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Teoria della complessità e Alzheimer

Rispetto alla malattia di Alzheimer, la teoria della complessità potrebbe cercare di integrare i diversi sistemi e sottosistemi per comprendere le varianze della malattia e come il corpo mantiene questi equilibri, senza separare l'aspetto sociale, politico e culturale in cui l'individuo è inserito.

alzheimer teoria complessitàIl cervello di una persona sana è in continua evoluzione; neuroni e cellule gliali muoiono costantemente e vengono sostituiti con nuove cellule.

Più di 30.000 proteine vengono degradate ed eliminate dal cervello. Le mini lesioni che si verificano costantemente nel cervello vengono “sistemate” senza cambiarne o alterarne le capacità.

I ricordi vengono costantemente ripensati e priorizzati; le funzioni cognitive si spostano da un'area del cervello all'altra. Tutti questi eventi definiscono il funzionamento quotidiano del nostro cervello.

La domanda che ci si pone è perchè tale manutenzione, perennemente in corso, ad un certo punto si arresta o se ne viene sopraffatti?

La conclusione emergente, ossia che la malattia di Alzheimer sia una sindrome, deriva da un secolo in cui la ricerca ha evidenziato diverse anomalie.

Nel 2011 , il National Institute on Aging's and Alzheimer's Association, ha emesso delle nuove linee guida sull'ipotesi della “cascata amiloide” rivelandosi però incomplete.

Le evidenze emergenti stanno cercando di delineare un processo sempre più complesso. Più di una causa, o un tipo di cause, può portare a risultati simili o diversi.

La lesione iniziale potrebbe o non potrebbe essere progressiva. La malattia neurologica potrebbe o meno influenzare la cognizione. Il coro degli scienziati che esprimono questo approccio alla malattia di Alzheimer è infatti incessante.

Finora, dopo un secolo di confusione nello studio della malattia di Alzheimer, è tempo di smettere di ripetere gli stessi errori nella speranza di arrivare a nuovi risultati.

Si necessita pertanto di una nuova metodologia che potrebbe fornire risultati diversi; questo nuovo approccio deriva dalla teoria della complessità.

Questa teoria prende in considerazione molte variabili, senza però non considerare che alcuni aspetti ancora sconosciuti possano influenzare il risultato.

L'utilità di ampliare la teoria è consentire un approccio più inclusivo che consenta di prendere in considerazione le diverse letterature piuttosto che ignorarle.

Una visione dei singoli elementi del cervello nonché delle componenti consente sì una visione dell'intera macchina, ma essendo un approccio meccanicistico, è troppo limitato per spiegare una malattia complessa come quella di Alzheimer.

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Tali modelli sono utili per generare ipotesi, ma limitati nel favorire una maggiore comprensione di come funziona il cervello.

Soprattutto a causa di effetti non lineari: un grande cambiamento potrebbe portare ad un piccolo effetto e un piccolo cambiamento ad un grande effetto.

Non si possono prevedere quali saranno gli effetti; per esempio, quando un blocco nei vasi sanguigni distrugge un'area del cervello, si assiste ad una maggiore o minore capacità in una specifica area che può produrre risultati debilitanti.

Non si può prevedere il risultato con certezza anche se si conoscono le aree del trauma; ogni trauma è unico, così come la malattia di Alzheimer.

All'interno di questa teoria esistono sistemi o unità, apparentemente indipendenti l'uno dell'altro, che tuttavia si affidano l'uno all'altro, comunicando direttamente all'interno di una gerarchia di reti.

Sappiamo che queste reti esistono a causa della presenza di ormoni, neurotrasmettitori e citochine mediate nel corpo da centinaia di diversi tipi di lipidi, fosfolipidi, aminoacidi, monoamine, proteine, glicoproteine o gas.

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Inoltre, il sistema cambia e si evolte; una teoria della complessità affronterebbe queste varianze e come il corpo mantiene questi equilibri: un equilibrio unico per ogni singolo individuo.

Questa omeostasi si basa su un gruppo di regolatori interni, definiti da esperienze passate e da risposte adattive uniche a nuovi stimoli ambientali.

La teoria dovrà anche astenersi dal separare l'aspetto della ricerca dalle nostre convizioni, aspettative e comportamenti derivanti dai più ampi sistemi sociali, politici e culturali in cui esistiamo.

Queste unità interagiscono in tutto il sistema ed in modalità ancora sconosciute.

In un sistema così aperto, le forze esterne stabilitesi e le nuove forze esterne possono influire sulla propria attività interna.

Il migliore esempio di questo è la malattia psicosomatica: anche se la malattia è causata dalla psicologia della persona, gli effetti fisici sono reali.

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Poiché la teoria della complessità utilizza input derivanti da una varietà di discipline, è necessariamente transdisciplinare.

A tal proposito, è un tipo di teoria che affronta situazioni in cui la causa e l'effetto lineare non vengono applicati.

Esempi di tali teorie complesse sono state applicate alla biologia, al management, all'informatica, alla psicologia e ad altri campi.

In medicina, ad esempio, la teoria della complessità è stata applicata all'immunologia.

Brown & Moon hanno notato che la nuova salute pubblica ha “sostenuto un appoccio multi-causale che ha visto disordini infettivi, cronici e degenerativi come risultato di una complessa interazione tra fattori biofisici, sociali o psicologici”.

Il termine “complessità” fa riferimento alle molte parti, meglio definite come sottounità, che si collegano in modi conosciuti e sconosciuti, dove la causa ed effetto sono sottili e mutano nel tempo.

Nella ricerca della malattia di Alzheimer, la teoria della complessità potrebbe spiegare perchè molte cause possono esistere anche se la malattia è espressa uniformemente.

Potrebbe anche essere che, a seconda della fase propria vita in cui si manifesta, la malattia si esprime in modo diverso, evolvendo nel tempo.

La teoria della complessità cerca di conciliare l'imprevedibilità di diversi sistemi, in questo caso, le aree del cervello che interagiscono insieme in modi ancora sconosciuti, con un senso di ordine e struttura sottostante.

La teoria della complessità puà quindi essere la base per comprendere tutti i tipi di malattia di Alzheimer. Può facilmente essere adattata alle anomalie della ricerca in un modo tale da rendere la teoria come ipotetica predittrice di risultati.

Allo stesso tempo, la teoria deve essere in grado di spiegare le anomalie esistenti.

Attraverso un approccio di questo tipo i diversi dati confondenti e spesso contraddittori vengono considerati come inclusivi e potenzialmente mediati e moderati da altre variabili.

Ad esempio, la malattia di Alzheimer può essere mediata proteggendosi dalle lesioni, come ad esempio ferite alla testa, tossicità, radiazioni.

Può anche essere mediata mantenendo uno stile di vita sano, in quanto migliora la perfusione ossigeno-cervello, seguendo una dieta sana e bilanciata, poiché fornisce tutti i nutrienti e la flora batterica di cui abbiamo bisogno con l'avanzare dell'età.

Mentre un secolo di lavoro ha esaminato come la plasticità, la neurogenesi e la capacità possano ritardare o proteggere contro la malattia di Alzheimer, tutti questi fattori divengono processi e sottosistemi importanti per discutere l'eziologia della malattia in una teoria della complessità.

 

Tratto da PsychologyToday

 

(Traduzione e adattamento a cura della Dottoressa Giorgia Lauro)

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