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STEREOTIPI. Usi e funzioni

stereotipoQuesta la definizione riportata su un vocabolario della lingua italiana sul significato che ha, in psicologia, la parola “stereotipo”: “Percezione o concetto relativamente rigido ed eccessivamente semplificato o distorto di un aspetto della realtà, in particolare di persone o gruppi sociali”.

“Gli stereotipi… aiutano a gestire la complessità” (Tajfel 1969). L’uso degli stereotipi è un processo cognitivo automatico che la mente attua al fine di organizzare, categorizzare ed esemplificare l’infinità di informazioni in entrata a cui siamo sottoposti quotidianamente.

Pensate al numero infinito di luoghi, persone e gruppi sociali a cui dobbiamo ogni giorno attribuire un significato, una caratteristica, un peculiare tratto e decidere di conseguenza la nostra risposta comportamentale. Il modo in cui agiamo nella vita, il modo in cui ci comportiamo di fronte ad una situazione o ad una persona, dipendono dal modo in cui percepiamo questi fattori esterni e da come percepiamo noi stessi.

Abbiamo schemi comportamentali per ogni situazione: se ci trovassimo in una pizzeria alla mano, sapremmo che, probabilmente, la cosa “più giusta” da fare sarebbe alzarsi da tavola dopo aver finito di mangiare e dirigerci alla cassa per pagare il conto. Se, invece di una pizzeria, scegliessimo un pregiato ristorante dove passare la serata, la cosa che dovremmo aspettarci è che il cameriere venga a portarci il conto a tavola e che si aspetti anche una lauta mancia.

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Allo stesso modo, cambiamo il nostro modo di agire, di parlare, a volte anche incosapevolmente, a seconda della persona che abbiamo di fronte. Il nostro comportamento dipende da come percepiamo quella determinata persona, dalle caratteristiche che le attribuiamo come singolo individuo o come individuo facente parte di un certo gruppo sociale.

Stando così le cose, proviamo ad immaginare quanto sia complicato per la nostra mente adattarsi alle diverse situazioni quotidiane. Eppure le nostre risposte comportamentali sono abbastanza immediate, da sembrare che non richiedano eccessivo sforzo cognitivo. Se al bar un uomo ed una donna ordinano rispettivamente una bevanda analcolica ed una birra, nella maggior parte dei casi il barista, senza pensarci troppo, porgerà la birra all’uomo e la bevanda analcolica alla donna. Questo accade perché il barista ha attivato uno stereotipo, basato sui ruoli sessuali (Arcuri, Streotipi).

Probabilmente, però, il barista ha avuto conferme del suo modo di categorizzare dalle esperienze passate, che quindi gli sono servite da rinforzo per lo stereotipo.

Ma se gli stereotipi sono strutture cognitive così forti è perché spesso ci indirizzano bene sul comportamento da tenere. E’ quindi possibile che queste “immagini nella nostra testa”, come le ha definite Lippmann, non siano sempre fuorvianti e fonte di pregiudizio.

Quanto sono inaccurati gli stereotipi?

E’ normale aspettarsi che un individuo che, per esempio, abbia scelto un percorso di studi di impronta scientifico – matematica, sia più pragmatico e meno disposto a voli pindarici di un’altro che abbia invece preferito materie letterarie. E’ un modo di effettuare attribuzioni sociali che sicuramente ci parrà perfettamente razionale ed efficace. Il rischio al quale si va incontro nell’attribuire delle determinate caratteristiche ad un gruppo di persone è quello della sovrageneralizzazione, ovvero la tendenza a rendere eccessivamente “omogenee” le persone facenti parte di una categoria, renderle più simili tra loro rispetto a quanto non siano in realtà.

Tajfel ha dimostrato nei suoi esperimenti nel 1981 che questa inclinazione è molto più accentuata quando si tratta di dover attribuire caratteristiche ad un gruppo esterno (outgroup) piuttosto che al proprio gruppo di appartenenza (ingroup),

Secondo alcuni autori la causa di questo fenomeno deriverebbe dalla maggiore familiarità che ogni persona ha con il proprio gruppo rispetto ad un gruppo di cui non fa parte. Secondo altri, invece, la spiegazione del fenomeno è attribuibile al fatto che gli individui nel giudicare l’ingroup, facciano riferimento a se stessi, cioè all’immagine che hanno di sé. Questo confronto porterebbe ad una percezione più etereogenea del proprio gruppo di appartenenza.

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Un ulteriore fenomeno a cui si va incontro con l’uso degli stereotipi riguarda il tema delle attribuzioni causali, cioè a cosa noi attribuiamo un determinato evento: è’ stata dimostrata la tendenza ad attribuire gli insuccessi altrui a cause di tipo disposizionale e insuccessi propri a cause di tipo situazionale. Se io, gruppo di maggioranza, sono disoccupato è perché gli eventi mi hanno condizionato in tal senso. Se un soggetto di un gruppo minoritario, per esempio un immigrato, è senza lavoro, la causa è la sua poca voglia di lavorare, le sue poche risorse intellettive ed altri fattori strettamente personali.

Profezie che si autoavverano

E’ molto importante per l’individuo avere conferme dei suoi modi di dare significato al mondo, avere dei pilastri stabili su cui poggiarsi. E’ questo uno dei motivi per cui gli stereotipi, socialmente determinati, sono così forti. Ancor più forti diventano nel momento in cui si selezionano le informazioni in entrata, giudicando come vere e significative quelle che funzionano da conferma dei proprio modi di categorizzare.

Se giudico una persona estremamente disordinata, darò priorità a tutti i comportamenti che confermeranno il mio modo di pensare. Gli atteggiamenti invece controstereotipici saranno messi in secondo piano e giudicati eccezionali e non indicativi.
Sembrerebbe che uno stereotipo una volta formatosi non sia più eliminabile. Tutto sommato è sicuramente modificabile. Infatti, avendo un gran numero di informazioni controstereotipiche a disposizione, esse formeranno una categoria cognitiva indipendente, che diventerà forte a tal punto da prevaricare su quella originale.

Un altro fenomeno che può indurre ad errori nella valutazione degli individui nella vita di tutti i giorni è che le aspettative che riponiamo su un individuo, lo inducano a comportarsi proprio come noi ci aspetteremmo che si comportasse. Se sto parlando con una persona di cui ho la forte opinione che sia molto timida, probabilmente assumerò un atteggiamento tale da farla comportare in modo che io abbia conferma di ciò che penso. E’ appunto il fenomeno della profezia che si autoadempie. Perché noi siamo ciò che pensiamo di essere, ma anche ciò che gli altri pensano di noi.

Gli effetti della profezia che si autoadempie non sono efficaci nel momento in cui ci troviamo di fronte ad una persona che è fermamente convinta di quello che è, ha solide opinioni di se stessa e non è soggetta a farsi condizionare dal modo di pensare altrui.

Stereotipi linguistici

Solo in un mondo senza nomi sarebbe impossibile la trasmissione sociale degli stereotipi. Il ruolo del linguaggio è infatti cruciale anche in questo campo.

La televisione, i libri , i giornali o anche il semplice dialogo sono tutte forme di comunicazione che permettono la trasmissione di modi di percepire le cose della vita socialmente condivisi. Ogni espressione linguistica è carica di determinate interpretazioni del mondo. Pochi termini sono neutrali, molti sono colmi di significato. Ci sono termini o modi di dire che possono diventare offensivi anche incosapevolmente. Ho sentito spesso un espressione quale “fa l’indiano” per indicare una persona con temperamento solitario. Abbiamo evidentemente un’immagine condivisa degli indiani che è proprio quella di essere un po’ eremiti.

Ogni etichetta linguistica usata fa scattare altri significati della rete associativa attivata. Indicare con un determinato aggettivo una persona può far scattare nella mente un’immagine complessiva di quella persona che magari può non essere rappresentativa di quello che è in realtà. Il sentir parlare di una “donna manager”, rimanderà ad immagini di indipendenza, freddezza, praticità che assoceremo alla personalità di quella donna senza neanche averla mai conosciuta.

Sarebbe comunque sempre opportuno evitare, nei nostri discorsi, aggettivi tendenziosi e formule generiche di espressione. Si rischia di generalizzare, di fuorviare, fare “di tutta l’erba un fascio”. Probabilmente riuscirci nella società è impossibile. Sarebbe possibile nel bosco descritto da Lewis Carrol, dove le cose non si chiamano in nessun modo.

“Questo deve essere il bosco dove le cose non hanno nome”
L. Carrol, Alice nel paese delle meraviglie

 


Articolo a cura di Bruna Toma

 

 

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