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La psicologia dell’odio

Fattori sociali e culturali, paura dell’altro, paura di sé, perdita di auto-compassione e riempire il “vuoto interiore” come pattern predisponenti all’odio e l’aggressività.

psicologia odioLa scorsa settimana, diversi membri di un gruppo che si fa chiamare “Rispetta la bandiera” sono stati condannati a diversi anni di carcere per aver terrorizzato gli ospiti di una festa di compleanno di una ragazza nera di 8 otto anni.

Il tutto è accaduto in Georgia; puntando un fucile da caccia, i giovani hanno iniziato a urlare insulti razzisti e minacciando di sparare le persone presenti, compresi i bambini.

Purtroppo, secondo i dati raccolti dal Southern Poverty Law Center, questo non è un caso isolato, ma anzi esistono circa 917 gruppi dell’odio negli Stati Uniti.

Da un’analisi della presenza di commenti razzisti e incitanti l’odio e la discriminazione sui social network, un recente studio ha sottolineato come la presenza di “gruppi dell’odio” sia cresciuta del 900% negli ultimi due anni.

Gli studiosi si sono pertanto chiesti perché odiamo, e le ragioni possono essere vaste e complesse.

Nel presente articolo si cercherà quindi di comprendere quali sono i fattori che possono svolgere un ruolo chiave nella promozione dell’odio.

La paura dell’ “altro”

Secondo il Dottor Marsden, professore presso il Beacon College di Leesburg, in Florida, uno dei motivi che spinge all’odio è legato ad un timore verso tutto ciò che è diverso da noi.

La Teoria dell’identità sociale rappresenta uno dei principali modelli esplicativi della psicologia sociale contemporanea, utile alla comprensione delle dinamiche funzionali intergruppi.

All’interno di tale teoria il gruppo viene concettualizzato come luogo in cui prende vita l’identità sociale, in quanto nell’uomo vi è una tendenza spontanea a costituire i gruppi e ad operare una distinzione tra il proprio gruppo di appartenenza (in-group) da quello di non appartenenza (out-group).

Il sottolineare tale diversità si pone come necessaria per la comprensione consequenziale dell’insieme dei meccanismi cognitivi e comportamentali che si attivano nei confronti dei due gruppi: verso l’in-group si assiste ad un pattern di favoritismo e protezione dell’identità condivisa, contrariamente all’out-group verso il quale scatta una competizione spesso malsana.

Il Dottor Patrick Wanis, esperto del comportamento, riferendosi a questa teoria, sottolinea che quando ci si sente minacciati da “altri” percepiti come estranei, istintivamente ci rivolgiamo verso il proprio in-group, ossia quelli con cui ci identifichiamo, quasi come fosse un meccanismo di sopravvivenza.

Il Dottor Wanis spiega che “ l’odio è guidato da due emozioni fondamentali quali amore e aggressività: l’amore per l’in-group favorito e l’aggressività per l’out-group in quanto diverso, pericoloso e considerato una minaccia per l’in-group”.

La paura di noi stessi

Secondo la Dottoressa Dana Harron, psicologa clinica presso Washington D.C., i pensieri di odio che spesso si rivolgono agli altri in realtà rappresentano le cose che si temono dentro noi stessi.

Lei suggerisce di pensare al gruppo o persona presa di mira come uno schermo cinematografico sul quale vengono proiettati gli aspetti indesiderati del Sé. L’idea di base è “io non sono terribile; tu lo sei!”.

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Questo fenomeno, noto come proiezione, è un termine coniato da Freud per descrivere la nostra tendenza a rifiutare ciò che non ci piace di noi stessi.

A sostegno di ciò, il Dottor Brad Reedy descrive ulteriormente la proiezione come un bisogno primordiale di sentirsi buoni, il quale ci induce a proiettare la “cattiveria” verso l’esterno per attaccarla:

“abbiamo sviluppato questo metodo per sopravvivere, per allontanare da noi qualsiasi ‘cattiveria’ che possa metterci a rischio di essere rifiutati o lasciati soli. Così abbiamo represso tutte quelle cose che crediamo cattive e negative -  tutto quello che gli altri ci hanno detto o suggerito che non erano amabili o moralmente riprovevoli – e ci avvaliamo dell’odio e del pregiudizio verso gli altri. Noi crediamo che in tal modo ci sbarazziamo di tali tratti indesiderabili, ma in realtà si perpetua soltanto la repressione, che porta a molti problemi di salute mentale”.

Mancanza di auto-compassione

L’antidoto all’odio è rappresentato dalla compassione per gli altri, così come per noi stessi. Possedere capacità di auto-compassione significa accettare sé stessi per come si è.

Il Dottor Ready ritiene che quando ci si scontra con parti di sé reputate inaccettabili, la cosa più semplice è attaccare gli altri per difendersi dalla sensazione di questa minaccia, ma “se siamo a posto con noi stessi riusciamo a rispondere agli altri e ai loro comportamenti con compassione. È solo quando impareremo ad avere compassione per noi stessi che potremmo automaticamente essere in grado di dimostrarla anche agli altri”.

 

Riempire un vuoto

Il Dottor Bernard Golden, autore di diversi libri sui comportamenti e strategie dell’odio, ritiene che quando l’odio innesca una partecipazione ad un gruppo, questa può contribuire a promuovere un senso di connessione e cameratismo che riempie quel vuoto presente nella propria identità.

Egli descrive l’odio di individui o gruppi come modalità per distrarre se stessi dal compito più impegnativo e ansiogeno, quale quello di creare la propria identità.

Gli atti di odio sono tentativi di distrarre se stessi da sentimenti come la solitudine, l’impotenza, l’ingiustizia, l’inadeguatezza e la vergogna. L’odio prende infatti forma dalla sensazione di una minaccia percepita.

Si tratta di un atteggiamento che può dar luogo ad ostilità e aggressione nei confronti di individui o gruppi; così come per la rabbia, l’odio non è altro che una reazione di distrazione rispetto ad un dolore più profondo ed interiore.

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L’individuo consumato dall’odio crede che l’unico modo per recuperare un senso di controllo sul proprio dolore sia quello di scagliarsi preventivamente contro gli altri.

In questo contesto, ogni momento di odio è una tregua temporanea dalla sofferenza interiore.

Fattori sociali e culturali

La risposta al perché odiamo, secondo Silvia Dutchevici, presidente e fondatrice del Critical Therapy Center, non risiede soltanto negli aspetti psicologici e familiari, ma anche nel contesto storico, politico e culturale di appartenenza.

“Viviamo in una cultura della guerra che promuove la violenza e in cui la concorrenza è divenuta un vero e proprio stile di vita!”, asserisce la Dottoressa Dutchevici.

“Temiamo che entrare in connessione con l’altro, ci imponga il rivelare qualcosa di noi stessi; ci viene insegnato ad odiare il nemico, chiunque esso sia, lasciando così poco spazio all’esplorazione della vulnerabilità dell’altro attraverso il discorso empatico e la comprensione. Nella società attuale, siamo maggiormente pronti a scendere in campo per combattere, piuttosto che risolvere il conflitto. La pace è infatti raramente l’opzione che viene presa in considerazione!”.

Cosa si può fare?

Secondo il Dottor Golden anche l’odio dev’essere insegnato per essere appreso; “Siamo tutti nati con la capacità di odiare e provare compassione; la tendenza comportamentale e mentale che scegliamo per noi stessi dev’essere sempre il risultato di una scelta consapevole sia da un punto di vista individuale, familiare, comunitario o culturale. La chiave per superare l’odio è l’educazione: a casa, nelle scuole e nella comunità”.

Secondo la Dutchevici, di fronte alla paura di sentirsi vulnerabili e umani è solo attraverso l’instaurarsi di una connessione con l’altro che apprendiamo a sentire ed amare.

“In altre parole, la compassione verso gli altri è il vero ed unico contesto che può guarirci!”

Tratto da PSychologyToday

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

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