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Quando le coppie si separano, chi sopravvive alla rottura?

Una parte dell'intimità che le coppie sviluppano nelle relazioni a lungo termine non è altro che una condivisione del loro senso di Sè, ossia di identità.

coppia rotturaChiudere una relazione è spesso un qualcosa di difficile da accettare! Questo dipende dal fatto che condividere la propria vita con un partner, sia nel matrimonio o la convivenza, implica che quella persona diventa parte integrante anche delle più piccole decisioni quotidiane.

Ad esempio cosa si prepara per la cena, come si trascorre il tempo libero, cosa si indossa in giro per casa e così via. Tutti questi quesiti si verificano oltre il nostro livello di consapevolezza cosciente, così come le risposte che tendono a forgiarsi nel corso dei mesi o anni condivisi insieme.

Quando nel rapporto subentra una “pausa” la quale richiede molto spesso una separazione, si diventa dolorosamente consapevoli di quanto entrambi abbiano condiviso, e questo sensazione è accompagnata da un senso di stranezza nel trovarsi adesso, soli, a prendere tali decisioni.

Una parte dell’intimità che le coppie sviluppano nelle relazioni a lungo termine non è altro che una condivisione del loro senso di Sé, ossia di identità. A poco a poco, si inizia a ri-definire sè stessi nei termini di questa relazione, e in termini di un “noi” che scaturisce dalla relazione con il partner.

Possiamo quindi guardare ad un rapporto intimo immaginando una figura composta da due cerchi che si intersecano parzialmente; quanto più è la sovrapposizione, più è stretto il legame con il proprio partner.

Preferibilmente, sulla base di questa immagine, si dovrebbe sempre aspirare a lasciare dello spazio al di fuori dell’intersezione, perché è proprio quello che permette di esprimere la propria identità.

Tuttavia, e inevitabilmente, il vostro senso di sé si svilupperà nel corso del tempo in una modalità che riflette più un qualcosa che si avvicina quasi ad un’obbligazione.

I ricercatori che solitamente si interessano a questi aspetti della relazione intima, in genere si soffermano su campioni di studenti universitari o coppie che hanno già deciso di divorziare. Vi sono tuttavia poche evidenze scientifiche circa quel limbo emotivo in cui le coppie si trovano quando si separano.

Un recente studio condotto dagli psicologi David Sbarra e Jessica Borelli, ha esplorato le modalità con cui i partner, durante il processo di separazione, sono in grado di riorganizzare il proprio senso di sé.

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Gli 89 partecipanti allo studio, di cui 2/3 di sesso femminile, erano già separati da circa tre mesi dai loro partner; la media della durata del matrimonio era di 14 anni, e l’età media dei soggetti era di circa 40 anni.

Circa la metà aveva già avviato la separazione; un’altra caratteristica fondamentale dello studio è che i partecipanti sono stati sottoposti a test più di una volta. Diversi mesi dopo aver completato la fase iniziale dello studio, sono tornati al laboratorio in modo che i ricercatori hanno potuto valutare come si stavano adattando nel tempo alla separazione.

I ricercatori si sono quindi chiesti se ci sono particolari qualità che rafforzano le risorse emotive di una persona, e quindi utili per sopravvivere alla separazione; per rispondere a questa domanda hanno fatto riferimento alla logica della “teoria dell’attaccamento”.

Secondo questo punto di vista, le nostre relazioni adulte sono basate sulle relazioni precoci di attaccamento nei confronti dei nostri genitori o caregiver. Ciò implica che portiamo dentro di noi un modello di relazione basato su delle cure positive (attaccamento sicuro) o su modelli di trascuratezza (attaccamento insicuro).

La teoria dell’attaccamento assume diverse forme, ma l’approccio che Sbarra e Borelli hanno deciso di adottare riguarda una prospettiva bidimensionale.

La dimensione dell’evitamento, in questo caso, si riferisce alla misura in cui ci sente bene all’interno di relazioni intime.

La dimensione ansiosa fa invece riferimento alla misura in cui è necessaria l’approvazione del partner per sentirsi bene con sè stessi.

I partecipanti a questo studio hanno completato un questionario che indagava rispettivamente le dimensioni di ansia ed evitamento dell’attaccamento.

Per valutare l’impatto della separazione sulla propria identità, i partecipanti hanno risposto a delle domande rispetto a “quanto avevano ripreso contatto con aspetti del Sé” e quanto “avevano riacquistato la propria identità”.

Più erano bassi i punteggi in questi aspetti, tanto più si presentava disturbato il concetto di Sé dopo la separazione.

All’interno dello studio i ricercatori hanno inoltre valutato la componente fisiologica annessa ai sentimenti di attaccamento nelle relazioni intime, utilizzando strumenti atti a misurare la variabilità della frequenza cardiaca, come indice di auto-regolazione emotiva.

Per dirla più semplicemente, più è alto l’indice di frequenza cardiaca, maggiore è la capacità di controllare le proprie emozioni; la variabilità della frequenza cardiaca di ogni persona è diversa, e così il modo in cui i ricercatori hanno esaminato la questione dell’autocontrollo emotivo è stato quello di confrontare tale indice durante un compito banale, come ad esempio immaginare se stessi mentre fanno il bucato, versus un compito incentrato sul pensare il proprio partner e il momento peggiore vissuto dopo la separazione.

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Integrando i diversi dati, i ricercatori hanno potuto scoprire se lo stile di attaccamento e il controllo emotivo, o la combinazione dei due abbiano giocato un ruolo maggiore nell’aiutare i partecipanti durante il processo di recupero.

Durante i tre mesi di follow-up si è osservato che lo stile di attaccamento e di auto-controllo emotivo si combinano per influenzare i risultati del concetto di Sé.

I partner il cui senso di sé è rimasto in disordine erano quelli con un alto contenuto di attaccamento evitante, preferendo cioè il restare a distanza, e manifestando difficoltà nel regolare le proprie emozioni.

Al contrario, altri soggetti con attaccamento evitante che riuscivano a controllare la propria reattività emozionale erano in grado di riorganizzare il loro senso di identità con maggior successo nel corso del tempo.

L’attaccamento ansioso, invece, sorprendentemente, non ha giocato un ruolo significativo nel determinare un adeguamento alla separazione.

Ci si potrebbe quindi chiedere perché, se una persona è altamente evitante, lui o lei dovrebbe subire un effetto negativo dalla separazione.  Questo è il punto in cui entra in gioco il controllo delle emozioni.

Se si riesce a mantenere l’idea del rapporto senza farlo penetrare nel proprio senso di sé, allora si può sopravvivere alla rottura, ma solo se si riesce a tenere i pensieri circa il proprio partner, e la relazione, fuori dalla consapevolezza.

In caso contrario, questo potrebbe ritorcersi contro di voi, minacciando il vostro senso di sé, e prolungare il vostro senso di angoscia. Il risultato di questo studio non è quindi quello di spegnere le emozioni per sopravvivere meglio.

In generale, le persone con un attaccamento evitante difficilmente strutturano storie lunghe e durature. Possono essere freddi e distanti, e amplificare tali aspetti quando le cose diventano stressanti.

Una volta che si verifica la rottura, tuttavia questa ricerca dimostra che è importante trovare un modo per mettere insieme i pezzi della propria identità. Se non si riesce a trovare un modo per incorporare la rottura della relazione, ritrovando sà stessi in qualità di persona, andare avanti sarà ancora più difficile di quanto potrebbe sembrare.

Per quanto dolorosi possano essere i vostri pensieri, il permettere loro di invadere la vostra coscienza, si sarà in grado di andare avanti e dar vita ad un forte e nuovo senso di sé.

Tratto da PsychologyToday

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

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