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Scuola d’Infanzia?

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La Scuola d’Infanzia o Scuola Materna, rappresenta uno dei primi luoghi, esterni alla famiglia, dove il bambino viene educato, tutorato e accompagnato nel processo di crescita, nel concreto della sua quotidianità.
Rappresenta il luogo, dove il bambino dai tre ai sei anni, trascorrerà dalle quattro alle otto ore o più della propria giornata, per cinque o sei giorni settimanali, per 10-11 mesi l’anno. Già questo semplice calcolo, ci fa prendere coscienza dell’importanza, del peso e della significatività che quest’esperienza avrà sulla mente, sul corpo, sull’educazione, sul benessere totale dei nostri piccoli.

Non a caso, sono più di cento anni, che si disquisisce di pedagogia, psicologia, pediatria, alimentazione, organizzazione, costituzione, arredi, ecc. In questo senso, Maria Montessori rappresenta l’antesignana e la promotrice, della ristrutturazione dell’ambiente a misura di bambino.


La dott.sa Montessori, ha avuto la grande intuizione e consapevolezza di dare risposta ai bisogni dei bambini, nei termini della loro dimensione, rispettando i loro modi, i lori tempi e gli strumenti preferenziali (es. l’apprendimento attraverso l’esplorazione percettiva), ridimensionando gli ambienti, gli strumenti, gli obiettivi, secondo la loro natura ed esigenza. Questa è stata la sua grande innovazione, lo stravolgimento teorico-pratico applicato alla sua Scuola dei Bambini. Non un ambiente a dimensione di adulto, ma a dimensione di bambino, nel rispetto della sua natura e naturalezza, nella libertà, sinonimo di creatività e disciplina, autoimposta dal bambino stesso, nel momento dell’impegno interessato.
Lei, insieme ad altri illustri pedagogisti italiani ed europei (le sorelle Agazzi, Binet, Clapared, Decroly, Cousinet, Mario Lodi, Don Milani, ecc.), hanno dato vita ad un movimento continuo, una spinta a comprendere i bisogni del piccolo, gli strumenti atti a favorire e sviluppare le sue risorse, gli spazi di crescita potenziali (Vygotskiy), gli ambienti più adeguati e confortevoli, ecc.
Del resto, qualche anno prima (1840) in Germania, nascevano i Kindergarten di Froebel, ovvero i Giardini d’Infanzia, che individuano nel “giardino” in senso simbolico, luogo aperto, sconosciuto e conosciuto, pieno di stimoli e di libertà, l’ambito preferenziale di crescita, dove il bambino-pianticella può essere “educato” dalle maestre-giardiniere, che ne rispettano la sostanziale natura.
Si mette dunque in risalto, il significato pieno e originale del termine “educare”. Educare deriva dal latino “e-ducere” ovvero “tirar fuori”, portar all’esterno, quindi rendere visibile e applicabile le spontanee inclinazioni e capacità dell’individuo. Non più una rigida disciplina, imposta dall’esterno, secondo dettami etero determinati, estranei alla logica d’infanzia, ma la centralità del bambino in tutte le sue varianti. Non c’è da costruire niente, ma da far emergere ciò che esiste già nella sua natura, nel suo bagaglio di possibilità.
Bene! A più di cento anni di distanza, si continua a parlare in questi “termini educativi”, si fanno convegni, seminari corsi di laurea, di specializzazione, master e quant’altro necessario, per capire la sua psicologia, per coglierne l’essenza, per applicare tutto ciò, per individuare il metodo didattico, la linea pedagogica più adeguata. Si sperimenta in continuazione, si prova, si riprova, si discute e si cambia.
Insomma, fin qui sembra veramente che il bambino sia al centro di sé stesso e di tutto il sistema educante. Al centro della Scuola appunto!
Ma …………. Caliamoci adesso nella realtà concreta, di quanto stiamo dissertando e osserviamo, per comprendere se è veramente così. Entriamo in queste fatidiche strutture a portata di bambino.
La maggior parte di noi ha uno o più figli: fermiamoci nell’ambiente in cui sono immessi! Non accontentiamoci di sapere, che sono in un posto sicuro!
E’ poi così sicuro, quel posto? Per semplificare, tralasciamo la realtà degli “asili dell’orrore”, che ci auguriamo siano solo qualche rara eccezione. Anche perché, forse, non siamo ancora pronti per leggere i numeri in questo senso. Potremmo inorridire, pensando di essere tornati agli albori delle scuole d’infanzia, con metodi primitivi e rigidi, dove il bambino veniva lasciato a sé stesso, tutt’al più contattato con richiami alle regole, attraverso rigide punizioni corporali e psicologiche.
Torniamo ad osservare la nostra abituale, rassicurante realtà. Entriamo un po’ più all’interno delle Scuole d’Infanzia, che ci circondano.
A fronte delle svariate disquisizioni sull’importanza di una dimensione ed altezza di bambino, che favorisca la sua autonomia, la libertà di movimento e manipolazione agevolmente accessibile, talvolta non si è ancora giunti a tale livello, rimanendo ancora ad un’epoca pre-montessoriana.
Altre realtà, che evidenziano una ben compresa strutturazione “a dimensione di bambino”, abbondano poi in elementi poco sani e rassicuranti. Le migliori scuole possiedono ambienti nuovi, rinnovati, puliti e adeguati, ma non tutti sono così. Vi sono asili con crepe murali, con umidità strutturale, con infissi vecchi e deteriorati, per non parlare di ambienti non perfettamente puliti, giardini inadeguati e talvolta pericolosi (radici sporgenti, alberi mal potati, ghiaino, ecc.).
Vi sono poi strutture, il cui ingresso risulta affatto protetto. Si accede liberamente dalla porta aperta, previo cancello aperto, dove può non esservi nessun membro del personale, che bambini-scuola-materna
filtra e accoglie chi fa ingresso. Ma anche qui, ci auguriamo che siano solo rare eccezioni!
Passiamo alla dimensione più curricolare. Tutti gli asili, si vantano dell’utilizzo del multi materiale, del materiale naturale e di quello riciclato. Ma nel concreto, quanti effettivamente utilizzano questi materiali? Quanti aiutano il bambino a comprendere che se ne può ricavare qualcosa d'interessante, che i materiali possono essere riciclati intelligentemente e creativamente? Quanti piani educativi (che non siano nidi e non sempre neanche quelli) prevedono l’utilizzo di farine, zucchero, sale, sabbia, acqua, argilla, stoffa, ecc.?
Di tutti questi materiali, di tutti questi progetti, se ne fa un gran parlare, si riempiono articoli, riviste e libri, ma poi quando e come si utilizzino, è un gran mistero. Il più delle volte, vediamo il loro impiego nei ricordini per i genitori, in occasione delle decorrenze (Natale, Pasqua, fine anno scolastico, ecc.). Ciò, non fa che rimarcare un lavoro in funzione di un “far vedere”, di un “mostrare a” e non, un lavorare per far sperimentare, per far scoprire e apprendere, per tirar fuori.
Alla fine, per semplicità e comodità si usano matite e pennarelli, talvolta tempere. Magari s'insegna a scrivere prima del tempo, così che i genitori non possano che esserne contenti ed orgogliosi!
Basta guardare i grembiulini dei nostri figli, osservare di cosa sono sporchi o puliti e sapremo cosa hanno fatto o non fatto!
Ma è veramente questo, quello che vogliamo? Ma è veramente questo, quello che ci propongono le tante teorie, pedagogie, gli illustri pensatori? E’ questo che serve ai nostri piccoli?
Non credo sia utile, precorrere i tempi. Non credo serva, insegnare a leggere e scrivere, prima del tempo. Non credo sia giusto, relegare i bambini alla monodimensionalità, per altro rigida, di matite e pennarelli. E’ importante stare nell’età dei bambini e dare ancora spazio alla dimensione percettiva, corporea ed esplorativa, base e prerequisito, per l’apprendimento scolastico. Dando quindi risalto alla continuità con le attività dell’asilo nido. Il nido rappresenta proprio il luogo di “calore e accudimento” (almeno in teoria).
Spesso invece, si pensa che una volta arrivati alla scuola materna, i bambini siano ormai grandi e debbano andare verso la scuola, verso ciò che apprenderanno. Non si capisce perché, a tre anni si è già grandi e si deve essere responsabilizzati in modo abnorme! Eppure, avevamo detto che si tratta di Scuola d’Infanzia!
Ma fino a qui è tutto ancora, “abbbbbbbbastanza” tollerabile.
Andando oltre, proseguendo per il nostro cammino, troviamo lo spazio del corpo. Viene chiamato rigorosamente e “scientificamente” “educazione motoria”. Una bella parola, che sa proprio il gusto della pedagogia, dell’evoluzione dei tempi, sa di buono per il bambino, qualcosa di studiato minuziosamente.
Ma se andiamo a guardare dentro la parola e a calarci nel concreto, nel contenuto dell’educazione motoria, potremmo inorridire o sorridere, in base alle vedute. L’educazione consiste, fra le altre cose, nel far ballare i nostri bambini a tempo di “wakka wakka ieh”e far scimmiottare “un movimento sexy” o quant’altro detti il tormentone del momento e le veline di turno.
Dov’è stata messa l’esplorazione del corpo, dei suoni e del corpo a tempo di suoni, nella sua più totale naturalezza e semplicità? Mi chiedo dov’è stato messo l’innocente “ballo del qua qua” o la sapienza delle antiche canzoncine?
Qualcuno potrebbe sdrammatizzare, dicendo che sono solo attività innocenti, vissute da bambini innocenti, che vanno al passo con i tempi. I bambini sono sicuramente innocenti, ma non si sa perché li si vuole già ridimensionare ed indirizzare a suon di veline! Perché mai li si vuol portare a spasso, coi tempi della TV e delle mode?
Sembra che non si colga la mostruosità dell’effetto uniformante! Già si vedono e si sentono ovunque messaggi e spinte induttive, volte ad indirizzare condotte, azioni, idee, sentimenti, progetti, ecc. Non credo ci si debba mettere anche la scuola. Al contrario, proprio la scuola dovrebbe fare da contrappunto, da luogo di pensiero, di autonomia, di libertà, di crescita. La scuola dovrebbe fungere da alternativa!
Fermiamoci adesso alla TV. Credo che nessuno di noi, porti i propri figli alla scuola d’infanzia, per farli guardare la TV. Ne guardano già abbastanza a casa, dai nonni, nei bar, nei negozi, dal parrucchiere e in qualunque posto essi vadano (ormai anche l’ospedale riempie l’attesa dei pazienti con questo mezzo, dimenticandosi del ruolo della socializzazione).
Eppure, molti asili intrattengono abitualmente i bambini, attraverso questo mezzo, di solito dopo il pranzo o negli spazi di attesa (al mattino nell’orario d’ingresso, al momento dell’uscita, ecc.), come se non esistesse altro modo per impegnarli nei momenti di passaggio. Le fiabe e le storie, non esistono più! Si è persa totale memoria, dei fratelli Grimm. Si è perso di vista quanto siano importanti le fiabe per i bambini, soprattutto le fiabe narrate, interpretate e raccontate con partecipazione e passione (Bettelheim, 1977).
Spesso le educatrici, si difendono dicendo di mostrare solo cartoni assolutamente innocui, come quelli della Walt Disney. Ricordiamoci che la violenza della TV, come del PC o dei videogiochi (Costantini, 2009), risiede su un duplice versante: nel contenuto e nella forma. Tanti cartoni animati, apparentemente innocui, in realtà sono portatori di grande violenza diretta e indiretta, verbale e comportamentale, fisica e psicologica. Per cui, la non violenza di un innocente cartone, deve essere dimostrata e non presunta!
In secondo luogo, è la forma, ovvero la natura stessa dello strumento ad essere fortemente nociva. Il video infatti risulta deprivante, passivizzante, aggressivo, nella sua modalità di somministrare contenuti, con tempi e modi incalzanti, travolgenti ed invadenti, spesso sotto una forma subliminare.
In considerazione di ciò, mi sembra del tutto inappropriato, lasciare i bambini davanti allo schermo, tanto più da soli, anche fosse solo per attendere che i genitori o i nonni vadano a prenderli.
Non solo si sottopongo ad uno strumento violento, ma si toglie loro uno spazio importante: il tempo dell’attesa, indispensabile per contattarsi con le proprie emozioni di ansia, desiderio e paura. Tutti elementi utili per un passaggio casa-asilo, asilo-casa graduale ed emotivamente adeguato.
Le fiabe invece, come detto altrove, appartenendo al mondo simbolico, aiutano a transitare da uno spazio all’altro, attivando le emozioni e le risorse del bambino stesso. Le fiabe narrate inoltre, creano una relazione intensa e ricca fra il piccolo e l’adulto, che lo aiuta a spostarsi da una dimensione ad un’altra. Nonostante ciò, se n’è perso memoria a favore dei mezzi mediatici, più facili da fruire, meno richiedenti ed impegnativi.
Per incrementare la dose, capita spesso che anche la prima accoglienza del mattino venga sottovalutata e mal gestita, quasi fosse una timbratura di cartellino, i bambini entrano nella stanza senza essere accolti da nessuno o con un’accoglienza tutt’altro che affettuosa. Certo i bimbi sono tanti, ognuno ha la sua esigenza, ma non si può pensare di passare ore ed ore con loro, con lo stesso entusiasmo ed emotività con cui si lasciano passare i pezzi su un nastro trasportatore! Se un’educatrice non possiede la generosità e la capacità di un sorriso accogliente, quasi sicuramente non possiede la pazienza di comprendere dove stanno le risorse di quello specifico bambino, quale fase della sua vita sta attraversando e quali paure lo attanagliano.
Se vogliamo, la lista delle cose che non vanno, può essere lunga e significativa, diversificandosi su piani diversi, in base alla struttura in questione.
Un esempio fra tutti, può essere rappresentato dall’educazione a tavola. In alcune strutture si punta molto, in modo più o meno rigoroso, sul silenzio, sulla disciplina, sulla compostezza, sull’accettazione incondizionata del pasto. Ahimè, queste norme poi slittano su alcuni particolari “insignificanti”. Non si chiedono più i bavagli, perché i bambini di tre anni ormai sono grandi e poi ci sono i tovaglioli di carta a svolgere questa funzione, si scivola poi su condotte non proprio educate ed educative, nel momento in cui la carta finisce e la direzione non la fornisce più. In questi casi, la cattiva condotta di pulirsi al grembiulino, viene incoraggiata e favorita in modo più o meno diretto.
L’educazione a tavola dunque, diventa un tema discusso e contraddittorio! Pensate alla confusione dei bambini, quando i genitori a casa li brontoleranno, perché si puliscono la bocca alla manica della maglia!
Ci sarebbe poi da discutere su certi menù, che io mi auguro nessun pediatra abbia approvato, in quanto assolutamente fuori da una sana ed equilibrata alimentazione. In certi casi, l’equilibrio propende più per il portafoglio che per la sanità!
Per non parlare degli istituti dichiaratamente religiosi, che impongono ai bambini (dai tre anni in poi) l’indicibile violenza, di dover partecipare alla messa! Al di là della religiosità o meno di ciascuno, penso che non è per tutto questo, che portiamo i nostri figli alla Scuola d’Infanzia. A tre anni, non c’è lo spazio, l’attenzione e la comprensione globale, necessari per permettere un apprendimento libero. Credo proprio che nel 2000, in una società multiculturale, tesa alla totale promozione della libertà, non ci sia posto né ragione d’essere per l’indottrinamento, di qualsiasi tipo. Far partecipare un bambino di tre anni alla messa, in modo sistematico, significa proprio questo: “indottrinamento”.

bambini
Di sicuro gli asili non sono più giardini dove coltivare l’età infantile, le risorse, la creatività, l’emotività e l’educazione. Magari si riempiono i programmi di attività super ambite come il PC, l’educazione motoria, la lingua straniera, la danza, l’educazione all’ascolto musicale, ecc. Ma alla fine, si perde la finalità di fondo di questo luogo: coltivare l’individualità del bambino.
E’ l’individualità del bambino a dover essere coltivata e non l’interesse dell’adulto, le sue possibilità economiche, le sue potenzialità, la sua preparazione o impreparazione, il buon nome dell’istituto, ecc.
Comprendo che sia più facile pensare che la Scuola d’Infanzia, sia un buon luogo per i nostri figli. Ciò ci aiuta ad andare a lavorare tranquilli. Purtroppo non è detto che sia così, non diamolo per scontato, poniamoci in posizione critica rispetto a tutto ciò ed entriamo un po’ dentro il merito di quanto sappiamo solo in teoria, entriamo dentro queste stanze e nella quotidianità del bambino. Non basta pensare che non venga picchiato e che gli s'insegnino cose, reputate importanti.
Altrimenti, la TV, il PC ed i giochi in video gli istigano aggressività e passività, la scuola lo indottrina e lo abitua ad adattarsi. Cosa ne resterà di lui? Cosa ne sarà delle sue potenzialità?
La cosa ancora più sconcertante è, che per collocare i propri figli in questi asili, è necessaria una trafila difficile e complessa, talvolta quasi impossibile. Si devono fare carte false, per rientrare negli asili privati o essere in serie difficoltà per entrare negli asili pubblici. Secondo questa logica, dovremmo anche ringraziare, del posto che ci offrono. Allora quello che rappresenta un diritto, diventa una fortuna, una chance fortunata e non si può che star zitti e far finta che tutto vada bene.
Le liste di alcuni asili comunali, si basano su criteri incomprensibili. Fra le altre cose, chiedono se vi sono nonni in vita (talvolta se sono anche in salute). Come se questo bastasse, a far slittare in secondo piano la propria richiesta. Ma, avere dei nonni in vita non significa che questi siano abili a gestire dei bambini, che lo vogliano fare e che i genitori glieli vogliano affidare. Sembra una realtà dell’orrore, dove la libertà e la scelta, sono ormai scomparsi da lungo tempo.
Per non parlare degli addetti comunali che ritirano le domande, spesso assolutamente scortesi, maleducati e poco presenti sul posto di lavoro.
Ma chi controlla tutto questo? Chi ci garantisce i nostri diritti? Chi ci permette di tradurre le potenzialità nostre e dei nostri figli, nella piena serenità?
In fin dei conti, chiediamo solo di poter andare a lavoro tranquilli e sicuri del fatto che i nostri bambini, crescano sani e rispettati.
Talvolta, non sono sufficienti migliaia di corsi di formazione, a sensibilizzare e formare realmente il personale, che si occuperà di loro. Eppure, è molto più facile sgominare atti di violenza cruenta e insensata nei così detti “asili dell’orrore”, piuttosto che una serie di violenze sottili ed invisibili, dettate dalla mancanza di motivazione, sensibilità, formazione, teorizzazione, organizzazione, presenti nei così detti “asili normali”, che circondano la nostra quotidianità.
E proprio per questo, che questi atti violenti, diventano procedure collaudate che si ripetono stagione dopo stagione, equipe dopo equipe.
Il mio può sembrare un occhio troppo pignolo e critico. Forse lo è, ma se desideriamo che i nostri figli siano il più possibile sé stessi e siano felici, che sviluppino tutte quelle qualità che possiedono e che noi ci aspettiamo da loro, dobbiamo noi per primi rispettare la loro natura e non permettere che nessuno, la metta da parte.
Rifletto e discuto su tutto questo, con la forza della rabbia ma ancora di più con la luce dello sconcerto. Non riesco a capire, da che parte siano finite le nostre idee, le nostre voci e come mai ci sia silenzio e tacito accordo, su tutto ciò che ci “somministrano” prepotentemente!
Noi ci aspettiamo grandi cose dai nostri figli, ci aspettiamo che sappiano fare tutto ciò che noi, non abbiamo fatto nella nostra vita, forse anche loro si aspettano da noi che sappiamo fare tutto ciò che loro non possono fare, che abbiamo il coraggio di superare noi stessi!

 

Tratto da "Psiconline.it"

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