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Sentirsi attratti da chi ci respinge!

Perché a volte siamo attratti da persone che non ci vogliono? Perché sviluppiamo l’abitudine di volere ciò che non possiamo avere?

Attrazione rifiutoMolti di noi hanno familiarità con questo scenario: incontriamo una persona che sin dalle prime battute appare dolce, carina, interessante, intelligente e disponibile, e nella nostra mente si attivano anche pensieri del tipo “magari è interessato ad avere un rapporto con me!”.

L’unico problema è che, spesso, l’altro, non la pensa nello stesso modo; nonostante possiede diverse qualità si creano due possibilità: o è disponibile per un rapporto in generale, o non disponibile per un rapporto con te, perché ha appena detto che non gli piaci.

Nonostante il suo continuo rifiuto, tuttavia, sembra difficile smettere di pensarlo/a. Più lui/lei si rifiuta, palesando il non voler stare con noi, più sembra crescere l’interesse verso questa persona.

Gli studiosi si sono quindi chiesti come mai sviluppiamo questa cattiva abitudine di volere ciò che non possiamo avere.

In altri settori della vita, sembra che siamo in grado di regolare le nostre preferenze per adattarci alle specifiche situazioni e anche se a volte si può fantasticare e sognare, quando questi divengono irrealizzabili, “si lascia andare” il sogno.

Quindi.. perché non possiamo lasciare andare le persone che continuamente ci respingono!? Secondo Helen Fisher e i suoi colleghi, il ricevere il cosiddetto “rifiuto romantico” stimolerebbe alcune parti del cervello associate con la motivazione, ricompensa, dipendenza e ricerca.

Utilizzando la risonanza magnetica funzionale, il team della Fisher ha esaminato il cervello di 15 uomini e donne che erano stati recentemente respinti dai loro partner, ma dei quali affermavano di essere ancora innamorati.

Durante la scansione i soggetti visionavano la foto della persona che li aveva respinti. Con il procedere dell’esperimento, eseguivano un esercizio di matematica con l’obiettivo di distrarli dai propri pensieri romantici.

Infine è stata mostrata loro la foto di una persona familiare verso cui non provavano sentimenti tipicamente romantici.

Il team ha scoperto che il cervello dei partecipanti mostrava una maggiore attivazione in quelle aree associate con la motivazione, la ricompensa, il desiderio, la dipendenza, il dolore fisico e l’angoscia quando guardavano la foto della persona che li aveva rifiutati rispetto a quando guardavano la foto del familiare.

Lo studio, pubblicato sul Journal of Neurophysiology, ha evidenziato che le persone che si trovano in situazioni di rifiuto, presentano attivazioni cerebrali che si avvicinano alla dipendenza da sostanze; la droga in questione sarebbe rappresentata dalla persone che ci rifiuta e che non corrisponde il nostro amore.

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I risultati però non forniscono informazioni sul perché rispondiamo in questo modo al rifiuto romantico e non chiarisce come mai si sviluppa questa tendenza preoccupante nell’ostinarsi a volere qualcuno che non possiamo avere.

Si potrebbe pensare che è una questione di “crepacuore” e dolore; possiamo essere follemente innamorati di qualcuno che non ci vuole, e non ci ha mai voluto,  e tale situazione può comunque arrecare dolore come quando qualcuno decide di rompere il rapporto.

Una parte del dolore annesso al rifiuto quando l’amore non è corrisposto, potrebbe essere letto come una repulsione evolutiva al rifiuto sociale che va a combinarsi ad uno stigma sociale associato alle rotture e ai divorzi.

Ma nemmeno questa ipotesi riesce a spiegare perché ricerchiamo e vogliamo spesso quegli individui che non possiamo avere.

Un altro aspetto legato a questa angoscia potrebbe avere a che fare con la percezione soggettiva del valore dell’altra persona.

Se l’altra persona non ci vuole o non è disponibile per un rapporto, la percezione di tale valore tende a salire; da un punto di vista evolutivo, questo comportamento sarebbe vantaggioso proprio perché ci si andrebbe ad “accoppiare” con il compagno più “prezioso”.

Pertanto, ha senso che noi diventiamo più interessati, da un punto di vista romantico, quando aumenta la percezione del valore di un’altra persona.

Un’altra risposta potrebbe avere a che fare con tratti di personalità che protendono verso un comportamento di dipendenza. Lo studio della Fisher ha infatti mostrato che l’angoscia e il dolore annessi al rifiuto romantico rappresentano una sorta di dipendenza.

Ma la domanda è.. da cosa siamo dipendenti in uno scenario di questo tipo?

Nel caso di un rapporto che si è concluso, possiamo essere dipendenti dal tempo che abbiamo trascorso con l’altro, dai momenti condivisi insieme, dalle sorprese o anche dal sesso. 

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Ma se il nostro cervello funziona in modo simile, quando l’amore non è ricambiato e non c’è mai stato un rapporto, qual è la fonte dei sentimenti di dipendenza? Presumibilmente, siamo assuefatti da pensieri circa quello che sarebbe potuto essere, ma che non sarà mai.

Una volta che ci si blocca su questi pensieri, l’essere respinti dagli altri può intensificarli, divenendo così una vera e propria ossessione, che potremmo pertanto definire una sorta di dipendenza.

Una caratteristica da non trascurare in quanto influenzante una dinamica di questo tipo è lo stile di attaccamento.

Le persone con uno stile di attaccamento dipendente o ansioso, sono portate a cercare persone che causano in loro dolore.

In uno scenario classico, sono cresciuti in una famiglia con una madre e un padre che li respingeva emotivamente;  per queste persone, l’essere respinti è una sensazione familiare.

Dal momento che siamo più propensi ad agire in modi che sono a noi più familiari, se abbiamo una storia di vita caratterizzata dal rifiuto, siamo più propensi a cercare situazioni in cui la prima aspettativa è ad esso collegata.

I nostri cervelli interpretano questi scenari come normali anche se sappiamo che la ricerca di essi provoca angoscia e dolore.

Infine, vi è la spiegazione del “finale differente”: se abbiamo una storia di rifiuto, possiamo inconsciamente cercare scenari simili, nella speranza che, questa volta, la storia avrà un finale diverso, ma purtroppo non è così.

A tal proposito, vale la pena ricordare la definizione di Einstein sulla follia:

“Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi.”

 

Tratto da PsychologyToday

 

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

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