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La vergogna e lo stigma nella dipendenza

Secondo Jason Luoma e Barbara Kohlenberg lavorare sui sentimenti annessi alla vergogna e allo stigma possa essere utile durante il trattamento di coloro che lottano con la dipendenza.

la vergogna e lo stigma nella dipendenzaLa vergogna cronica e un senso di indegnità si riscontrano spesso in persone che lottano con la dipendenza e sono spesso ingigantite dallo stigma sociale legati all'essere un tossicodipendente.

La vergogna può creare barriere ad una vita sana e basata sui valori, rendendo così difficile per la gente il mantenere la sobrietà.

Nel loro capitolo sulla vergogna e lo stigma, nell'opera intitolata “Mindfulness and Acceptance for Addictive Behaviors: Applying Contextual CBT to Substance Abuse and Behavioral Addictions”, Jason Luoma e Barbara Kohlenberg suggeriscono che lavorare sui sentimenti di vergogna possa essere utile durante il trattamento di coloro che lottano con la dipendenza.

I primi dati sembrano indicare che facilitare i clienti nel recupero in relazione alla loro vergogna ed autovalutazione negativa con compassione e consapevolezza, rivolgendo l'attenzione verso azioni basate sul valore può essere utile per loro”, scrivono gli autori.

Non solo la ricerca suggerisce che coloro che abusano di sostanze sono visti come mancanti di forza di volontà, inutili, incompetenti, inaffidabili, per citarne alcuni, ma Luoma ha anche scoperto attraverso la sua ricerca che coloro che fanno uso di sostanze sono discriminati anche dal regno delle relazioni interpersonali, dalla propria casa e occupazione lavorativa.

Per aggiungere la beffa al danno, le persone con problemi di dipendenza tendono anche a lottare con uno stigma che si attribuiscono da soli, nonché atteggiamenti negativi interiorizzati come conseguenza di ciò che gli altri pensano di loro.

Luoma e Kohlenberg presentano un modello basato sull'approccio di flessibilità psicologica del comportamento umano, in cui il processo psicoterapeutico basato sull'impegno ed accettazione mira “ad alleggerire il peso della vergogna e dello stigma su coloro che sono in fase di recupero”.

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Descrivono tre contesti per comprendere a pieno come funzionano i processi annessi allo stigma e alla vergogna nelle persone con problemi di dipendenza.

Evasione esperienziale

La presenza di vergogna, un'autovalutazione negativa e la paura di essere stigmatizzati non rappresentano la radice più profonda di una dipendenza.

In realtà sono i tentativi di evitare le persone, eventi e cose che possono portare ad esperienze di questo tipo che rappresentano il prezzo più alto da pagare.

Una persona che si trova in una fase di recupero potrebbe convincersi di essere vista come immorale, con conseguente distruzione interpersonale. Oppure, potrebbe allontanarsi dai genitori per evitare eventualmente di confermare lo stereotipo di inaffidabilità”, scrivono Luoma e Kohlenberg.

Certamente, l'uso della sostanza può essere una sorta di evitamento esperienziale che è esacerbato dalla vergogna e dall'autovalutazione negativa.

Ma gli autori avvertono che i clinici dovrebbero essere cauti nel non sopprimere la vergogna; così facendo si possono avere effetti negativi come la continuazione dell'uso di sostanze o comportamenti devianti.

Sopprimere la vergogna piuttosto che lavorare con essa può tramutarsi in una violazione dei valori personali che non favorisce una dissuasione da tali comportamenti.

Viceversa, una sana espressione di vergogna può aiutare coloro che lottano con l'uso di sostanze a ricostruire relazioni e a sperimentare i benefici del supporto sociale.

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Piuttosto che cercare di evitare, sopprimere o modificare in altro modo la vergogna indesiderata, i pensieri auto-svalutanti o la paura di essere stigmatizzati, l'accettazione favorisce la capacità di osservare compassionevolmente esperienze difficili, accettarle così come sono, non trascurando l'attenzione verso i valori basati sulle loro azioni”, scrivono Luoma e Kohlenberg.

Fusione cognitiva

Quando ci fondiamo con i giudizi e le valutazioni che creiamo con i nostri pensieri, non siamo in grado di vedere chiaramente che questi processi mentali sono solo processi – e non verità ultime.

Le valutazioni di sé e degli altri tendono ad essere globali e negative, minando la capacità di rispondere in modo flessibile. Quando una persona è fusa con il pensiero di essere cattiva, quel pensiero dice poco su cosa fare dopo”, proseguono gli autori.

È qui che entra in giorno il processo della de-fusione cognitiva. Le persone possono imparare ad annotare i loro pensieri anziché fondersi immediatamente con essi come verità, diminuendo così la capacità dei pensieri di dettare il comportamento.

Quando le persone che lottano con la dipendenza sono in grado di vedere i loro pensieri negativi, le valutazioni ed i giudizi come processi cognitivi piuttosto che come verità ultime, divengono maggiormente capaci di impegnarsi in azioni basate sui valori.

Autoprocessi rigidi

E' naturale per noi esseri umani desiderare coerenza nelle storie che creiamo riguardo a chi siamo e perchè facciamo le cose che facciamo.

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Ma questo bisogno di coerenza nel concetto di sé può causare problemi quando tali opinioni sono negative o disadattive.

I comportamenti che si presentano come contrari alle cose che contano per noi possono rinforzare le idee negative che abbiamo su noi stessi: come conseguenza, il soggetto, nella maggior parte dei casi, sviluppa una tendenza ad intraprendere un ulteriore comportamento deviante.

Le persone sono spesso motivate a nascondere il Sè 'danneggiato' al fine di evitare il rifiuto, portando al ritiro e alla segretezza dei loro problemi con la dipendenza. Sfortunatamente, la segretezza nel contesto dell'abuso di sostanze è stata messa in relazione con esiti negativi e sostegno sociale ridotto”, hanno precisato gli autori.

Nel modello della flessibilità psicologica, gli psicologi e gli psicoterapeuti devono de-costruire gli atteggiamenti di rigidità associati al Sè al fine di incoraggiare risposte più flessibili e scelte basate sui valori.

La de-fusione cognitiva permette alle persone di fare un passo indietro rispetto alle loro autovalutazioni e pensieri negativi e promuovere un repertorio più ampio di comportamenti che possono o meno essere coerenti con le loro cognizioni e le trame esistenti su chi siano.

Speriamo che questo lavoro possa portare a trattamenti più compassionevoli ed efficaci per le persone con problemi di dipendenza, liberandoli dalla prigione dello stigma e della vergogna”, hanno concluso gli autori.

 

A cura della Dottoressa Giorgia Lauro

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