “alloggiavano insieme”, mentre altri venivano isolati, al fine di monitorare successivamente le loro reazioni quando veniva introdotto un nuovo ratto.

I topi isolati fino a quel momento hanno mostrato un'attività notevolmente elevata in quella regione del cervello che li ha motivati a interagire con il nuovo topo nella gabbia.

D'altra parte, i topi che stavano già interagendo con altri topi, cioè quelli che alloggiavano insieme, hanno mostrato una mancanza di interesse per il nuovo arrivato.

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Per misurare gli aspetti sociali, è stato utilizzato un protocollo ben conosciuto per valutare le interazioni sociali: il cosiddetto test delle tre camere.

In questo protocollo, il topo viene inserito in una gabbia con tre sezioni diverse. Una di queste è la cosiddetta “sezione sociale”, in cui è posizionato un altro topo.

Ci si aspetta che il topo studiato (che parte dalla sezione centrale della gabbia) trascorrerà più tempo ad esplorare la sezione sociale e ad interagire con il nuovo topo piuttosto che isolarsi nella sezione non sociale della gabbia.

Questa ipotesi parte dall'assunzione che, i topi, esattamente come noi, sono mammiferi sociali. Con il potere dell'optogenetica, i ricercatori utilizzarono la foto-attivazione dei neuroni dopaminergici nel nucleo del rafe dorsale.

Sono stati in grado di attivare e disattivare i neuroni a piacimento e studiare i cambiamenti.

I ricercatori hanno scoperto che quando questi neuroni erano “on”, il topo trascorreva più tempo nella sezione sociale della gabbia, mostrando un aumento della loro motivazione alla socialità.

È interessante notare che hanno anche osservato un comportamento avversivo quando i neuroni dopaminergici nel nucleo del rafe dorsale sono stati attivati, ma il topo studiato è stato privato della possibilità di un'interazione sociale (cioè il nuovo topo nella sezione sociale era assente).

In un altro esperimento, il topo ha evitato la sezione della gabbia dove ha ricevuto la stimolazione della luce, avendo imparato a collegare la luce al “sentimento solitario”.

E a causa dell'assenza di un altro topo, non ci sarebbe stato sollievo alla sua solitudine.

Tutti questi risultati indicano che le connessioni neuronali sono potenziate in seguito all'isolamento sociale, che fa sì che l'individuo cerchi l'interazione sociale che manca.

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I ricercatori hanno concluso che l'attivazione dei neuroni dopaminergici nel nucleo del rafe dorsale è necessaria solo per gli individui isolati poiché sono quelli che hanno più bisogno dell'interazione sociale.

Confrontarono successivamente la ricerca di situazioni sociali quando socialmente isolati a quella della ricerca di cibo in soggetti in stati di fame.

Poiché diversi circuiti neurali sono coinvolti nel consumo di cibo perchè è appetitoso o perchè siamo affamati, ipotizzano che una situazione simile si applica alle interazioni sociali e ipotizzano che diversi circuiti neurali possano entrare in gioco quando il soggetto desidera l'interazione sociale in quanto gratificante (gustoso) o perchè si sentono soli (affamati).

Sargin e collaboratori arrivarono a conclusioni simili a quelle di Matthews, ma focalizzando la loro attenzione sui neuroni serotoninergici nel nucleo del rafe dorsale piuttosto che dopaminergici, in risposta all'isolamento sociale.

Identificarono così i canali SK responsabili delle alterazioni dei neuroni serotoninergici dopo l'isolamento sociale cronico.

Successivamente si resero conto che, quando bloccavano questi canali, potevano trattare i comportamenti ansiosi e depressivi nei topi isolati, ad esempio disturbi alimentari e mobilità ridotta.

La solitudine, come quasi tutto ciò che sentiamo, è controllata dal cervello. Anche se la solitudine è considerata un sentimento negativo, la scienza dimostra che in realtà è anche qualcosa di cui abbiamo bisogno per superare una situazione che potrebbe metterci in svantaggio.

Quindi, la solitudine non può ucciderci di per sé, ma se non viene mitigata, potrebbe innescare ansia, stress e depressione che sono noti per portare a risultati sfortunati.

I ricercatori stanno ora studiando se questi neuroni effettivamente rilevano la solitudine o sono responsabili di guidare la risposta alla solitudine e se potrebbero far parte di una rete cerebrale più ampia che risponde all'isolamento sociale.

Un'altra area da esplorare è se le differenze in questi neuroni possono spiegare perchè alcune persone preferiscono un contatto più sociale di altre e se tali differenze siano innate o formate dall'esperienza.

Probabilmente c'è una parte che potrebbe essere determinata dalle caratteristiche innate nel cervello, ma penso che probabilmente un contributo uguale, se non maggiore, proviene dall'ambiente in cui gli individui si sono sviluppati, hanno concluso i ricercatori.

Queste ovviamente sono domande completamente aperte; possiamo solo speculare su di esse!”

 

A cura della Dottoressa Giorgia Lauro

 

Bibliografia

Gillian A. Matthews, Edward H. Nieh, Caitlin M. Vander Weele, Sarah A. Halbert, Roma V. Pradhan, Ariella S. Yosafat, Gordon F. Glober, Ehsan M. Izadmehr, Rain E. Thomas, Gabrielle D.Lacy, Craig P. Wildes, Mark A. Ungless, Kay M. Tye., Dorsal Raphe Dopamine Neurons Represent the Experience of Social Isolation,Cell, Volume 164, Issue 4, 11 February 2016, Pages 617-631.

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