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'Uccide la nonna della fidanzata' aggressività e disagio generazionale.

1308382807-40634558d18d74f475b9dc5e34d2dfe4Ha bussato alla sua porta, Stefano Savi, e li' ha scatenato la furia contro la nonna della sua fidanzata.
L'ha uccisa e poi ha inscenato goffamente il suicidio della vittima in vari modi.
Tutto registrato in presa diretta dalle telecamere di sorveglianza dell'appartamento. Un massacro vero, avvenuto a Roma lo scorso 7 giugno.

L'assassino,  arrestato ieri, e' un giovane imprenditore romano che il giorno del suo ventiquattresimo compleanno ha ucciso l'anziana di 75 anni, Laura D'Argenio.

Ogni fotogramma contenuto nelle immagini di quella sera documenta l'orrore nell'appartamento al Tuscolano, in via Marco Fulvio Nobiliore. La vittima ha aperto la porta all'assassino, il giovane ha sferrato un pugno alla donna che e' caduta in terra. Poi l'ha presa a calci ed e' saltato sul suo corpo, rompendole le costole e provocando un'emorragia interna. Dopo poco l'anziana e' morta.
Ma le telecamere nell'ingresso, che la donna aveva installato da anni , avevano gia' registrato tutto.

La chiave era nelle immagini delle telecamere. Resta da capire il perche' di tanta violenza.

La coppia di fidanzati era andata a montare un decoder a casa dell'anziana alcuni mesi fa. Lui in quell'appartamento e' tornato solo il 7 giugno, quando la nonna ha spalancato tranquilla la porta di casa. Per l'anziana era un ragazzo apparentemente servizievole, prima che quel 'grande fratello' sistemato all'ingresso svelasse la sua identita'.

Atteggiamenti come questi, si tramutano in un vero e proprio disagio generazionale, un disorientamento dei giovani, incapaci di costruire nuovi valori positivi per la società di fronte a cambiamenti sociali molto importanti. Ovviamente è una lettura parziale, che non rappresenta la complessità della realtà.

I comportamenti dei giovani , sono da sempre comunque difficili da interpretare. La tendenza all’egocentrismo e al protagonismo giovanile, la difficoltà di rapporti con il mondo adulto, l’incoscienza e l’atteggiamento di sfida riguardo alle regole sociali, hanno sempre contraddistinto i loro comportamenti. Un difficile conflitto tra generazioni si ripropone ogni volta che avvengono importanti modificazioni sociali, che influenzano gli atteggiamenti individuali e di gruppo e che diversificano le risposte che vengono date per adattarsi questi cambiamenti. Appartenere al mondo adulto o a quello giovanile può fare la differenza.

Come sempre.
L’opinione pubblica è comunque in allarme perché registra l’aumento della violenza e della aggressività giovanile e si interroga perplessa su come potrà mai essere il futuro della società.
Alcune considerazioni aiutano meglio definire il problema se poniamo una riflessione sull’aggressività.

1. L’aggressività è costitutiva dell’essere umano. L’aggressività è un istinto di base dell’essere umano, una componente fondamentale dell’inconscio insieme agli altri impulsi primordiali (presenti fin dalla nascita) che spingono l’uomo ad agire per soddisfare i propri immediati bisogni (istinto di sopravvivenza). L’aggressività ha una componente positiva laddove, alla sua origine, ci consente di difenderci e preservarci nel momento in cui avvertiamo un pericolo e non possiamo fuggire.
La paura attiva l’aggressività come difesa, che si esprime attraverso azioni di ostilità, violenza, distruzione, dominio. I comportamenti aggressivi umani fanno parte della natura umana. L’uomo è sopravvissuto ad una natura più forte di lui grazie alla sua capacità di ragionamento di fronte ai problemi e alla sua aggressività per riuscire ad imporsi.

2. Frenare l’aggressività favorisce la società. Lo sviluppo della società e della convivenza civile hanno però portato l’uomo a controllare le parti più estreme ed impulsive della propria aggressività, che è servita d’altro canto a conquistare e a difendere quelle finalità che gli sono connaturate e delle quali non può fare a meno.
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3. Permane un’aggressività diffusa a diversi livelli. Ma l’aggressività visibile ed eclatante ovviamente non è scomparsa. Ci sono Stati, popoli, organizzazioni, gruppi, che impongono attraverso la violenza e il dominio, le guerre e il potere economico, i propri interessi ed obiettivi, il proprio particolare modo di vedere, la difesa della propria sopravvivenza. Innescando, da parte di chi si ritiene sopraffatto, reazioni a catena di ugual segno. Aggressività di chi attacca e aggressività di chi si difende.
Anche la quotidianità è ricca di comportamenti aggressivi. Ci sono persone che faticano a domare questo impulso o non lo vogliono controllare. Si pongono verso l’altro con ostilità, arroganza, urlando e usando la parte più aggressiva di se stessi. Altri che usano l’aggressività in positivo per perseguire con determinazioni progetti ed idee, per affermarsi nel mondo del lavoro, nelle relazioni sociali, in quelle famigliari o per difendere la loro dignità da persone prepotenti ed aggressive.

4. Aggressività positiva e negativa. L’aggressività può avere dunque un segno costruttivo ed uno distruttivo. Da una parte ci permette di soddisfare l’istinto di conservazione cercando di affermare noi stessi nel mondo.
Cercando di favorire e preservare le nostre esigenze e il benessere individuale e sociale, dandoci le energie necessarie per superare gli ostacoli e utilizzando l’assertività per farci valere. Dall’altra viene attivata, in maniera a volte improvvisa ed impulsiva, a volte predeterminata, un’aggressività distruttiva, foriera di conseguenze negative per sé o per gli altri, che si attiva di fronte a paure più o meno consapevoli, che innescano il primordiale meccanismo difensivo di aggressione, violenza, dominio.

5. Come dosare l’aggressività? L’aggressività non è un impulso incontrollabile. Lo sviluppo di alcune parti e funzioni cerebrali (lobi frontali, amigdala..) e l’allenamento comportamentale possono aiutare ad incanalarla. In maniera semplicistica dipende da quanto la lasciamo fuoriuscire da quel contenitore immaginario nel quale è riposta.
E’ una questione che dipende molto dalla nostra capacità di autocontrollo e dalla valutazione, quasi in termini percentuali, di quanto sia necessaria per affrontare le diverse situazioni di vita. In termini ipotetici, tanto per dimensionare il discorso : se devo affermare una mia opinione con un amico ne userò il 5% , se devo difendere la mia dignità sul lavoro il 40% se devo sopravvivere ad una aggressione fisica il 100%. Sta a noi dosarla in maniera adeguata, per favorire i nostri bisogni senza metterli troppo in conflitto con la necessità di adattamento, e quindi di rinuncia dall’essere aggressivi o assertivi, alla situazione stessa.

La capacità di autocontrollo e i limiti sociali aiutano quindi a guidare in maniera costruttiva la nostra naturale aggressività. Se non c’è l’uno e non ci sono gli altri l’aggressività è destinata a scatenarsi nelle sue forme più distruttive e violente.

Frequenti le situazione in cui si scatenano di raptus improvvisi e di omicidi in famiglia da parte di persone apparentemente tranquille e adeguate al vivere sociale.

Ci sono poi azioni aggressive tra le più distruttrici come le guerre, pensiamo alla ex Jugoslavia, all’Afganistan, all’Iraq, alla Palestina, al corno d’Africa, che vengono legittimate e giustificate da interessi difensivi, da mire espansionistiche, o da rivendicazioni territoriali antiche e secolari, che dimostrano che anche le ragioni di strategia economica e di geo-politica hanno come substrato le radici di profonde paure (il nemico etnico, il terrorismo, la carenza di petrolio, la perdita territoriale, la sopraffazione tribale) e delle conseguenti esigenze di controllo e di dominio.

L’aggressività e dunque dentro di noi ed è fuori di noi. Influenza comportamenti e modi di pensare. Autocontrollo e regole sociali hanno però il compito di arginarla ed eventualmente guidarla verso usi più costruttivi.
è importante infatti che anche la società nel suo insieme sia capace di far rispettare le proprie regole ponendosi come modello.

 

 

 

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