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Quando ci si vergogna del proprio corpo...

Il rapporto con il proprio corpo rappresenta un percorso esistenziale in continuo divenire che deriva dal senso di adeguatezza più globale che si nutre verso se stessi.

vergogna corpo

Il come percepiamo le nostre caratteristiche estetiche riflette, cioè, il livello di amabilità che abbiamo interiorizzato da parte del mondo esterno.

Non è un caso che quando ci sentiamo apprezzati e accolti da un punto di vista affettivo e relazionale, avvertiamo anche noi stessi come più desiderabili e piacevoli dal punto di vista fisico.

Accettare in modo armonico le proprie caratteristiche estetiche deriva, infatti, dal livello di conferme affettive e personali ricevute dall’ambiente sociale. In particolare, il senso di adeguatezza o di rifiuto che si è interiorizzato nelle esperienze relazionali significative, come quelle con i propri genitori o con i pari, permette, ai modelli sociali della bellezza di influenzare in modo più o meno decisivo la valutazione di se stessi. Essere sicuri delle proprie capacità e stimare le proprie qualità individuali, deriva dai feedback positivi appresi da parte dei propri punti di riferimento e rappresenta la base per essere più o meno suscettibili ai condizionamenti estetici derivanti dal mondo esterno.

Il condizionamento dei canoni e dei prototipi sociali coinvolge chiunque ma ciò che cambia è il grado di importanza rivestito per ogni individuo dalle aspettative dell’Altro. Maggiore è l’idea positiva di se stessi e dunque la convinzione nelle proprie capacità, minore l’incidenza esercitata dai prototipi di adeguatezza estetica o caratteriale circostanti. Non è infatti un caso che i disturbi del comportamento alimentare, caratterizzati da un rapporto così alterato con il cibo e con il proprio corpo, tale da compromettere la qualità della vita e dei rapporti sociali (Luxardi e Ostuzzi, 2003), si riscontrino in tutte quelle storie di vita contraddistinte da figure genitoriali assenti o rifiutanti, o controllanti e valutanti e da relazioni amicali o sentimentali abbandoniche, in cui l’amore verso il sé non è stato incondizionato ma condizionato da risultati prestazionali.

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L’aver ricevuto messaggi svalutanti o disconfermanti porta, dunque, all’urgenza di doversi sentire riconosciuti dagli altri nel modo più immediato possibile, e il “palcoscenico estetico” è proprio quel canale di conferma immediata nel nostro momento storico. Tramite l’apprezzamento corporeo si cercano delle conferme personali, cosa abbastanza comprensibile, mentre quello che invece diventa pericoloso è fare del corpo l’unico canale di comunicazione di sé all’Altro, incentrando la propria vita, i propri pensieri, le proprie emozioni sul tentativo di corrispondere alle caratteristiche socialmente desiderabili della bellezza attuale, a tal punto da annullare la propria esistenza, i propri reali bisogni, le proprie necessità autentiche ed intime di se stessi. Il senso di accettazione esterna e di conseguente autostima della persona, si ripercuote a tal punto sul soggetto da poter alterare la medesima percezione delle proprie forme corporee.

Nei disturbi del comportamento alimentare, infatti, si assiste proprio ad un’alterata valutazione delle proprie dimensioni fisiche cioè della cosiddetta immagine corporea. Slade (1994) la descrive come “l’immagine che abbiamo nella nostra mente della forma, della dimensione, della taglia del nostro corpo e i sentimenti che proviamo rispetto a queste caratteristiche e rispetto alle singole parti del nostro corpo” facendo quindi riferimento alla rappresentazione soggettiva che ogni persona ha del proprio corpo. Quando si verifica una mancata corrispondenza tra il corpo reale ed il corpo soggettivamente percepito si parla di distorsione dell’immagine corporea, che risulta essere una costante dei disturbi di anoressia e bulimia e nelle altre patologie della condotta alimentare quali: la reverse anorexia tipica soprattutto del genere maschile (che si manifesta con la preoccupazione ossessiva per lo sviluppo muscolare), il disturbo da alimentazione incontrollata, i disturbi dell’alimentazione non altrimenti specificati.

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La mancata accettazione delle forme corporee presente in queste problematiche comporta un senso di inadeguatezza ed insoddisfazione di sé da comportare un vissuto di estraneità e di rifiuto verso la propria intera persona, generando una persistente ansia sociale che può anche arrivare all’isolamento completo e a disagi di tipo depressivo. Nei Disturbi del comportamento alimentare, cioè, l’autostima ovvero il valore che si attribuisce a se stessi, è dipendente dal peso e dalle forme corporee che la persona tenta di tenere sotto controllo in modo dannoso per la propria salute psichica e fisica, sottoponendosi a delle partiche di astinenza o forte restrizione alimentare o a modalità eliminatorie come vomito autoindotto di ciò che si è ingerito o ancora, l'uso di lassativi e clisteri volti allo stesso scopo.

Le ricerche scientifiche in questo campo portano a poter affermare che l’immagine corporea deriva proprio dalle esperienze emotive e relazionali del soggetto come il rapporto con i genitori, con i pari, con i riferimenti affettivi più importanti della persona. Ciò vuol dire che il tipo di relazioni che ciascuno ha vissuto nel corso del tempo, soprattutto durante l’età infantile e adolescenziale, quando si va formando la personalità di un essere umano, portano ad attribuire delle caratteristiche più o meno realistiche al proprio corpo e, di conseguenza, a viverlo con dei sentimenti più o meno positivi.

Bisogna infatti distinguere fra schema corporeo e immagine corporea per comprendere come e quanto le esperienze affettive incidano anche sul modo in cui un individuo percepisce a livello visivo il proprio corpo ovvero ha una certa immagine di questo nella propria mente.

Quando si parla di schema corporeo si intende ogni sensazione percettiva (tattile, termica, dolorosa ecc..) prodotta dal corpo durante i propri movimenti effettuati nello spazio, che la persona ricava a partire dagli organi di senso (Head e Holmes, 1911). L’immagine corporea è invece il quadro mentale soggettivo che ci facciamo del nostro corpo, quindi il modo in cui il corpo appare a noi stessi (Schilder, 1935). Si pone, cioè, una distinzione fondamentale tra una consapevolezza fisica di tipo sensoriale, sostenuta da un dispositivo anatomico-corticale (schema corporeo) e una valutazione psicologica del proprio corpo, libera dai dati sensoriali, che ingloba i sentimenti positivi o negativi verso le proprie forme corporea e attiene dunque al livello di accettazione interna delle stesse, e che deriva dai feedback relazionali e dei messaggi affettivi interiorizzati dall’individuo.

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Per dirla con Allamani, Allegranzi e altri (1990) “l’immagine corporea corrisponde all’insieme delle percezioni, affetti e idee che, attraverso la sua storia personale e gli atteggiamenti della collettività, un individuo attribuisce al proprio corpo”.

L’esperienza affettiva rinforza o invece scoraggia l’accettazione delle proprie caratteristiche corporee portando l’individuo a interiorizzare un giudizio esterno e a plasmare in modo più o meno positivo l’immagine del proprio corpo. L’analisi di questo tipo di rappresentazione non è un problema neurologico ma psicologico, ed implica lo studio della situazione emotiva del soggetto, dei suoi ricordi passati e dei suoi propositi d’azione. Non è dunque una struttura fissa e immutabile, ma si sviluppa e si modifica costantemente nel corso della vita.

Sentirsi belli equivale, insomma, a sentirsi amati.

E’ necessario perciò prendersi cura delle ferite affettive e relazionali e rivedere così lo stesso rapporto con sè, per poter rimarginare anche il rapporto col proprio corpo.

 

Articolo a cura della Dottoressa Francesca Romana D'Angelo

 

 

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