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Paranoia e strategie di coping

La modalità del paranoico di gestire la delusione e la frustrazione è immaginarsi come protagonista di un film thriller, i cui ostacoli sono interpretati come appositamente introdotti per non consentire di prefigurarsi con un lieto fine.

Paranoia strategie copingIn qualità di esseri umani, siamo dotati di un’ottima immaginazione, la quale ci consente di predisporre il nostro atteggiamento fisico e mentale sia in senso positivo che negativo.

Quando immaginiamo gli esiti di alcune situazioni in maniera negativa avvertiamo un senso di frustrazione o anche di delusione; questo innesca automaticamente anche la scelta di come fronteggiare il problema.

Se ricorriamo a delle strategie di coping positive possiamo, ad esempio, “scrollare le spalle” che visivamente potrebbe richiamare quasi un senso di rassegnazione, ma in realtà potrebbe anche voler indicare un vivere e prendere le cose con più leggerezza e filosofia.

Come alternativa positiva, potremmo intenderle come opportunità o lezioni; ci potremmo anche ridere su o magari uscire con gli amici.

Dall’altra parte però, esistono anche strategie di coping negative che possono spingere alla messa in atto di comportamenti a rischio quali l’uso di sostanza, aggressività incontrollata, o da un punto di vista intrapsichico, instillare un profondo senso di colpa verso di sé.

Le strategie di coping positive in genere richiedono un certo livello di sicurezza personale, una buona percezione dell’immagine di sé e, in quanto tali, sono ovviamente variabili tra i diversi individui.

Lao-Tzu sosteneva ad esempio che il “saggio vede le persone come cani di paglia”; i cani di paglia erano stati anticamente tessuti per una cerimonia, e trattati cerimoniosamente durante l’evento, quasi al pari del saggio.

Da ciò si può dedurre come i saggi in qualità di persone, tendono a considerarsi anch’essi come cani di paglia, e non solo a vedere gli altri in questo modo.

I saggi non sono troppo attaccati ai risultati, o alla propria immagine, e quindi non avvertono un senso di sconvolgimento rispetto agli insuccessi e le delusioni.

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Si è pertanto saggi ogni qualvolta si “scrollano le spalle”, ci si ride su o non si perde di vista sé stessi per un insuccesso che si è sperimentato.

Vi è infatti molta differenza tra il dire “io sono un fallimento”, sovrastimando quanto successo, rispetto a una presa di coscienza più “sobria” come “non è andata così bene come pensavo!”.

È difficile per alcune persone sviluppare una prospettiva positiva di sé stessi, poiché si sentono particolarmente colpiti dall’idea di essere i personaggi principali di ciò che comunemente chiamiamo vita.

Dopo tutto, ognuno di noi tende a rispecchiarsi attraverso i racconti degli altri, oppure guardando il paesaggio di una foto che non è nostra, oppure guardando un film che racconta una storia simile a quella che abbiamo vissuto.  Riscopriamo i nostri sentimenti, ma osservandoli attraverso altre persone.

Il problema subentra quando si è convinti di essere il personaggio principale non solo della propria vita ma di tutto ciò che avviene intorno, e quindi della vita stessa.

Da un punto di vista psicopatologico tali persone presentano un disturbo paranoide di personalità.

Metaforicamente, la modalità del paranoico di gestire la delusione e la frustrazione è immaginarsi come protagonista di un film thriller, i cui ostacoli sono interpretati come appositamente introdotti per non consentire di prefigurarsi con un lieto fine.

La modalità distorta di interpretare la realtà prende il nome di paranoia; questa produce gravi inconvenienti: innanzitutto il soggetto si allontana dalle altre persone perché, come l’eroe del famoso Thriller, assume una prospettiva univoca in cui tutti, improvvisamente, anche gli amici più stretti divengono dei sospetti.

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Con il passare del tempo iniziano ad isolarsi, in quanto il pensiero dominante è che gli altri stiano tramando qualcosa contro di lui, pertanto l’unica attività su cui si concentrano è appunto quella di sventare l’illusorio complotto.

Tutto questo va ovviamente ad alterare il funzionamento globale del soggetto, sia da un punto di vista affettivo che relazionale; il paranoide infatti descrive le sue relazioni in termini distaccati, avverte l’incapacità a lasciarsi andare poiché ciò lo renderebbe fragile dinnanzi ad un eventuale attacco.

I pensieri e i sentimenti pericolosi e spiacevoli vengono scissi da quelli positivi, proiettati fuori di Sé, e attribuiti agli altri.

Questo stile difensivo consente all’individuo di salvaguardare la propria autostima dagli aspetti cattivi del Sé, che vengono controllati tenendo a bada l’ambiente su cui sono proiettati.

Essendo un quadro clinico alquanto complesso, da un punto di vista psicodinamico, risulterebbe utile indagare il tipo di relazione oggettuale, la rappresentazione dell’oggetto interno, gli atteggiamenti genitoriali, i contenuti aggressivi, le parti del Sé minacciose proiettate all’esterno e il modo in cui sono state vissute le fasi dello sviluppo.

Adottando una prospettiva di questo tipo, solo attraverso il superamento della scissione e l’integrazione armonica dei sentimenti di amore e odio verso lo stesso oggetto, si potrà favorire nel paranoide un modo di pensare e rapportarsi agli altri più elastico e funzionale.

Tratto da PsychologyToday

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

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