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Le carezze che (non) ti ho dato

La teoria delle carezze in Analisi Transazionale

Se non sai che fare delle tue mani, trasformale in carezze
Jacques Salomé

bisogno di carezzeIn quest’epoca così grama, parlare di carezze può facilmente sembrare ingenuo e sdolcinato: ci sono cose più importanti, più pressanti in ogni nostra giornata perché noi (specialmente gli uomini, che spesso confondono la virilità con la durezza) possiamo abbandonarci a un gesto di tenerezza apparentemente così piccolo e insignificante. Ma la psicologia, e l’Analisi Transazionale in maniera del tutto particolare, ci insegnano esattamente il contrario, mostrandoci al tempo stesso quanto sia alto il prezzo che paghiamo nelle nostre vite tutte le volte che ce lo dimentichiamo.

La fame di carezze

Bradley, un bambino di nove anni, scrive: Se tu mi tocchi con dolcezza e tenerezza, se tu mi guardi e mi sorridi, se qualche volta prima di parlare mi ascolti, io crescerò, crescerò veramente. E vi è un detto tra gli analisti transazionali: Senza carezze la spina dorsale appassisce. Quello che scrive il bambino e ciò che si sostiene in Analisi Transazionale è una profonda verità per ogni essere vivente, in particolare per noi esseri umani: ognuno di noi ha bisogno di essere stimolato, toccato e riconosciuto dagli altri. La fame di essere toccati e riconosciuti viene appagata con le carezze, definite da Berne come ‘ogni atto che implichi il riconoscimento della presenza di un’altra persona’, cioè una qualsiasi azione da parte di un individuo – contatto fisico, sguardo, parola o gesto – che comporti il riconoscimento dell’altro, che significhi ‘so che ci sei’. Da un punto di vista evolutivo, il bisogno che tutti i neonati e i bambini molto piccoli hanno di vere e proprie carezze fisiche per sopravvivere, viene affiancato – con il progredire dello sviluppo psicosomatico – dal bisogno di riconoscimento, soddisfatto, più che dalle carezze reali, da quelle simboliche, come un complimento o un sorriso. In effetti, qualsiasi forma di riconoscimento, positiva o negativa che sia, esercita sul cervello del bambino una stimolazione, grazie alla quale il bambino ha prova di esistere e di essere visto. Le carezze di riconoscimento, al pari delle carezze fisiche, evitano che il sistema nervoso del bambino ‘appassisca’, e ciò anche una volta che il bambino cresce e diventa un adulto.

Tipi di carezze

Le carezze possono essere di diversi tipi e possono essere classificate in: Verbali/Fisiche/Mimiche; Positive/Negative; Condizionate/Incondizionate. Più precisamente: le carezze Verbali si danno attraverso un messaggio che si può ascoltare, quelle Fisiche mediante un contatto fisico, mentre le carezze Mimiche sono quelle che vengono date attraverso il linguaggio del corpo (postura, espressione facciale etc.). Le carezze Positive trasmettono alla persona che le riceve il messaggio di essere Ok, e che è Ok ciò che fa; le carezze Negative trasmettono a chi le riceve il suo non essere Ok, con una certa confusione tra l’‘essere’ e il ‘fare’. Un aspetto importante da sottolineare rispetto alle carezze Positive e Negative è il principio secondo il quale ‘qualsiasi tipo di carezza è meglio di nessuna carezza’; per quanto dolorose, cioè, tendiamo a preferire le carezze negative rispetto all’alternativa di non riceverne alcuna. Come dice il grande Roberto Benigni nel film Berlinguer ti voglio bene: ‘meglio il puzzo di una mamma che il profumo di nessuno’. Le carezze Condizionate vengono date per ciò che una persona fa o ha mentre quelle Incondizionate si riferiscono a ciò che una persona è.
Quanto detto fin qui classifica le carezze dal punto di vista della persona che dà la carezza; ma a seconda dell’esito che una carezza data può avere su chi la riceve, possiamo distinguere le carezze in: carezze Costruttive – grazie alle quali la sensazione di essere Ok aumenta –; le carezze Improduttive – che non generano, cioè, alcun effetto –; e, infine, le carezze Distruttive – per le quali, invece, aumenta la sensazione di non essere Ok.
Ai tipi di carezze fin qui elencate dobbiamo aggiungere, da ultime ma non per questo meno importanti, le ‘auto-carezze’, cioè quelle che ognuno di noi può darsi da solo, come ad esempio il dirsi, tra sé e sé, ‘brava’ o ‘coraggio’.

Il filtro di carezze

Secondo l’Analisi Transazionale ognuno di noi, da Adulto, è come se possedesse un vero e proprio filtro per le carezze, attraverso il quale fa passare solo quelle che sono in sintonia con l’idea che ha costruito di sé stesso. Per semplificare: se penso di essere una persona intelligente e simpatica ma di non essere di bello e ricevo un complimento proprio su quest’ultimo aspetto, tenderò a sminuire la carezza che mi è stata fatta ridendo o storcendo la bocca. Il filtro ci permette quindi di distorcere il messaggio che ci arriva dall’esterno adattandolo al nostro sistema di riferimento.

Le carezze nell’infanzia
Se siamo stati bambini con un’infanzia particolarmente dolorosa nella quale abbiamo ricevuto poche carezze e spesso carezze negative, rischiamo da adulti di avere un filtro a maglie così strette da sfuggire a qualsiasi carezza proveniente dall’esterno. Il filtro diventa una corazza che ci difende dalla paura di risentire di nuovo quel dolore. Dobbiamo tenere presente che nell’infanzia il valore che può acquistare una carezza per il bambino che la riceve dipende principalmente da tre fattori: la Potenza della carezza, per cui una carezza negativa è più potente di una positiva; la Congruenza della carezza, cioè la corrispondenza tra il messaggio verbale e quello non verbale che la veicola; la Fonte della carezza, per cui l’impatto è diverso a seconda degli stati dell’Io dalla quale proviene.

Un aspetto importante da sottolineare rispetto al comportamento dei genitori nei confronti dei figli è che se un figlio viene cresciuto sempre e solo ricevendo da parte dei genitori carezze positive, diviene incapace di distinguere quelle effettivamente positive da quelle negative. Gli studi di Pollitzer, a questo proposito, sono illuminanti in quanto mostrano l’importanza di dare al figlio, da parte di un genitore, una quantità di carezze che sia equilibrata tra quelle positive e quelle negative, al fine di evitare che venga negata e quindi non riconosciuta al figlio una parte della sua esperienza interna, con conseguenti problemi nel corso della sua vita adulta.

L’economia delle carezze

Claude Steiner sostiene – sulla base della sua ‘teoria della gestione delle carezze’ – che affinché un adulto possa riconquistare la sua autonomia, riprendendosi cioè la propria consapevolezza, spontaneità e intimità, deve imparare a rifiutare il modo restrittivo e limitante che i suoi genitori gli hanno imposto riguardo allo scambio di carezze. Sembra infatti, secondo Steiner, che quando siamo bambini i nostri genitori ci addestrino a quella che lui chiama l’economia delle carezze, ossia a rispettare cinque regole restrittive riguardo allo scambio di carezze, regole che apprendiamo nella nostra infanzia e alle quali obbediamo inconsapevolmente anche una volta cresciuti: Non chiedere carezze, Non dare carezze, Non accettare carezze, Non rifiutare carezze negative, Non carezzare te stesso.

La conseguenza di questo apprendimento è che da adulti tenderemo a privarci di carezze: ci limiteremo nel chiederle quando ne avremo bisogno, nel darle quando sentiremo invece il bisogno di darle, nell’accettarle soprattutto se positive, e nel non rifiutarle se negative, anche se non le vorremmo; ma soprattutto ci freneremo nel dare carezze a noi stessi, secondo il detto ‘chi si loda si imbroda’.
Se vogliamo liberarci di tali restrizioni dobbiamo renderci conto che le carezze sono disponibili in quantità illimitata, che cioè possiamo dare una carezza ogni volta che lo vogliamo, che siamo liberi di chiederle, accettarle o rifiutarle, soprattutto se negative, e che, forse la cosa più importante, è lecito anche il piacere di carezzare noi stessi.

 

Articolo a cura della Dottoressa Ilaria Artusi

 

 

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